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Una grande scrittrice, offesa dall’ingratitudine di un popolo che ignora i suoi meriti letterari: Grazia Deledda, Premio Nobel nel 1926

È una protagonista della nostra cultura,  per decenni l’unica donna in Italia, e solo seconda in Europa, dopo la svedese Selma Lagerlof, ad essere stata insignita del più alto riconoscimento, ossia il Nobel per la letteratura, eppure è poco ricordata, quasi sconosciuta alle nuove generazioni. Parliamo di una grande rappresentante della letteratura del novecento, una scrittrice originale, istintiva, che non si è identificata in alcuna corrente letteraria del suo tempo, parliamo di Grazia Deledda.

E’ lecito domandarsi la ragione di questo vago senso d’oblio che l’ha avvolta e allontanata dalla gente, lei che nonostante il suo carattere schivo, conosceva profondamente i lati più oscuri dell’animo umano, e amava la società in cui viveva.

La Sardegna le era rimasta nel cuore, anche dopo il suo trasferimento a Roma, il mondo  meraviglioso e convulso della sua gente le si agitava dentro, e si rifletteva nella creatività.

Due terzi delle opere della Deledda sono dedicate alla Sardegna, lei stessa in più circostanze ammise che doveva tanto all’isola ‘santa’ –

La sua formazione letteraria partiva da basi d’istruzione minima, anche se poi la famiglia le aveva permesso di compiere studi in privato, e tuttavia l’iter dei suoi studi si era compiuto nel tempo attraverso una congerie di letture scelte secondo orientamenti personali, e passava attraverso i grandi esponenti della letteratura francese e russa in particolare.

Così il contenuto e lo stile narrativo della Deledda in qualche modo cambiano in seguito all’intensa lettura degli scrittori russi del XIX secolo, in particolare la scrittrice trasse insegnamento dalle opere di Tolstoj, al punto che gli dedicò anche una raccolta di racconti. La sua carriera è una continua ricerca, studio dei grandi rappresentanti della letteratura europea, che non hanno mai influenzato direttamente i suoi scritti, in gran parte ambientati in Sardegna, ma certamente hanno contribuito ad affermare la sua personalità artistica. Nessuno scrittore può pensare di raggiungere le pietre miliari della sua maturità artistica, ignorando i protagonisti della Cultura del presente e del passato.  Quando si raggiunge il ‘vertice’,  non di rado ci si accorge che il proprio percorso assume metaforicamente le sembianze di una piramide, nella quale esiste una base di partenza, che si avvale inevitabilmente, nella propria formazione, di tante letture, dell’eclettismo ed estro creativo di chi magari è già andato oltre un certo traguardo.  E poi si continua, conquista dopo  conquista, a ‘salire’, superando difficoltà ma raggiungendo anche nuovi risultati.

La Deledda era consapevole che la Sardegna restava un’isola mitica e poco conosciuta  fino ai primi decenni del novecento, e pertanto  quest’Atlantide sommersa, era come una miniera dalla quale si poteva attingere, quando si avesse talento e inclinazione al narrare, a piene mani. Era un’isola circonfusa di mistero, ed era stata lei a proiettare potenti fasci di luce nella società barbaricina, nelle piccole comunità in cui la gente viveva ancora secondo rituali arcaici, scanditi dai cicli della natura, in assoluta semplicità, lontana dagli assordanti ‘incipit’ di un progresso che nella penisola invece cominciava a diffondersi ovunque.

Le sue opere indubbiamente contribuirono a  ‘portarla alla luce’, e di questo ne era consapevole, forse in qualche modo, quell’isolamento, nient’affatto splendido, la disturbava, nonostante la mancanza di benessere e progresso, era una regione italiana ricchissima di cultura, diversa dalle altre, per questo la Deledda smaniava all’idea di fare conoscere le peculiarità di quest’isola fiera e indomita, orgogliosa dei suoi costumi, degli usi e consuetudini. Ce lo dice chiaro in una poesia scritta in Sardo, nell’ultimo decennio dell’ottocento:

America e Sardigna

- O limbazu chi ammentas su romanu

/durche faeddu de sa patria mea, /tristu comente cantu ‘e filumena /chi in sas rosas si dormit a manzanu, – cola su mare, e cando in sa fiorida /America nche ses a tottus nara /chi s’isula ‘e Sardigna isettat galu /de esser iscoperta e connoschida…

(America e Sardegna – O lingua che ricordi il romano- dolce linguaggio che ricordi la mia patria – triste come canto di filomena – che nelle rose si addormenta al mattino – vai verso il mare e quando sarai nella fiorita America – racconta a tutti che l’isola di Sardegna deve essere ancora scoperta..)

Fa riflettere questa lirica in Sardo, certamente veicola la sofferenza di un popolo da sempre in balia di se stesso, e vi è un messaggio appena velato di ribellione verso questo isolamento, il desiderio di essere scoperto, quasi nel ventesimo secolo, dal resto del mondo, e dall’Italia, che poco lo conosce perché è una terra ancora troppo distante per essere visitata.

La Deledda dunque spera che la sua isola sia ‘scoperta’, come un continente lontano, non a caso cita l’America, che fu scoperta quattro secoli prima.

Del resto, dell’ambizione di far conoscere gli abitanti dell’isola al mondo, la Deledda ne fece una missione, ampiamente portata a termine, si potrebbe aggiungere oggi.

I protagonisti dei suoi romanzi appartengono alla gente semplice dei piccoli centri della Barbagia: dal monte Corrasi alla valle dell’Isalle, ma anche nella stessa cittadina di Nuoro, allora un grosso borgo, nel quale comunque, verso la fine dell’ottocento, si avvertivano importanti fermenti culturali, basti pensare al poeta Sebastiano Satta, al pittore Giovanni Ciusa Romagna, allo scultore Francesco Ciusa Romagna – che nel 1905 vinse la Biennale di Venezia con l’opera “La madre dell’ucciso” – ed altri.  Perfino in ambito musicale emergevano dei talenti interessanti. La Deledda era compendio ed esponente di spicco di questi movimenti culturali, la sua opera è andata oltre i confini dell’isola e della penisola, fino al conseguimento, nel 1926, del Premio Nobel per la letteratura. Fu la stessa Grazia a scrivere ne ‘Le tradizioni popolari di Nuoro’ del 1894,  che i sardi chiamavano Nuoro – scherzosamente –‘l’Atene sarda’, per via di quel fervore verso l’Arte e la Cultura di numerosi suoi cittadini, non si trattava di una similitudine poi così lontana dalla realtà, malgrado i tempi.

La sua è una voce che si alza nelle radure del Supramonte, nelle erte e nelle vallate della Barbagia più esclusive e selvagge, negli altopiani, all’ombra di foreste di lecci e ginepri, tra silenzi millenari che a volte stendono veli invisibili sui drammi.. Ma la sua è una voce che corre soprattutto nelle stradine e vicoli chiusi delle contrade dei piccoli centri barbaricini e territori limitrofi; è qui che si aprono gli scenari della narrazione deleddiana. Qui si apre il vero sipario di un teatro nel quale la vita viene rappresentata, quasi colta in flagrante in momenti lieti o nel dramma. I personaggi sono caratterizzati con perizia, quasi plasticamente scolpiti in questo microcosmo, tutto scorre  armonicamente perché è il riflesso di una mente acuta, che bene conosce i travagli psicologici e morali della comunità in cui vive.

Sul retro degli avvenimenti narrati c’è la perizia di un’ideazione che si avvale dell’esperienza e della profonda conoscenza delle proprie radici.  La Deledda sa dei conflitti tra bene e male in questi luoghi remoti, il modo in cui, camaleonticamente, può assumere diversi volti, come una sorta d’erma bifronte.

La scrittrice  conosce la società barbaricina, e nuorese in particolare, nei suoi aspetti più reconditi, forse anche più di quanto lei stessa ne avesse coscienza quando vi risiedeva. Conosce i rituali di quella vita semplice, vizi e virtù di chi le sta intorno, gli espedienti sibillini per farla franca con le sfide del destino. Sa quanto indomito sia il carattere di questi abitanti in apparenza schivi, ma in realtà invece portati per natura all’accoglienza, conosce tutti i conflitti e le contraddizioni di un popolo avvezzo a contare solo sulle proprie risorse, e a non aspettare soccorso dall’altra sponda del Tirreno.

L’indagine psicologica è finissima in tutti i romanzi, già ne ‘La via del male’, il travaglio dei personaggi che si dibattono tra le due fatali ‘fazioni’ che governano il libero arbitrio dell’umanità, è evidente, perché si esprime in maniera quasi parossistica: qui la coscienza si trova davvero di fronte a scelte consapevoli, davanti ad un bivio in cui bene e male prendono direzioni contrarie, e sono pertanto la volontà e la coscienza stessa, a diventare arbitri di una scelta che inesorabilmente avrà poi i suoi risvolti.

I dilemmi che riguardano le storie narrate, quasi sempre sofferte dei romanzi deleddiani, si svolgono in un cerchio chiuso in cui le tradizioni, gli usi e consuetudini di una comunità, hanno un ruolo importantissimo, è come il controcanto delle vicende vissute e delle risonanze che producono. La scrittrice mette in rilievo le passioni più vive della gente semplice, quelle che, socialmente e antropologicamente,  maggiormente la caratterizzano. E sono, sotto certi aspetti, immutate da secoli, vi si riscontra un clima d’immanenza,  di rituali scanditi dal tempo e dal ciclo delle stagioni, mentre paradossalmente la gente compie i suoi percorsi di vita, ‘indossa’ il proprio destino come fosse un abito stretto.

Grazia ci parla di un quotidiano tenuto saldo da credenze e ortodossie popolari, dogmi religiosi, superstizioni.. Le sue storie certamente sono frutto della creatività, ma risultano in fin dei conti anche verosimili, perché rientrano senza forzature nell’estro della realtà e della sua rappresentazione. E proprio per questo suo stile essenziale, per essere riuscita a rendere credibili le vicende narrate, e non solo surrogato del reale, ebbe fin dagli esordi note favorevoli di critica da parte di esponenti importanti del mondo culturale italiano, in particolare dal Capuana, che la elogiò pubblicamente, e la esortò a sfruttare ‘quella  miniera’ appena aperta..

E non mancano i toni lirici sul versante descrittivo, del resto la Sardegna, nella sue aspre e avvenenti attrattive naturali e paesaggistiche, si offriva in tutta la sua folgorante bellezza agli occhi della scrittrice.

I grandi della letteratura hanno sempre tratteggiato aspetti in ombra dell’animo umano, la Deledda, oltre ad avere scandagliato questi angoli poco in vista, si è soffermata anche sulle prerogative comportamentali in apparenza scontate. La penna della Deledda, dunque, soprattutto in opere come ‘Il segreto dell’uomo solitario’ ‘La chiesa della solitudine’ (ultimo romanzo pubblicato nel 36’), ‘Annalena Bilsini’, ‘Cenere’, ‘Elias Portolu’, nei quali peraltro è evidente la maturità artistica della scrittrice e l’esperienza, ha sviluppato e circoscritto l’identità dei protagonisti e delle scene descritte, arrivando fino ai meandri più reconditi del cuore umano. Ha percorso certamente tanti sentieri inediti per quel che concerne l’indagine psicologica, ma senza soffermarsi tanto sui retroscena degli avvenimenti, ha lasciato agire e parlare i personaggi, dirigendosi in queste vie ostiche con una candela in mano, senza speciali mezzi culturali, semplicemente con il suo finissimo intuito. Per questo si è addentrata sicura in questi ‘luoghi’ dell’anima poco frequentati, tra l’intrico di enigmi ed emozioni, descrivendo con rara maestria anche gli eclissi della sua natura, che è talvolta capace degli atti più contorti.

Vista in questa prospettiva, l’opera della Deledda, non riguarda solo l’epopea di un popolo, ma è universale, dato che l’umano sentire è ciò che accomuna in una catena di similitudini l’umanità tutta, in ogni angolo di mondo civilizzato e non.

E sta forse proprio qui, a mio avviso, la sua fortuna letteraria; il suo messaggio è stato compreso ovunque, fin dalle prime pubblicazioni, le sue opere tradotte e pubblicate in Europa e oltre oceano.

I riscontri positivi derivano anche dal fatto che nei suoi romanzi si parla di esseri che soffrono e gioiscono, si dibattono nelle alterne vicende della vita, interpretano ruoti autentici anche quando la sorte li scaraventa nell’incognita di momenti oscuri e imponderabili.

Il carattere forte e combattivo della scrittrice svolge un ruolo nella narrazione, proprio perché è parte integrante di questi scenari, che chiamano in definitiva in gioco l’umanità, e raramente essi sono dei perdenti nelle sfide che giocoforza devono affrontare. Siamo in una linea narrativa alquanto diversa da quella Verghiana. I personaggi deleddiani lottano, anche di fronte alla colpa e all’inevitabile espiazione, difendendo a denti stretti la propria dignità. Qui emerge l’orgoglio di una donna che da sempre aspirava a riscattare il suo popolo, che riteneva offeso dai pregiudizi della gente che abitava oltremare, gente ‘continentale’. Grazia ha certamente, in modo a volte impietoso e senza indulgenza, lanciato le sue frecce sulle fragilità dei Sardi, ma soprattutto ha portato in superficie le virtù di un popolo dall’indole fiera, battagliero, degni discendenti di Ampsicora e dei guerrieri barbaricini in epoca nuragica, che si opposero strenuamente all’infiltrazione delle legioni romane nel territorio dell’interno, al punto di guadagnarsi l’appellativo di ‘Barbaria’, ossia gente indomita e ribelle, mai sottomessa, dal quale è poi derivato il toponimo Barbagia. Gente fiera, dunque ‘l’istinto umano non ancora contaminato’ – scriveva D.H. Lawrence dopo il suo viaggio in Sardegna nei primi decenni del novecento.

In questo versante, la Deledda, è stata davvero una grande scrittrice. Ma era anche una grande donna, intraprendente e lungimirante, acuta e finissima nell’interpretare i tempi, mai visionaria, se non per esigenze strettamente artistiche.

Si è sempre presentata con una disarmante semplicità, senza artifici e immodestie, anche quando, qualche vezzo poteva a ragione permetterselo. In occasione della Cerimonia del Nobel, per esempio, dove stupì tutti, frantumando ‘etichette’ e regole delle convenzioni in un mondo aristocratico e dorato, presentandosi con la sua istintiva e innata semplicità, anche nel vestire.

Credo non si sia mai presentata agli altri con supponenza e modi arroganti, è stata se stessa sempre, fino alla fine; teneva stretta a sé la sua Arte, la venerava sotto gli occhi di tutti, e lasciava che le opere parlassero per lei. Per il resto rimase fedele alle sue concezioni, ai principi nei quali credeva, e che non smaniava di dare in pasto alla stampa, insieme a tutto ciò che riguardava la sua vita privata. Conservò i suoi ideali, il credo e il fervore verso i semplici riti della vita, dedicò tanta parte del suo tempo alla famiglia, poco spazio ebbero la frequentazione dei salotti letterari romani, e in genere la mondanità, che forse segretamente snobbava. Stese un’invisibile e discreta barriera sulla società del suo tempo, e pur frequentando artisti e amici fedeli, spostandosi anche di tanto in tanto dalla capitale, il mondo preferì osservarlo da vicino, ma a distanza di sicurezza. Conservò il leggendario carattere riservato e schivo, un po’ diffidente: era infatti necessario conquistarsi la sua fiducia, mentre lei, inosservata, prendeva le misure dell’affidabilità di chi le stava intorno. Un modo d’essere che solo i grandi possono permettersi.
(Virginia Murru)


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