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Un caro ricordo di Boris Biancheri

Roma. Boris Biancheri, nato a Roma nel 1930, deceduto all’età di 80 anni nella notte di martedì 19 luglio nella clinica Villa Margherita di Roma. Figlio di Augusto Biancheri Chiappori e della baronessa Olga Wolff von Stomersee, nipote di Giuseppe Biancheri e di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Premio San Segundin d’Argento. Ieri, nell’ambito di “Estate libri-Autori sotto le stelle”, avrebbe dovuto presentare a Ventimiglia il suo ultimo libro “Elogio del silenzio”. Ambasciatore italiano a Tokio, Londra e Washington. Scrittore, giornalista, editorialista di politica internazionale per “La Stampa”, presidente dell’Ansa e della Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali). Verrà molto probabilmente sepolto nella tomba di famiglia del cimitero di Ventimiglia dopo la cerimonia di commemorazione in cattedrale, nella città alta.

In ricordo del grande diplomatico di origine ventimigliese viene riportata per intero l’intervista rilasciataci il 28 luglio 2008.

Una villa. Una bella, stupenda casa di papà Augusto, immersa tra colori, profumi e melodiosi cinguettìi di uccelli nell’oasi della tranquillità della suggestiva e spettacolare cornice del giardino. Vi trascorre il mese di luglio l’ambasciatore Boris Biancheri che, in un caldo pomeriggio d’un lunedì di luglio, mi riceve con calorosa ospitalità e con squisita eleganza comportamentale. Abbigliamento casual, pantaloncini e camicia arrotolata sulle maniche, seduto su una panchina, mi concede molto cordialmente una interessante intervista.

  1. Quanto ha influito nella Sua formazione socio-culturale, se influenza c’è stata, l’essere nato in una famiglia di funzionari pubblici e uomini politici, in particolare di papà Augusto Biancheri Chiappori, diplomatico, Ministro Plenipotenziario e Direttore Generale delle Organizzazioni Internazionali del Ministero degli Affari Esteri? E quanto il titolo nobiliare della mamma, la baronessa Olga Wolff von Stomersee?

“La funzione pubblica, dal lato paterno della famiglia, ha influito nel profondo, perché in qualche modo si è sempre dato per scontato che da grande avrei fatto il diplomatico. Sotto il profilo del comportamento, essendo mio padre morto quando io avevo appena 8 anni, sono cresciuto sotto l’influenza intellettuale del lato baltico/russo nobiliare della famiglia di mia madre”.

  1. Nipote di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo 23/12/1896 – Roma 23/7/1957) duca di Palma di Montechiaro e principe di Lampedusa, nato da  Giulio Maria Tomasi e da Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, a Riga (Lettonia) nel 1932 sposò la studiosa di psicanalisi Alexandra Wolff Stomersee, detta Licy, di famiglia nobile di origine tedesca), scrittore, autore del capolavoro “Il Gattopardo” Feltrinelli, 1958. Una famiglia di letterati e di assidui lettori. “Leggere è la cosa più simile alla vita, alla vera vita”, “Leggete seduti, camminando, per le strade, sdraiati…”, “… il libro per la mia famiglia era ed è come il pane, una necessità quotidiana..”. Il libro letto più volte è “Sotto il vulcano”. Questo ambiente di assidui lettori ha contribuito sicuramente all’amore non solo per la lettura, ma, in un secondo tempo alla passione per la scrittura, per la narrativa. E’ così?

“Assolutamente sì. Mia madre leggeva tantissimo. Leggeva un libro in due giorni. Molto assetata di lettura che spaziava su tutti i campi. Era una vera divoratrice di libri. Ricordo che da piccolino ricevevo l’incarico di andare a restituire i libri alla vicina biblioteca. Io son cresciuto con e tra i libri. In un modo o nell’altro li sfogliavo mentre mi dirigevo verso la biblioteca. Così, grazie all’ambiente familiare, mi è nata la passione, non solo per la lettura, ma anche, considerata la presenza di Tomasi di Lampedusa, per la scrittura, per la narrativa. Poi, da grande, non potevo fare a meno della lettura. Per me è così importante che sono decisamente convinto che leggere è veramente un’esigenza vitale perché è qualcosa di simile alla vita. Ancora oggi dico che bisogna leggere sempre, seduti, sdraiati, camminando, ovunque e sempre. Il libro, per la mia famiglia e, oggi, per me, rappresenta il pane della vita. Io non ne posso fare a meno”.

  1. Vivere con una donna di cultura, la sua amata consorte Flavia Arzeni, scrittrice, autrice di numerosi saggi e articoli sulla cultura tedesca e sull’incontro tra letterature e culture diverse,  di romanzi (“L’immagine e il segno” – Il Mulino, 1987, “Berlino. Un viaggio letterario” – Sellerio, 1997), nonché professore associato di Letteratura e Cultura tedesca moderna e contemporanea presso la Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università “La Sapienza” di Roma (collabora regolarmente alle pagine culturali del quotidiano “Il Messaggero”) sarà per lei motivo di scambio e di approfondimento nei vari campi del sapere. Non trova?

“È uno straordinario elemento di ricchezza culturale. Si tratta, naturalmente, di crescite intellettuali e culturali anche di Flavia, mia moglie. Con gli anni che portano verso la maturità si passa, ovviamente, dall’accademismo alle culture più profonde. È una continua evoluzione socio-culturale che viene a coinvolgere entrambi. È giusto e naturale che sia così. Tutto questo fa parte della natura umana, dell’uomo che cresce giorno dopo giorno, secondo le leggi della natura. E in una coppia deve aver luogo questo continuo scambio intellettuale e culturale. Tra di noi avviene molto spontaneamente e naturalmente senza prevaricazioni dell’uno sull’altra. Non sarebbe una vera crescita per entrambi, se avvenisse il contrario”.

  1. Nel 2007, precisamente il 20 ottobre, Boris Biancheri riceve il Premio Grinzane Cavour – Alba Pompeia – sezione narrativa italiana per la raccolta di racconti “Il ritorno a Stomersee: tre racconti consolari” (Feltrinelli, 2002) che, con una prosa limpida, agile e ritmata fa risaltare (questo è lo scopo del Premio Grinzane Cavour) i legami tra territorio e cultura. Cosa ha rappresentato e cosa ancora rappresenta quel Premio?

“Un premio rappresenta sempre qualcosa per chi lo riceve. La vita è un esame; il premio, qualsiasi premio, è sempre un esame che si supera. Il Premio Grinzane è stato per me un esame superato con grande piacere e  soddisfazione. La vita è un esame. “Gli esami non finiscono mai”, diceva il buon Eduardo De Filippo. Ebbene. Quest’ultimo premio che mi è stato assegnato è stato un riconoscimento importante, quindi una rassicurazione. Solo così si riesce a capire se quello che fai ha un valore sociale, culturale. Tutto ciò ti dà sicurezza; rappresenta lo stimolo ad andare avanti, a proseguire sul tuo cammino”.

  1. Nei suoi scritti, nelle sue varie pubblicazioni Lei si presenta come uno studioso di politica, di problemi nazionali e internazionali; tratta molto magistralmente tematiche sociali, economiche, mondiali, vedi “Accordare il mondo: la diplomazia nell’età globale” (Laterza, 1999).  A quale delle sue opere letterarie si sente più vicino? Capisco che non è per niente semplice.

“Leggo, parlo e scrivo di tutto. Scrivo tutto ciò che mi appassiona e mi interessa. Seguo il mio istinto. A quale dei miei libri mi sento più vicino? Senza alcun dubbio, a quello che sto ancora scrivendo”.
(Francesco Mulè)


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