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Storia sconosciuta del “Campo della fame” di Taranto: vi furono rinchiusi i repubblichini in condizioni disumane

Rivelata, in una conferenza, la storia mai scritta del famigerato “Campo S”, a nord di Taranto, un campo di concentramento per soli militari della Repubblica Sociale Italiana, tenuto in piedi per un anno dopo la fine della guerra. Il Campo S era detto anche “campo della fame” perché  la metà degli originari 20mila prigionieri morirono di freddo e fame, e chi si salvò lo dovette alla generosità dei familiari, di parte della popolazione e soprattutto della Chiesa tarantina spinta dal vescovo mons. Bernardi e dal suo vicario, il giovane sacerdote destinato poi a diventare arcivescovo di Taranto per oltre trent’anni: mons. Guglielmo Motolese.

Se qualcuno, a Taranto, ha sentito parlare  mai del Campo S, gestito dagli inglesi a nord del Mar Piccolo, di fronte a dove ora sorge l’ippodromo, lo deve proprio al presule che qualche volta ne aveva accennato non per darsi meriti, ma per testimoniare la generosità dei tarantini.

A ricostruire per la prima volta tutta la storia, e a parlarne ai soci dell’Associazione Culturale Nuova Taranto, è stata la pubblicista Dina Turco un cui zio sacerdote, don Bruno Falloni,  era uno dei cappellani della X Mas e aveva seguito i suoi ragazzi nell’odissea.

Dina Turco, che non ha ancora steso in volume questa storia, è stata presentata dal presidente dell’Ass. Nuova Taranto, Giampaolo Vietri, che ha sottolineato la passione della relatrice nel compiere una ricerca storica importante e complessa.

Secondo la ricerca della Turco, i prigionieri arrivarono a Taranto, dal campo di  Afragola, il 4 giugno 1945, già un mese e mezzo dopo la fine della guerra. Arrivarono chiusi in carri bestiame, senza cibo, acqua e servizi igienici. Qui li attendeva il Campo S , gestito dagli inglesi:  un insieme di dieci recinti (chiamati “pen”, pollaio) dov’era già internato un gruppo di prigionieri russi. Qualche giorno dopo, gli italiani furono imbarcati sulla nave “Duchess of  Richmond” destinazione  il 211esimo campo di Algeri contrassegnato da uno striscione con due forche e la scritta “Per i traditori fascisti”. Dopo otto mesi di drammatica prigionia in Africa, e decimati da fame, dissenteria, freddo e caldo, un altro piroscafo riportò i prigionieri in patria ma non liberi, bensì per essere nuovamente rinchiusi nel Campo S di Taranto (chiamato anche Campo Sant’Andrea perché vicino all’omonima masseria) in attesa di giudizio per verificare se si fossero macchiati di crimini.

Era il 13 febbraio 1946 e una insolita neve accolse i circa diecimila sopravvissuti. Nel campo i prigionieri stavano sotto tende, sdraiati sulla nuda terra. Freddo da morire e poi fame, fame e fame.

Intanto, si era mosso mons.  Motolese e tanti parroci (una particolare menzione meritano don Celestino Semeraro di Fragagnano e don Nebbiolo) che organizzarono  camionate di viveri e indumenti. Un giorno arrivarono quattro camion carichi di viveri che innalzavano sui cofani bandierine del Vaticano ed erano accompagnati ognuno da un sacerdote. Ma anche tante famiglie tarantine che avevano i propri ragazzi tra i prigionieri cominciarono col lanciare fagotti contenente pane e indumenti al di là del filo spinato, per poi, gli ultimi giorni, stazionare fuori – anche loro al freddo – per protestare contro la mancata liberazione.

Infatti, si era sparsa la voce che i prigionieri (sempre degli inglesi) sarebbero stati liberati , ma invano. Fu il 9 aprile che accadde un incidente che innescò la rivolta del campo. Un’anziana madre si avvicinò al recinto con un fagotto di gallette e chiamò a gran voce il figlio. Quando questi accorse, la donna lanciò il pacco che, però, finì sul filo spinato. I tentativi del giovane di recuperare il cibo, tra le urla di minaccia della sentinella e le urla di terrore della madre, si conclusero quando la sentinella esplose alcuni colpi di fucile  che ferirono il ragazzo all’addome e a un braccio. Mentre soccorrevano il giovane prigioniero, nel campo si scatenò una rivolta. Smantellate le recinzioni dei singoli Pen, i prigionieri si riunirono e un tale che si faceva chiamare “Rasputin” incitò alla fuga. I reclusi riuscirono ad aprirsi un varco nella recinzione più esterna, ma la fuga non andò oltre i cinquanta metri e,  sotto la minaccia delle mitragliatrici,tutti furono bloccati e nuovamente  riportati nel campo.

Gli ufficiali italiani parlamentarono con il comandante inglese  - della delegazione faceva parte l’asso degli aerosiluranti Marino Marini -  e solo così si venne a sapere  che i P.O.W. (prisoner of war) dovevano essere liberati  al loro ritorno in patria, ma il governo italiano non voleva che tornassero liberi.

Il giorno dopo, 10 aprile 1946, i prigionieri cominciarono ad uscire dal campo senza che le sentinelle inglese reagissero.  Anche molti dei militari italiani non tarantini preferirono rimanere  a Taranto perché temevano ciò che accadeva nelle regioni del centro-nord, quello che poi fu chiamato il triangolo della morte.

Il 13 aprile  il quotidiano tarantino La Rinascita (direttore Franco Ferrajolo)  accusò le autorità italiane perché “…Pare abbiano temporeggiato e, comunque, ascoltando le richieste socialcomunisteazioniste, hanno pregato il Comando generale alleato di Caserta di mantenere quei prigionieri ancora nel recinto”. Il motivo, ovviamente, era  tener fuori quei diecimila uomini dalle imminenti elezioni per l’Assemblea costituente e dal referendum monarchia-repubblica del 2 giugno.

E’ una pagina davvero poco conosciuta quella del Campo S o campo Sant’Andrea o “campo della fame”: è una pagina triste ma anche una testimonianza dell’umanità del popolo tarantino e della Chiesa con i suoi pastori. Ai quali non importava che scelta avessero fatto quei giovani all’indomani dell’armistizio badogliano. Scelsero la parte sbagliata? Forse. Il grande Giorgio Albertazzi, che fu repubblichino (come Dario Fo, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello  e tanti altri a cui però non è mai stato rivolto rimprovero) in una intervista del 2015, un anno prima della morte, disse con grande saggezza: “Andai a Salò come tanti ragazzi, convinto che lì si combattesse per l’Italia, ma con altro spirito, e soprattutto consapevole che in quel momento stavo dalla parte di chi già aveva perso”.

Perché, forse,  avere la forza di stare dalla parte dei perdenti dà, a se stessi, una dolce sensazione di vittoria morale.

(Nella foto, Vietri e Turco durante la conferenza e un vecchio articolo de La Rinascita)
(Antonio Biella)

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