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Un Parco archeologico per i siti ipogei e rupestri della provincia di Taranto

Massafra. Solo nei primi anni ’80 del Novecento le avanguardie culturali iniziano a porre l’esigenza di tutelare le Gravine nel loro insieme. Si comincia a parlare di esse come di un ecosistema unico che non aveva senso tutelare a fettine o a piccoli pezzi. Questa esigenza cozzava però con la situazione proprietaria in quanto il territorio delle Gravine appartiene in gran parte a soggetti privati. Il legislatore pugliese non ha ritenuto sinora meritevoli di tutela e di valorizzazione  i beni culturali siti nelle Gravine.

La legge in materia di protezione della natura (l. reg. 19/97), infatti, è carente in quanto non contiene norme specifiche per la conservazione e il recupero degli insediamenti rupestri delle Gravine. Differenti sono gli strumenti di tutela di una area boschiva o di un insediamento rupestre siti all’interno di una Gravina. Nell’ambito regionale, la Provincia di Taranto occupa una posizione privilegiata, possedendo il più ricco e vario patrimonio di insediamenti rupestri. Due terzi del territorio provinciale sono caratterizzati dalla maestosa presenza delle Gravine, territori fortemente antropizzati sin dal Paleolitico ove si riscontra quel singolare habitat rupestre ed ipogeico tardo-antico e medievale che ha le sue massime espressioni fra Matera e Taranto. Su 609 chiese rupestri censite nella Puglia e nel Materano, in Provincia di Taranto se ne contano circa un terzo: oltre trenta chiese a Ginosa, oltre trenta a Laterza, una decina a Castellaneta, altrettante a Palagianello, oltre trenta a Mottola, oltre trenta a Massafra, tre o quattro a Crispiano, una decina fra Statte e Taranto, altre in centri minori. Ma non sono solo le chiese (un centinaio delle quali ricche di dipinti) a costituire il patrimonio rupestre della Provincia, bensì anche i villaggi, i più grandi esistenti in Puglia e fra i più grandi d’Italia: due a Ginosa, due a Mottola, due a Massafra, due a Grottaglie, per parlare solo dei villaggi di maggiori proporzioni, perché di quelli minori se ne contano a decine, per non parlare di testimonianze isolate, sparse per le campagne, scavate nella roccia con case grotte di diverse tipologie e destinazioni. Merita segnalare di recente l’opera di indagine e di recupero portata avanti generosamente da Carmine de Gregorio che sta facendo scoprire il ricco patrimonio ipogeo-rupestre nella stessa città di Taranto. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio (D. Lgs. 22 gennaio 2004 n.42) ha unificato le due categorie dei beni culturali e paesaggistici col concetto unitario di “patrimonio culturale” con un rovesciamento di prospettiva: un tempo l’attenzione era concentrata sul bene e sui poteri del proprietario, oggi, invece, sulla fruizione pubblica e sui poteri dell’Amministrazione. Si è pervenuti su questa strada alla nozione di bene culturale ambientale, che riguarda i beni di natura ambientale, come le Gravine, antropizzate sin dal Paleolitico e caratterizzate dall’Habitat rupestre sin da epoca tardo antica. I proprietari delle Gravine, in base alla vigente legislazione, non possono tenerle in stato di abbandono e determinare il deterioramento e la rovina dei villaggi rupestri in esse esistenti. Per colmare queste gravi lacune da anni si auspica l’approvazione di una legge regionale istitutiva del Parco Archeologico dell’Habitat Rupestre, che disciplini diritti e obblighi a favore e a carico dei privati proprietari nonchè i poteri sotitutivi di intervento da parte dell’Ente Parco e degli altri enti pubblici. Con circolare n. 12059 del 15.11.1990, il Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali aveva chiarito cosa si deve intendere per <<Parco Archeologico>>, cioè un’area protetta nella quale, per la consistenza di presenze monumentali, può individuarsi e definirsi uno spazio di particolare valenza quale Museo all’aperto. Definizione certamente importante, dalla quale è originato un lungo dibattito tra gli addetti ai lavori, mentre, nella prassi e in legislazione, i termini <<parco>>, <<area>>, <<sito>> o <<zona archeologica>> continuano ad essere usati indifferentemente. Costituisce ancora un’acquisizione interpretativa consolidata quella secondo cui il concetto di parco archeologico vada riferito a una considerevole estensione territoriale, nella quale l’aspetto naturale sia comunque fortemente connaturato all’ambiente. Un parco archeologico richiede da questo punto di vista la presenza di un complesso monumentale antico, che deve realmente rappresentare l’elemento qualificante di un ampio paesaggio di contorno, caratterizzato a sua volta da proprie qualità ambientali. Il territorio jonico possiede tutti questi requisiti. Occorre tuttavia evitare che l’emanazione di detta legge si risolva in una sorte di imbalsamazione del territorio con l’imposizione di un ennesimo vincolo. Tenuto conto che il patrimonio rupestre è in gran parte di proprietà privata e in stato di abbandono, facendo tesoro delle esperienze di valorizzazione e riqualificazione maturate in Francia, in Spagna e in Turchia, occorre pensare a norme atte a incentivare e a facilitare gli interventi dei privati diretti al riuso degli ambienti rupestri e ipogei ove potranno essere allogate (col minore impatto ambientale) attività economiche mirate alla ricezione turistica (bar, ristoranti, alberghi) o ad attività artigianali e/o professionali (botteghe artigiane, laboratori, studi professionali). Esaurita la spinta propulsiva dello sviluppo edilizio, stante la grave e irreversibile crisi dell’acciaio, una nuova stagione di crescita e di sviluppo è possibile  soltanto facendo leva sulle risorse storiche, paesaggistiche, ambientali e produttive del territorio e, in particolare, sul recupero e il riuso degli ambienti ipogei e rupestri delle nostre Gravine. E’ questa secondo l’avv. Giulio Mastrangelo la sfida che attende tutte le forze politiche e culturali di Massafra e provincia nei prossimi mesi.

Nella foto: la mappa del Parco delle Gravine
(A.N.F.)


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