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Sylvia Plath e il demone della fine – La poesia come unico alimento di vita

“Poetry for me is like water or bread, something essential to me..”

In un’intervista concessa a Peter Orr nell’autunno del ’62 – qualche mese prima della sua scomparsa avvenuta a Londra nel febbraio 1963 – la poetessa americana sosteneva che la Poesia aveva un’importanza fondamentale nella sua vita.

“Not just satisfaction – rispose alla domanda di Orr, che le chiedeva quanto fosse importante nella sua vita – I couldn’t live without it!” – ‘Non posso vivere senza Poesia..’

E purtroppo la Poesia non è stato un valore sufficiente a darle la forza di vivere, flussi impetuosi nella sua vita privata avevano messo a dura prova le sue labili resistenze, e non era riuscita ad andare oltre queste turbolenze, non aveva un substrato psicologico a prova di tempesta, e cedette.

Un gesto, il suo, forse solo un azzardo pagato caro, quasi una premonizione  nella poesia Lady Lazarus

Ma gli studiosi della sua opera,  le stesse autorità che a suo tempo avevano cercato risposte al  gesto estremo di togliersi la vita, concordano nel sostenere che Sylvia Plath, quella fredda mattina di febbraio, intendesse solo attirare l’attenzione su di sé, probabilmente del marito, che l’aveva lasciata pochi mesi prima per un’altra donna. Sylvia aveva messo in conto il rischio al quale andava incontro, aveva protetto i suoi due bambini chiudendo a chiave la porta, sigillando le fessure, affinché essi non potessero essere raggiunti dalle esalazioni del gas della sua cucina, ma aveva lasciato anche un inequivocabile numero di telefono sul tavolo: “chiamate il mio medico a questo numero…”  Una richiesta e un’istanza di vita, non di morte.

La poetessa di Boston non voleva morire a soli 30 anni, voleva stordirsi, intossicarsi, creare un po’ di rumore e movimento intorno al suo ineluttabile dolore,  e poi magari rientrare nei binari ordinati della vita. Un gesto convulso, certo, una richiesta di aiuto e attenzione, del resto non era nuova a queste tentazioni, dieci anni prima, a soli vent’anni, aveva  istigato la morte con una dose di narcotici che poteva esserle fatale, se non fosse stata soccorsa in tempo.

La sua storia è quella di una vita precaria, un equilibrio vulnerabile, sospeso tra abisso e superficie, ‘up and down’, sempre in trincea, in lotta perenne con le sfide del quotidiano, tra stati depressivi gravi, e qualche ricovero in clinica psichiatrica, dove più di una volta fu sottoposta all’elettroshock.

E magari l’uso non sempre scientificamente ortodosso di questo strumento clinico, l’avevano ulteriormente sconvolta.

Sylvia affrontò la prima crisi a New York, mentre era impegnata in un tirocinio, si trattava di un giornale di moda, ed era un premio che le era stato assegnato nel corso del suo penultimo anno di frequenza al College. Probabilmente aveva solo necessità di sostegno psicologico e morale, era comunque la caduta in un cerchio d’ombra che aveva origini molto probabili nella sua stessa infanzia. Il rapporto conflittuale tra la madre e il padre, entomologo stimato e docente di college, l’autoritarismo eccessivo di lui, l’avevano certamente segnata in un periodo di crescita fondamentale per l’affermazione del suo equilibrio e della personalità.

Non si tratta di supposizioni, basta leggere una delle sue più significative opere poetiche, intitolata proprio “Daddy”, e dedicata al padre, per comprendere il risentimento e l’avversione che provava nei suoi confronti; mai sopiti dopo la scomparsa di lui, avvenuta per ragioni di salute quando la Plath aveva otto anni. La madre non permise che lei e il fratellino partecipassero ai funerali, e questo non è certamente un dettaglio trascurabile nel tragico ordine della loro storia familiare.

La madre aveva 21 anni meno del padre, e certamente faticava ad accettare il rigore che egli esigeva in famiglia, per questo nella poesia ‘Daddy’, Sylvia traccia un profilo impietoso nei suoi confronti, tra rimandi alle origini tedesche e similitudini naziste, fino alla citazione di ‘Mein Kampf’.. Era odio inesorabile, un drappo nero che le copriva il cielo, che si frapponeva tra il suo desiderio di ricostruire e il flusso di energia negativa che veniva dalla memoria dell’infanzia.  Più in là, avrebbe appreso il resto, anche dai resoconti della madre, la quale, tuttavia, non aveva mai rappresentato un’ancora sicura su cui approdare, nei momenti in cui la fragilità la scaraventava lontano dalle frontiere della società in cui viveva. Ma era intelligentissima e brillante, Sylvia, e dopo il dramma della clinica, aveva lottato strenuamente per tornare in linea di partenza, riappropriandosi di quell’io stravolto dalle vicissitudine della sua esistenza, e delle sue solide appartenenze, che erano poi i suoi studi. Dopo un anno porta a termine i suoi studi, con una splendida tesi su Dostoevskij  si laurea con la lode.


Non solo, ottiene una borsa di studio di due anni per l’Università di Cambridge, e nel settembre del ’55 parte verso l’Inghilterra, tappa che porterà sussulti positivi nel suo animo,  una fiducia nuova nelle sue capacità espressive, e nell’avvenire. Il soggiorno e gli studi proseguirono in modo proficuo, anche se il richiamo latente e malinconico del suo animo in tumulto, erano sempre dietro la porta; ma lei s’immergeva negli studi e teneva a distanza il demone insolente.

Fu proprio durante la sua permanenza in Inghilterra che conobbe un poeta i cui versi da tempo l’affascinavano: Ted Hughes. E il destino la portò proprio nella sua strada una sera buia dell’inverno del ’56. Sylvia si recò ad una festa, e in questa circostanza, senza riflettere, senza dare spazio alla ragione, si ritrovò fulminata dal brillante poeta inglese, che la conquistò con la sua aria indolente e sorniona. Da allora diventò un gioco a due nella scacchiera della vita. La Plath provava un’attrazione irresistibile verso Hughes, poeta già affermato nel suo paese, e così lasciò che egli guidasse i suoi passi, si abbandonò a quell’amore folgorante, pensando che il mondo fosse nato con lui e il resto fosse soltanto una naturale sequenza d’eventi.


Fu questa arresa a se stessa e all’altro che condizionarono i suoi impulsi, perfino la creatività poetica. I due si sposarono in breve tempo, e decisero di stabilirsi negli States, dove entrambi si dedicarono all’insegnamento, e alla loro attività letteraria.

Sylvia frequentò poi i seminari di Robert Lowell all’Università di Boston, e qui le sue peculiarità espressive acquistarono una più decisa personalità artistica. Lowell era considerato il maestro dello stile ‘Confessional Poetry’(anche nel suo background ci sono esperienze traumatiche in cliniche psichiatriche..), che fu poi anche quello di coloro che avevano seguito le sue lezioni. Della Plath, dunque, e di Ann Sexton, le due poetesse si conobbero proprio in questo periodo, diventando ottime amiche.

Del resto, non impiegarono molto a capire che tra loro, le ‘affinità elettive’ erano tante, attraversate dallo stesso uragano e impeto emotivo, entrambe reduci da scosse interiori che le  avevano portate al limite della ragione. Entrambe dipendenti da terapie farmacologiche, dovute agli stati depressivi nella Plath e al disordine psichico nella Sexton, devastata dall’alcool e da un’inquietudine fatale.

La Plath aveva comunque un animo  ingenuo ma puro, aspirava ad una tranquilla vita familiare, non era attratta da avventure e atteggiamenti trasgressivi, come l’altra. La sua unica ambizione era l’affermazione in ambito letterario.


Entrambe, oggi si può dire forse più degli anni sessanta, in campo artistico erano anticonformiste al limite dell’avanguardismo, sono del parere che se fossero nate (paradossalmente..) un secolo prima, e le si fosse viste passare nei dintorni di Montmartre, insieme a Baudelaire e Rembaud, sarebbe stato praticamente naturale. Questi artisti, soggiogati dallo stesso demone, ‘maudits’ in qualche modo, hanno rappresentato la ribellione verso un certo modo d’intendere l’arte e di chi se ne fa interprete. Hanno sconvolto i sistemi attraverso le loro opere, senza rivoluzioni più o meno dichiarate in piazza, o manifesti, semplicemente con la testimonianza del loro stile di vita e dei loro scritti. Un modo d’essere, non di apparire, giusto o sbagliato che sia.

La Sexton però, nonostante fosse costretta a gestirsi come un funambolo in un equilibrio compromesso, malgrado i suoi ‘breakdown’ nervosi, riusciva ad affermarsi con le sue pubblicazioni, era stimata e seguita con grande interesse.

Sylvia non riscontrava la stessa accoglienza, la critica, anzi, dopo la pubblicazione di ‘The Colossus’, era stata piuttosto tiepida, e tante sue aspettative erano andate in fumo, creando in lei un clima d’insicurezza che fertilizzava in modo perverso la fragilità emotiva. Aveva necessità di conferme e gratificazioni, si misurava peraltro con i successi della Sexton e quelli del marito, al quale, segretamente, contendeva il prestigio e la stima dei lettori.

Lo confessa ne ‘La campana di vetro’, e anche in prosa non si smentisce, il suo stile, seppure leggermente romanzato, è quello confessionale, ossia autobiografico, senza possibilità di equivoco.

Ma anche ai suoi diari privati confida la sua frustrazione in qualità di poetessa, definisce anzi fallimento la sua giovane carriera in questo campo, ed appare intimorita,  rivela tutta la sua disarmante fragilità. ‘In che modo posso tenermi Ted, se sono una donna sterile? (intellettualmente..) Sterile, sterile? Era un assillo, una freccia di consapevolezza scagliata nel nero di un traguardo che franava. Con tutte le sue forze lei avrebbe voluto entrare nelle grazie dei lettori, solo così pensava di affrancarsi dallo squallore del  passato, e per giunta la sorte le aveva messo a fianco un marito che l’abbagliava con la sua luce, mentre, inesorabilmente, la rendeva ombra.

Non riusciva psicologicamene a metabolizzare questo conflitto latente, lottava tra l’amore che sentiva per lui, e il desiderio di emergere dalle tenebre che la opprimevano. Tra loro cominciarono i primi dissapori, che non si allentarono neppure con la nascita del secondogenito, Nicholas, anzi: l’intesa che c’era stata  si dissolse, come un sogno caduto in una superficie  d’acqua immobile, e creava onde concentriche sempre più estese, inarrestabili. Fino alla separazione, che avvenne nel ’62, ma non per ragioni letterarie, il veleno era una pozione semplice ma insopportabile per Sylvia, che scoprì d’essere tradita dal marito con un’altra donna. Ted era stato tutto l’Universo per lei,  all’improvviso era diventato infido e inaffidabile, come un fiume d’inferno che scorre in superficie, poi, in modo occulto, entra  in un corso sotterraneo, senza una risorgente, senza una speranza.


Da allora è come inghiottita da un cerchio di fuoco, tutto le crolla davanti agli occhi, non sa più cosa ci sia davanti a sé, il mondo diventa un vecchio nemico da sorvegliare a vista, e la sua vita una scatola vuota in balia di correnti sinistre. L’abbattimento e lo spettro della depressione non sono più dietro la porta, sono uno spettro errante che la fanno entrare in un’orbita di arrese e scoraggiamento. Il demone del suicidio la insidia, ma lei, malgrado la separazione, ha ancora qualche spicciolo per lottare, e queste risorse fittizie le investe tutte nella scrittura. Gran parte della sua produzione poetica, e in prosa, sono il frutto di questa full immersion nell’arte, nel giro di sei mesi scrive tantissimo. Paradossalmente riesce a dare il meglio di sé, la miniera dell’estro ce l’ha dentro, attinge dalle personali esperienze, lo stile è sempre ‘confessional’, e per questa ragione, il marito, dopo la sua morte, farà sparire tutti gli scritti di lei che in qualche modo lo coinvolgono, non lascerà che detriti del loro tormentato rapporto nelle carte della Plath.  E’ ovvio che sia stato aspramente criticato, oltre che accusato d’essere  la causa prima del suicido di lei.


Qualcuno, in riferimento agli scritti  che Hughes ha sottratto alla memoria della moglie, ha visto una sorta di vendetta ‘postuma’. Sylvia, alcuni giorni prima della loro separazione, perse il controllo dopo la conferma dei tradimenti di lui, e così prese i suoi scritti, li portò fuori casa e li bruciò.


In ogni caso, le carte mancanti, avrebbero certamente contribuito ad esprimere una luce più chiara sul loro rapporto, ed è proprio questo che Hughes intendeva evitare.

Che la Plath in un tragico, istrionico tentativo avesse cercato di richiamare l’attenzione su di sé, è evidente dalle circostanze, come la certezza che non intendesse realmente suicidarsi, altrimenti non avrebbe lasciato un biglietto sul tavolo con il preciso scopo d’essere soccorsa. La Plath, quella tragica mattina, aspettava peraltro un’amica australiana, che purtroppo non arrivò in tempo.

Noi lo chiamiamo impropriamente destino, comunque sono magnetismi che agiscono al di là della vittima, la accerchiano come un demone implacabile, e la conducono oltre la stessa volontà d’essere. La vita diventa un oggetto sempre più evanescente e privo di attrattive, la morte quasi un contrappasso, una meta che interrompe con il suo black-out tutti i disincanti e le angosce.


Sylvia Plath chiedeva disperatamente aiuto, soccorso alle sue intime fragilità e alla condizione di abbandono in cui si trovava, ma non immaginava che la morte facesse sul serio, e che invece per i suoi scritti, l’attenzione della gente sarebbe stata veramente grande proprio da quel momento.

E’ strano e arduo convincersi che sia necessario morire per vivere tra i propri simili, certo è che gli scritti di Sylvia dopo la sua scomparsa, hanno creato un clamore impressionante, ciò che prima era stato letto superficialmente, dopo era stato analizzato e studiato meticolosamente, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, una chiave o una rivelazione da offrire ad una folla di lettori che si erano assiepati dietro i muri della sua breve esistenza.

Per tragica ironia della sorte, la donna con la quale il marito l’aveva tradita, si tolse la vita nel medesimo modo, pochi anni più tardi.

Ma le tragedie dei suicidi non finiscono così, il suo secondogenito, Nicholas, diventato biologo marino, si è tolto la vita una trentina d’anni più avanti. E’ sconcertante, la sola cosa che si può dire.


La Plath, intanto, è stata l’unica artista al quale è stato assegnato postumo il Premio Pulitzer. Una rivincita e un riscatto al quale aveva inutilmente aspirato quando era in vita.

Il  talento per la Poesia era esploso soprattutto nell’ultimo anno della sua esistenza, quello che era venuto meno era  il talento alla vita.

La vita si dovrebbe accettare, in fondo è come un ladro onesto: ruba con la luce accesa.

Ma non siamo qui per giudicare.
(Virginia Murru)


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