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Un’epidemia che fa più vittime delle guerre di mafia. Gallipoli: formazione sul campo Contro la violenza sulle donne

Gallipoli. La violenza sulle donne è un’epidemia che fa più vittime delle guerre di mafia. I dati squadernati dalla psicologa e psicoterapeuta Elvira Reale , durante la giornata di formazione nell’ospedale di Gallipoli, sovrappongono le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità con ciò che accade dentro e fuori le nostre case. E lasciano di sasso.

Perché – come ha spiegato Reale, psicologa e direttore della UOC Psicologia Clinica dell’ASL Napoli 1 Centro, nonché tra le animatrici della Rete Sanitaria Anti-violenza della Regione Campania – «la violenza sulle donne è un problema di salute pubblica, una vera epidemia per l’OMS, che ha effetti fisici e psicologici devastanti». E ha aggiunto: «150 anni di omicidi di mafia, camorra e ‘ndrangheta hanno mietuto 1120 vittime e valgono “solo” quanto 10 di femminicidio, che ne registra più di cento all’anno, quasi uno ogni tre giorni». Numeri che nascondono sempre meno questo universo oscuro della violenza di genere, che è fisica ma anche psicologica e investe persino i bambini. Un fenomeno complesso che ha mille volti: il maltrattamento assistito, che travolge i minori; la vittimizzazione secondaria, che capovolge il ruolo tra vittima e carnefice trasformando la violenza in semplice conflitto; oppure l’«overlap», la sovrapposizione tra violenza domestica e quella sui bambini. Ed è proprio la violenza domestica il primo fattore di rischio per innescare altri tipi di violenza, compresa quella sessuale. Dove c’è violenza sulle donne, insomma, se ne possono verificare molte altre.

E’ una lotta difficile ma non impari. Gli strumenti per contrastare la violenza di genere esistono, infatti, e vanno applicati. A partire dalla Convenzione di Istanbul che ha portato a sintesi, dal 1993 in poi, il cammino delle istituzioni nazionali e internazionali contro ogni tipo di violenza. E può aiutare l’esempio della Campania, che inserisce il codice etico vincolante in tutti i protocolli d’intesa della rete antiviolenza.

E’ necessario allora, come ha detto il sindaco di Gallipoli Stefano Minerva intervenendo per un saluto, «partecipare a corsi come questo, perché ci fanno compiere un passo in avanti di civiltà, di cui abbiamo un grande bisogno». E di passi in avanti ne sta compiendo molti, e rapidamente, la Asl di Lecce: «Stiamo seminando cultura innanzitutto – ha rimarcato il direttore generale Silvana Melli – e per questo avremo altri appuntamenti formativi del genere. Ma stiamo soprattutto costruendo un percorso, il “codice rosa”, per capire e affrontare i casi di violenza sulle donne e, più in generale, contro le fragilità. Lo faremo a partire dal Pronto Soccorso, che è il primo luogo in cui si deve accendere la spia capace di segnalare la violenza. Al suo interno, qui a Gallipoli, stiamo allestendo una stanza riservata, messa a disposizione dal dottor Girau, che sarà il nostro modo concreto per affrontare e contrastare la violenza. Alla formazione, però, deve seguire un cambiamento culturale, perché le vittime non vanno lasciate mai sole. Perciò la Asl costruirà la sua rete aziendale antiviolenza e la proporrà al prefetto, in modo da renderla interistituzionale».

Nel frattempo, tornerà utilissima la “lezione” di Mario Guarino, dirigente medico del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli, che ha raccontato come affrontare praticamente la violenza. Innanzitutto, riconoscendola: «Ci vuole naso – ha scandito – per capire che il racconto della vittima è poco chiaro. Poi bisogna andare a fondo, verificare e indagare il tipo e la sede della lesione, la postura, lo stato d’animo, l’atteggiamento, il ripetersi di episodi analoghi». Indicatori fisici e anamnestici ma non solo, perché si deve anche sapere che la violenza di genere può spiegare altre patologie, certi dolori “inconfessabili”. «Nel “codice rosa” – ha sottolineato il dottor Guarino – c’è una task-force che deve accogliere la donna, saper ascoltare il racconto di ciò che le è successo. È importante la prima accoglienza fatta dal triage, così come il personale del 118 ha un ruolo fondamentale per capire se si è in presenza di violenza di genere». E ancora: «La riservatezza in pronto soccorso è cruciale».

Una strada codificata che tocca il consenso informato, l’esame obiettivo e il referto, vero strumento di aiuto perché è da qui, con la segnalazione della responsabilità di terzi, che si aprirà il percorso verso l’accertamento giudiziario. «Di notte il Pronto Soccorso – ha concluso Guarino – è uno dei pochi posti in cui una donna che ha subito violenza trova una luce accesa. Per questo dobbiamo mettere il paziente al centro, saper riconoscere i segnali della violenza di genere. I pazienti sono come monete, non sono metallo e basta, ma ciò che c’è inciso sopra racconta la loro storia».
(A.B.)

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