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Strategie finanziarie anti-crisi – il Bail-in, ovvero il meccanismo di salvataggio degli Istituti di Credito

La crisi  che ha interessato i paesi occidentali, Stati Uniti compresi, ha esordito come una sorta di terremoto sull’economia, la cui prima scossa si è avvertita nel 2008, e si è manifestata con un calo notevole della produzione industriale, del commercio mondiale in generale, e un preoccupante tasso di disoccupazione,  indicatori  eloquenti della stabilità o malessere economico di uno stato.

In Europa, tutti i paesi facenti parte dell’Unione, hanno adottato strategie economiche che dovevano rivelarsi efficaci per riportare in efficienza quei meccanismi del sistema che in qualche modo hanno riportato fratture, comunque problemi tali da innescare quei processi a catena tipici delle peggiori congiunture.

Gli Stati Uniti, con evidente difficoltà, sono riusciti a risollevarsi e a bypassare le conseguenze drammatiche della recessione,  attualmente possono considerarsi ‘fuori’ dalle spire di questa crisi aggressiva e impietosa, non solo per l’Occidente. In pieno clima di globalizzazione, i riflessi si sono fatti sentire anche in quelle economie emergenti che nel terzo millennio hanno esordito con una crescita costante del Pil. I dati ufficiali divulgati dal governo cinese danno un pil che si attesta intorno al 7%, poco meno, anche se gli osservatori economici puntati sull’economia del grande colosso, potrebbero essere stati aumentati, per ovvie ragioni, la Cina è ormai la seconda potenza economica nel mondo, dopo gli States. Tanti sono gli economisti scettici, che non considerano la Cina immune dalle difficoltà economiche, e, sempre secondo le loro stime, la crescita del Pil non sarebbe andata oltre il 3%, manifestando quindi un  notevole rallentamento.

In Europa, soprattutto negli ultimi cinque anni, il settore finanziario è tenuto sotto stretto controllo dalla BCE e dalle Banche centrali degli stati membri, la sua stabilità è fondamentale per l’assetto economico di ogni stato. E’ ovviamente un indicatore importante, quello che rivela lo stato di salute di un’economia, e pertanto diventa un bersaglio sensibile in caso di grave crisi, soprattutto quando si mettono in moto subdoli processi di recessione. L’Unione Europea, e i singoli stati membri, anche quelli che avevano strutture solide e in apparenza invulnerabili alle insidie della crisi ancora in atto, hanno provveduto con manovre d’emergenza, che hanno arginato le conseguenze, ma non le hanno risolte, in qualche caso nemmeno riportate al di sotto della soglia di ‘rischio’.

Nell’ambito dell’Unione sono parecchie le banche che hanno affrontato il dissesto finanziario dovuto alla congiuntura economica, e anche l’Italia, la cui economia si è rivelata fragile e instabile, ha avuto le sue ‘vittime’. Attualmente nel nostro paese sono almeno 15 gli Istituti di credito a rischio.  Già nel 2013 la Commissione Europea aveva approvato le nuove linee guida per gli stati coinvolti nel salvataggio delle banche in crisi. Fino ad allora ci si limitava all’intervento delle rispettive Banche centrali, attraverso manovre straordinarie che dirottavano verso questi istituti ingenti flussi di denaro pubblico. La Germania non ha fatto eccezione, con questi interventi ha salvato parecchi Landesbanken. La Commissione Europea dunque, già due anni fa, ha emanato nuove norme al riguardo, imponendo, per il salvataggio delle banche, anche il concorso degli azionisti e dei creditori. Si tratta, in spiccioli, di rendere più sostenibile per ogni stato membro, il soccorso dovuto all’istituto di credito che va in default, suddividendo pertanto i costi che simili interventi comportano (burden-sharing).

Questo tipo d’intervento è conosciuto ormai con un termine mutuato dalla lingua inglese ‘bail-in’, concetto piuttosto ostico per chi non ha a che fare per professione col mondo della finanza, banche, titoli e mercato finanziario. E infatti, attraverso un sondaggio portato avanti in autunno sull’argomento, in Italia solo una persona su dieci è risultata al corrente del significato del termine inglese bail-in.

Non si tratta propriamente di un fulmine a ciel sereno, nel senso che comunque, i rappresentanti dei governi degli stati membri dell’Unione, avevano già approvato in sede UE queste manovre di risoluzione in caso di dissesto delle banche nei rispettivi paesi. La legge di delegazione europea inserisce pertanto queste norme anche nella legislazione italiana. A luglio scorso la Camera dei deputati ha approvato con 270 voti favorevoli il disegno di legge che recepisce i provvedimenti legislativi della Commissione Europea, prevedendo e introducendo, in caso di crollo dell’istituto di credito, l’intervento diretto dei correntisti e azionisti, affinché la risoluzione del dissesto avvenga dall’interno, senza attendere ‘la provvidenza’ di risorse finanziarie pubbliche. C’è chi definisce ‘rapina’ il provvedimento dell’UE,  non lo si considera né equo né giusto il coinvolgimento forzato dei correntisti che hanno affidato i loro risparmi con fiducia alla propria banca, e non dovrebbero dunque essere scaraventati in una bolgia finanziaria della quale non hanno alcuna responsabilità. In caso di grave difficoltà della banca, si attingerebbe dai correntisti che hanno fondi superiori alle centomila Euro, e agli azionisti, ma è considerato comunque un intervento durissimo, che danneggia il risparmiatore. Purtroppo i tempi sono quelli che sono, si potrebbe anche dirla con un luogo comune, ‘a mali estremi, estremi rimedi’, ma i conti non tornano ugualmente. Non per coloro che quei risparmi li hanno guadagnati magari nel corso di una vita, e poi se li vedono sottrarre da una legge di stato, quello stato che dovrebbe proteggere in questi frangenti, e invece si trasforma in una sorta di rapinatore autorizzato. Il bail-in fatica, com’è nella logica delle cose, ad essere accettato, ma entrerà in vigore il primo gennaio del 2016.

Gli interventi di ‘aggiustamento’ della situazione finanziaria da parte delle Banche Centrali, è in continuo aggiornamento, si spera in un innalzamento degli indici relativi ai dati dell’inflazione, piuttosto piatta negli ultimi anni, la deflazione ha condizionato parecchio  scelte importanti in questo ambito. La Fed negli USA, rilevando alcuni dati incoraggianti di ripresa, è propensa ad aumentare i tassi d’interesse, fermi da quasi dieci anni, forse intorno allo 0,25%, le previsioni di ‘dovish’ sembrano ottimistiche. La congiuntura del momento dovrebbe essere di transizione, di passaggio verso una sponda più stabile. Il Caronte compiacente sarà determinato appunto dai segnali che vengono dai mercati e dai tanti indicatori economici, e punta alla ripresa, al superamento della fase più acuta della crisi, che nel volgere di poco tempo, dal 2007 in poi, si era avviata verso la recessione, il peggiore trend dopo decenni, che in definitiva ha obbligato a manovre dure, dette di ‘hawkish’ – altro termine che viene dalla lingua inglese e che significa appunto provvedimenti estremi, duri.

Per fortuna il sistema bancario italiano presenta anche panorami che tranquillizzano il risparmiatore, tante sono le banche solide in grado di garantire, anche secondo i resoconti del mercato finanziario, i risparmi dei correntisti e un buon investimento in titoli. La top-ten degli istituti di credito considerati più stabili nel nostro paese, non suscita molte sorprese, dato che si tratta di risultati consolidati nel tempo. Non è semplice districarsi in questa delicata materia, ma non potendo analizzare i bilanci e i ratios patrimoniali, ci si può tenere però aggiornati attraverso l’andamento del mercato finanziario. Quello è chiaro, in perenne aggiornamento, e fornisce dati attendibili, anche ai più profani. Da un’attenta analisi si può dedurre la sorte di un certo titolo e la sua performance in un determinato periodo di tempo.

Le migliori, dunque, secondo le ‘pagelle’ delle agenzie di rating (le più accreditate a livello mondiale sono Standard & Poor’s e Moody’s), in Italia sarebbero una decina, forse meno. Gli analisti delle principali agenzie, per valutare la stabilità patrimoniale di un istituto di credito, usano come riferimento un indicatore definito con il termine inglese ‘Common Equity Tier 1’ – il parametro più importante che ha una base di calcolo sul rapporto esistente tra il capitale della banca e le attività investite sul mercato, che possono riguardare i conti sui prestiti ai clienti e i titoli obbligazionari in proprio possesso. Tale patrimonio è valutato secondo il rischio che presenta, dunque secondo criteri di qualità. La migliore banca sarebbe la Finecobanck, il cui Cet 1 ratio supera il 20%. Seguono, sempre secondo questi parametri di affidabilità patrimoniale, Mediolanum, Banca Ifis, Banca Generali, quest’ultima fra le più stabili sul mercato. Tali Istituti sono i migliori in assoluto, fanno seguito Banca Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, e qualche altra  il cui Cet 1 ratio si attesta poco sopra la media nazionale. Secondo le direttive della BCE, il Cet 1 ratio deve superare l’8%.
(Virginia Murru)

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