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Tensione Usa-Cina. Il cappello del cowboy e il dragone dei cinesi

Altro che ‘pax’ sul conflitto commerciale in atto tra Cina e Usa. Il veleno delle ritorsioni sta seguendo altre direttive, ma l’origine degli attriti è sempre il medesimo, ossia il protezionismo, allo scopo di preservare il “made in Usa”, ma più verosimilmente per l’affermazione della supremazia economica. L’ostilità verso l’ex impero sovietico non ha più ragione d’essere, ora gli scenari sono cambiati, la supposta minaccia deriva da un’economia a torto definita ‘emergente’, la Cina, appunto, che contende il primato economico sul piano globale agli States.

Nel 2004 la Cina ha superato il Pil degli Usa; ha in mano buona parte del suo debito pubblico, e la crescita congiunturale è il doppio di quella americana.

Ma sono stati gli Usa a dare il ‘là’ e aprire un’ostilità degna di guerra fredda, attraverso l’imposizione di dazi su acciaio e alluminio, che hanno colpito l’export della Cina in modo non indifferente.

Ma intanto si provoca l’orgoglio del ‘dragone’, che ha dimostrato, negli ultimi dieci anni, di sapere aggirare in modo sopraffino le regole delle democrazie occidentali, concedendo al tanto demonizzato capitalismo di entrare dalla finestra, per pure ragioni d’impulso e convenienza interne, ma di lasciare libero l’ingresso principale al PCC. Nonostante il consistente pacchetto di riforme attuato tra gli anni ‘80 e ’90, che ha permesso in fin dei conti l’introduzione del libero mercato, favorendo l’iniziativa privata, e svincolando l’industria dagli artigli dello Stato, i conti ancora non tornano per le credenziali della democrazia. Si è seguita soprattutto una strategia di politica economica che favorisse gli investimenti dall’estero, non di difficile attuazione, considerata l’alta competitività dei costi nel mercato del lavoro.

Il partito comunista al Governo tuttavia svolge ancora un ruolo di ‘supervisione’ politica ed economica, nonché finanziaria, non di poco conto. Tutto questo nonostante i progressi voluti di Deng Xiaoping, che hanno spianato la strada ad un Paese a due sistemi, ma ancora lontano dai progressi sul piano delle riforme democratiche esatte dall’Occidente.

I cinesi chiedono comunque a gran voce di sospendere la quarantena di penalizzazioni nella circolazione di quel flusso impressionante di merci con il quale invade i paesi occidentali. Il Paese però non sarebbe pronto ad essere riconosciuto quale ‘Economia di mercato’, con gli stessi diritti delle democrazie occidentali che ne fanno parte, perché alle loro spalle c’è una storia di progresso nei diritti fondamentali che dovrebbe costituire una garanzia nelle relazioni internazionali. La Cina è ancora lontana, nonostante il lungo percorso volto ad affrancarsi dal ‘timbro a cartiglio’ di nazione fondata su un regime totalitario. In realtà né gli Usa ne l’Ue vorrebbero riconoscere alla Cina lo status di Economia di mercato per ragioni di competitività (‘eccessiva’) sui costi del lavoro, e dunque sul prezzo dei prodotti. La competitività è tale che, se le si concedesse questo lasciapassare, si rischia di mettere sul lastrico l’industria dell’Occidente.

In sostanza i cinesi sanno bene che non è questione di regole anti-dumping, e non violano nemmeno, secondo il governo cinese, le disposizioni del Wto (Organizzazione mondiale del Commercio). In realtà né gli Usa né l’Ue, la vogliono quale ‘terzo incomodo’, proprio per i rischi che incombono sulle imprese e sul settore dell’industria in generale.
(Virginia Murru)

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