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Storico accordo in Germania: riduzione dell’orario di lavoro a 28 ore settimanali

Le perplessità sull’orario di lavoro settimanale sono aumentate in Italia dopo le conquiste  dei lavoratori metalmeccanici tedeschi, i quali hanno deciso di portare avanti azioni di mobilitazione sindacale, tramite la IG Metall, per obbligare le industrie del settore metalmeccanico ed elettrico a negoziare sulla riduzione dell’orario di lavoro.

Lo sciopero nel Land tedesco Baden-Wurttemberg ha ottenuto i risultati sperati, pochi giorni fa la IG Metall ha firmato l’accordo per il rinnovo del contratto collettivo. Ma non è un negoziato che riguarderà un solo Land, sarà esteso alla Germania intera, e riguarderà quasi 4 milioni di lavoratori metalmeccanici ed elettrici.

L’organizzazione del lavoro è diverso rispetto a quello italiano, non è previsto un autentico contratto nazionale, ma è certo che i metalmeccanici tedeschi che si sono astenuti dal lavoro le scorse settimane, hanno portato l’orario di lavoro settimanale a 28 ore, senza penalizzazioni salariali.

L’accordo che è stato appena siglato fissa un aumento dei minimi retribuivi del 4,3%, a partire dai prossimi mesi. Fino a marzo ci sarà la copertura garantita da una tantum di 100 euro. Il nuovo trattamento economico prevede invece per il 2019 l’erogazione di due aumenti annui, il primo sarà pari ad un importo di 400 euro per tutti, e un altro sarà del 27% del salario mensile percepito dal lavoratore. L’accordo stabilisce infine che nel 2020 tali concessioni siano integrate nei minimi retributivi.

Ai miglioramenti di carattere salariale si aggiunge l’autodeterminazione dell’orario di lavoro, che entro certi limiti, su base volontaria, verrà incontro alle esigenze della vita personale e familiare del lavoratore,  interventi applicati a partire dal prossimo anno. Pertanto, ogni lavoratore, con parziale diminuzione del salario, avrà diritto di ridurre l’orario settimanale fino a 28 ore, per un minimo di 6 mesi e un massimo di 24. La compensazione in termini di salario (perso) sarà dunque parziale. I lavoratori che usufruiranno dell’autodeterminazione dell’orario di lavoro, per esigenze di carattere familiare, come l’assistenza di persone affette da particolari patologie o anziani,  cura dei figli fino ai 14 anni di età, potranno scegliere di rientrare poi nei ritmi dell’orario a tempo pieno. Il sindacato IG Metall, con accordi così importanti, svolte quasi storiche, ha voluto mettere in rilievo, al di sopra di tutto, il miglioramento della qualità della vita.

Le categorie di lavoratori che rientrano nelle attività usuranti, dal 2019 potranno anche scegliere di rifiutare il sussidio supplementare, e optare per 8 giorni di pausa, parzialmente retribuiti (2 pagati dall’azienda).

I lavoratori in Germania sapevano che potevano esigere di più, per ragioni quasi ovvie: l’economia tedesca continua ad andare avanti a vele spiegate, in passato, per favorire la produttività, si è cercato di contenere le concessioni, contribuendo in tal modo alla crescita della produzione industriale, e in generale al benessere dell’intero paese. Sono arrivati i tempi, secondo le battaglie dei sindacati, di chiedere un congruo riscatto. E i vantaggi li hanno ottenuti.

Le lotte per diritti di carattere civile  mettono la Germania ai primi posti in Europa nell’organizzazione del lavoro e nella qualità della vita dei lavoratori, condizione che è peraltro un buon indicatore dell’andamento economico di un Paese.

In Italia, con la L.104/92, l’orario di lavoro si è abbassato fino alle 35 ore settimanali (32 ore se si considerano i permessi retribuiti annui, allorché sia provata con documentazione medica l’infermità del familiare). La Germania ha ampliato lo ‘spettro’ in termini di tempo, per favorire l’assistenza di familiari anziani o infermi e bambini, con i controlli e il senso di responsabilità tipico della disciplina tedesca.

Da ricordare che in Germania, da alcuni anni, è in vigore il salario minimo legale, che è di 8,5 euro per un’ora di lavoro, applicata in settori e lavori a basso reddito.

Gli italiani di certo totalizzano un numero di ore lavorative annue superiore a quella dei tedeschi, danesi, olandesi e scandinavi, lo mette in rilievo anche una ricerca del World  Economic Forum. Lavorare meno dunque non inciderebbe sulla congiuntura economica, sarebbe retaggio della cultura del passato tale convinzione. Lo afferma  il dott. Daniele Archibugi, dell’Istituto di Ricerche sulle Politiche Sociali del Cur:

“In futuro l’economia non sarà basata su questi parametri, a parte le categorie di lavori con bassi livelli salariali, in primo piano sarà il risultato di quello che si realizza.”

Grecia e Messico sarebbero gli Stati più penalizzati in termini di orario e qualità del lavoro, ma sempre secondo le considerazioni di Archibugi, proprio queste economie poco solide devono compensare la scarsa produttività, la mancanza di mezzi finanziari e infrastrutture, con orari ben più pesanti.

Che tra i paesi europei, l’Italia sia il paese in cui si lavora di più e si percepiscano salari più bassi, non è purtroppo un’opinione. I lavoratori italiani si collocano in posizioni poco lusinghiere, in una delle tante ricerche portate avanti da Istituti specializzati: si trovano nella 14° posizione del ranking, e si va ancora più in fondo alla classifica (17°), allorché si consideri l’effettivo potere d’acquisto del salario.

Sono realtà che sfuggono anche alla logica, dato che, secondo studi portati avanti dall’Office for National Statistics, aumentare il livello dei salari significherebbe incentivare i consumi, e dunque creare un movimento positivo per l’economia, il contrario invece la renderebbe asfittica, fragile e vulnerabile.

E allora ha ragione Briatore, quando si chiede: “ma come si può vivere con 1.300 euro al mese? Inconcepibile!” Inconcepibile per un miliardario, ma non per tutti quei lavoratori che ogni mattina allungano la fila disciplinata dietro i cancelli delle industrie, o delle piccole e medie imprese; per loro è una trincea quotidiana la lotta per fare quadrare i conti. Ed è normale invidiare “vicini di casa” come gli svizzeri, che invece percepiscono gli stipendi più alti in Europa.

La riduzione dell’orario di lavoro non è una conquista ottenuta all’improvviso dai metalmeccanici tedeschi, è un trend che ha registrato miglioramenti notevoli già da decenni, la graduale riduzione dell’orario ha interessato praticamente tutti i paesi europei. In Germania si è passati da 1.528 ore medie annue (settore privato), a meno di 1.400. In Francia da 1.600 si è passati a 1.480, in Spagna da 1.755 a 1.690. In Italia da un tetto di 1.856 ore medie annue (nel 1995) a 1.725.  Dati che confermano la tendenza, e mettono in evidenza che l’Italia, tra i paesi più avanzati del Continente, è quello in cui si lavora di più. Tranne il settore della Pubblica Amministrazione, qui i dati sarebbero in contro tendenza, anche se, in termini di produttività, sarebbe discutibile, e suscettibile di considerazioni diverse.


I paesi del nord Europa sono quelli che hanno un tenore di vita migliore in termini di orario lavorativo (e non solo..). In Norvegia e Danimarca si lavora 33 ore a settimana, e già si sta pensando ad una riduzione fino a 30. L’Olanda sembra ancora più privilegiata in questo ambito, dato che si lavora 4 giorni la settimana.

I più stakanovisti sarebbero gli inglesi, con orari che superano anche i nostri: siamo ad un tetto massimo di 48 ore, con una media di 42,3 ore settimanali.

Potremmo consolarci con questi dati, ma il fatto è che l’economia del Regno Unito procede con una marcia ben più solida della nostra.


Una società fiduciaria, in Nuova Zelanda, la “Perpetual Guardian”, si appresta a imitare le conquiste degli Stati più progrediti in termini di riduzione dell’orario di lavoro. E’ in via di sperimentazione per i 200 dipendenti la settimana  di 4 giorni, retribuiti però come fossero 5. Il fine è dei più lungimiranti in termini di diritto del lavoro, ossia creare le premesse per un lavoro a misura d’uomo nel XXI secolo.

Nessuno, quando ne ha annunciato la realizzazione, gli prestava molta attenzione, ma Andrew Barnes è un britannico ostinato, che ha fondato la società e intende portare all’avanguardia la qualità del lavoro.

Al momento la nuova ‘piattaforma’ lavorativa sarà avviata come test per un mese e mezzo circa, qualora i risultati fossero quelli sperati, da luglio di quest’anno sarà applicata a tutti gli effetti.
(Virginia Murru)

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