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Sulla via di Betlemme e di Gerusalemme con la delegazione di Castellaneta del Santo Sepolcro

Castellaneta. “Nei drammatici giorni della Striscia di Gaza è giunto disperato fino a noi il grido del popolo arabo cristiano di Palestina, che ha scosso la nostra coscienza di appartenenti all’Ordine del Santo Sepolcro. Non potevamo rimanere indifferenti dinanzi al grido di dolore di quel popolo e di quella terra, che fu dei patriarchi e dei profeti, perchè noi cristiani d’occidente abbiamo un impagabile debito di gratitudine da oltre 2000 anni”.

Sono le parole del dottor grand’ufficiale Michele Recchia della Delegazione del Santo Sepolcro di Castellaneta che ha prontamente risposto all’emergenza con un segno concreto di € 5.000,00 destinati alla Parrocchia di Gaza.

“In quei giorni è anche affiorata, tra qualche paura, l’idea di incontrare le Comunità di Terra Santa per portare conforto ai fratelli cristiani, bisognosi non solo di un aiuto economico, ma ancor di più di un sorriso, di una stretta di mano, di un abbraccio, di una parola amica – ha continuato Recchia – Così siamo partiti non per visitare i simboli antichi della cristianità, ma per incontrare i simboli viventi di quella stirpe prediletta dal Signore. Sapevamo già dai racconti di abuna Mario Cornioli, segretario del Patriarca per l’Italia, che  dopo quei tristi giorni le strade per i Luoghi Santi erano deserte. Della testimonianza di abuna Mario Cornioli ci siamo resi subito conto già all’inizio del nostro viaggio quando saliti sull’aereo abbiamo visto moltissimi posti vuoti e allo stesso modo in aeroporto a Tel Aviv non c’era la folla dei precedenti pellegrinaggi. Giunti in prossimità di Betlemme siamo stati testimoni di due episodi che sfuggono all’itinerario tradizionale del pellegrinaggio. Nonostante il buio della sera la nostra attenzione è stata attirata da una scena mortificante. Un gruppo di palestinesi, in fila indiana e con passo lento e stanco, si muoveva lungo un sentiero sterrato oltre la cortina di filo spinato per far ritorno a casa. Poco più tardi, siamo arrivati a ridosso del checkpoint che consente l’accesso delle auto a Betlemme, mentre i militari chiudevano il portone di frontiera davanti ai nostri occhi. Istintivamente abuna Mario Cornioli, alla guida del pulmino, ha accelerato nel tentativo di attirare l’attenzione dei militari per entrare a Betlemme, ma questi incuranti hanno continuato senza esitazione”.

“Giunti finalmente a Betlemme ci attendevano momenti di tutt’altro respiro, questa volta di natura balsamica per lo spirito – ha aggiunto Recchia – Dopo aver disfatto le valige, abuna Mario Cornioli ci ha condotti alla Casa dei Bambini Gesù, una casa di accoglienza per bambini disabili della Cisgiordania con storie drammatiche alle spalle. Qui abbiamo respirato aria di Vangelo, profumata dalla santità delle eroine dal nome singolare (pensate una si chiama Gesù e un’altra Cristo), suore argentine giovani e carine, due aggettivi che fanno capire la grandezza della loro scelta di vivere il Vangelo nella terra del Signore. Durante la nostra pur breve visita ci siamo trovati quasi in un campo di battaglia tra gli schiamazzi e la vitalità difficilmente gestibile dei bambini.  La serata si è conclusa con la Celebrazione Eucaristica nella Cappella delle suore e poi tutti a cena a Casa Nova dei francescani dove abbiamo incontrato padre Ibrahim, il frate francescano noto alle cronache di tutto il mondo per aver vissuto e partecipato alle dure vicende del conflitto tra israeliani e palestinesi durante l’assedio armato alla Basilica della Natività di Betlemme nel 2002. Venerdì mattina, dopo una lunga e rilassante passeggiata per le strade della città vecchia di Betlemme e a diretto contatto con la gente del luogo, ci siamo recati a Gerusalemme nel Patriarcato latino per incontrare Beatitudine il Patriarca di Gerusalemme mons. Fouad Twal. L’incontro si è svolto alle ore 12:00 nel salone patriarcale in un clima particolarmente cordiale quasi fosse un incontro di famiglia. Nel salutarci il Patriarca ci ha invitati a ritornare e a farci portavoce di questo suo appello. Per questo ringraziamo il giornale che ci ospita e che ci consente di estendere l’invito ai propri lettori.

Di rientro in Palestina ci siamo trasferiti alle 15:30 nella campagna di Beit Jala, un piccolo paese vicino Betlemme, dove, circondati dagli ulivi e immersi in un mistico silenzio, S.E. il Vescovo Claudio Maniago ha celebrato la Santa Messa alla presenza delle suore, dei bambini della casa di accoglienza, di alcuni volontari italiani dell’Unitalsi e di altri cristiani di Beit Jala accompagnati dal parroco, un momento di preghiera che si ripete da anni per scongiurare la minaccia del governo israeliano di costruire un altro muro della vergogna. Alle 17:30 tutti insieme, con la corona del rosario in mano, al Muro di cemento proprio vicino al punto di confine per accedere a Gerusalemme controllato dai soldati israeliani armati. Essere lì al buio sotto il muro, guardati a vista dai militari, in quel punto critico che divide le due città, in una situazione dove basta poco per una reazione dei militari, metteva addosso un po’ di paura. Eravamo in tutto una ventina, compreso un gruppo di stranieri, alcune suore italiane e la signora Clemence, musulmana palestinese, che abita in un casolare a pochi metri dal muro e a cui hanno lasciato pochi alberi di ulivo, non più sufficienti per tirare avanti. A passo lento abbiamo iniziato la recita del Santo Rosario lungo il muro. La sfida pacifica e coraggiosa  in difesa della pace e della dignità del popolo palestinese si ripete tutti i venerdì dell’anno alle 17:30 nello stesso luogo senza darsi appuntamento”.

“Il sabato mattina, quando l’alba era ancora lontana, dopo essere stati svegliati come ogni mattina dalla preghiera a tutto volume del muezzin della moschea posta a ridosso dell’albergo, ci siamo recati a piedi nella vicina Basilica della Natività per la Santa Messa delle 5:00 nella grotta, un momento di privilegiata intimità pregna di quella vibrante emozione vissuta dai pastori nella Notte Santa – ha poi aggiunto Recchia – Il resto della giornata è stato dedicato a Gerusalemme: il Getsemani, il Santo Sepolcro, il Patriarcato Armeno dove abbiamo visitato tutto il quartiere armeno, una cittadella nella città, la Chiesa di San Marco del Patriarcato Siriaco, dove è avvenuta l’Ultima Cena secondo la Chiesa Siriaca e dove abbiamo ascoltato il Padre Nostro cantato in lingua aramaica, la lingua di Gesù. La domenica mattina, confortati da un sole splendente e caldo, ci siamo avviati col nostro pulmino al seminario di Beit Jala, accolti festosamente dal rettore e dai tanti seminaristi delle scuole secondarie, superiori e di teologia. Alle 10:00 S.E. mons. Claudio Maniago ha presieduto la Santa Messa nella adiacente Parrocchia dell’Annunciazione, gremita all’inverosimile di fedeli, che hanno partecipato alle preghiere e ai canti con trasporto di fede e a pieni polmoni. È stato un giorno di vera festa come da noi nel giorno del Santo Patrono. A fine messa, sul sagrato della chiesa, abbiamo scambiato sguardi e sorrisi e anche chiacchierato con alcuni palestinesi che conoscevano l’italiano”.

“Questo è stato il senso della nostra visita: incontrare le Comunità cristiane e condividere la gioia della fraternità. Non è molto, ma a loro ha dato tanta gioia e tanto coraggio”, ha concluso Recchia.
(Franco Gigante)

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