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Stile e potenza narrativa di una scrittrice italiana candidata al Nobel per la letteratura: Giovanna Mulas

L’originalità, lo stile diretto, agile, incisivo, e soprattutto personalissimo, caratterizzano le opere di Giovanna Mulas, scrittrice italiana che è stata insignita dei più alti riconoscimenti in ambito letterario, e ben due volte è stata candidata al Premio Nobel.

Leggendo le sue opere ci si rende conto che non è il solito raccontare, anche i sassi parlano fra le righe, sono immagini che non riflettono ombre, forse perché l’ideazione attinge spesso dalla realtà .

Ma non è solo questo, è quell’evocare atmosfere vissute, il trasporre immagini che ancora sussultano, mentre osa accostare emozioni violente a delicate sensazioni,  delineando, malgrado tutto, un avvicendarsi d’eventi che coinvolgono e avvincono  con magnetismi ed espedienti narrativi di notevole rilievo.

La Mulas riesce a fare viaggiare il pensiero e a condurlo agli avamposti di un passato ancora vivo, palpitante; il suo raccontare è come un passo lieve e paradossalmente energico, impetuoso. Sa portare l’attenzione del lettore negli angoli più riposti e inesplorati dell’animo umano, con naturalezza, senza forzature, proprio perché raccoglie a piene mani dalle miniere dell’estro materia viva, che non ha necessità d’essere estratta o plasmata: il suo è un porgere e un porgersi schietto, con rare riserve o invettive sul destino.

E’ un passato recente quello che scorre con l’impeto di un torrente in piena, un passato che nel dire poco ha già testimoniato abbastanza, come accade nel romanzo “Lughe de chelu e jenna de bentu”, capolavoro che le è valsa la candidatura al Nobel. Tutto s’innalza in questa storia d’eclettiche visioni, il pensiero della scrittrice s’inoltra nei fondali dell’infanzia e poi riemerge oltre il disincanto di un’età più consapevole, una gioventù tormentata, che si avvale della dissimulazione con gli estranei pur di farla franca con gli sguardi indiscreti altrui. Coloro che, non di rado, vorrebbero rivestire il ruolo di un dio di carne, pur di atteggiarsi a giudici, perfino dei passi non compiuti, o di quelli che, in regime di semi-libertà, si è osato compiere.

Tutto s’innalza in vertici di memoria, e rimbalza talvolta nei meandri oscuri di ciò che non può essere dimenticanza, oblio, perché al di là di questo percorso dissestato ci sono i cingoli dell’esperienza, a segnare il perimetro di un tempo che ha chiuso i propri argini alla luce, tramite prove durissime, ai limiti della tolleranza umana, borderline direi. E perfino della sopravvivenza fisica. Tutto questo ha una sua chiave di lettura, nonostante i riferimenti ad eventi traumatici vissuti dalla scrittrice stessa, che non ne contestualizza il corso mediante descrizioni dettagliate, ma portano inequivocabilmente in questo versante. E siamo nel campo minato della violenza, in particolare sulla donna, tema molto caro a Giovanna Mulas, che si è sempre fatta interprete di queste voci sommerse, a volte occultate dai troppi rumori inutili di una società che non illumina mai abbastanza questi angoli acuti del nostro tempo.

Lughe de chelu e janna de bentu, è senza dubbio l’opera che più la rappresenta e caratterizza. Il profilo della protagonista viene portato in luce con tecniche narrative di rara efficacia, proprio per quella sua tendenza a scandagliare in profondità gli aspetti più reconditi del vissuto, e dell’animo umano in generale.

Autobiografia romanzata, e’ stato scritto in tre mesi; di getto, istinto puro, dolore, vita e morte, sopravvivenza. L’ ho scritto nel momento più difficile della mia esistenza, quando pensavo convinta, da donna e madre prima che scrittrice, che mai più sarei stata in grado di scrivere né, soprattutto, di vivere. Ed una sorta di pudicizia bambina, figlia di retaggio culturale prisco, ancorato alla pelle sarda prima che alla mente, m’ ha accompagnata per tanto, forse troppo tempo prima di riuscire a parlare del libro con la libertà che merita, prima di comprendere io stessa, autrice, che la mia libertà poteva divenire col tempo, tramite la maturità e l’esperienza, libertà di altre libertà. Il libro “è (…) sgocciolato da una mente ad un foglio, da un cuore ferito nell.intimo e, perciò, autentico. E. sin troppo facile precipitare nelle profondità della propria psiche; impresa ardua è risalirne sani, l’uscirne indenni. E’ un viaggio…”

Esistono ferite, nella vita, che mai si rimargineranno. Il tempo potrà ammansirle, quietarle, vestirle di una nuova prospettiva di saggezza e serenità. Ma mai, mai queste ferite potranno cicatrizzarsi del tutto. Vuoi perché sono troppo profonde, vuoi perché, oramai, fanno parte di noi e solo con noi scompariranno. E ogni volta che una donna, una sorella, muore per mano di un amore malato, la mia ferita grida ancora. Griderà tutta la vita, lo so. A volte vorrei che smettesse, a volte io stessa ho voluto smettere. Ma il richiamo alla vita è sempre stato più forte, maledetto, istintuale. La vita stessa mi ha chiamato quando pensavo di non avere più nulla da darle, né da risponderle. Ed è anche per questo che io, oggi, sono qui a raccontarlo. A scrivere queste righe è una donna diversa: forse più forte o forse no ma che in un capitolo nuovo, questa nuova vita, vive l’amore vero, amata di stesso amore. Ciò che ogni donna è portata fisiologicamente a vivere e dovrebbe vivere: in piena libertà di scelta, in dignità, in purezza. Curioso che, ad oggi, si debba rimarcare che ad una donna la libertà spetta di diritto, per nascita.

Lughe de Chelu è una storia come tante, per raccontarla volo indietro nel tempo al 2001 in un’apparentemente tranquilla piccola città di provincia, la mia Nuoro: una richiesta di divorzio dall’uomo che allora era mio marito, tre tentativi di omicidio dei quali l’ultimo, per strangolamento ed accoltellamento, avvenuto davanti agli occhi dei nostri quattro figli, allora tutti minori. Sospesa tra la vita e la morte, il limbo. Di quei giorni ‘non miei’ ancora oggi porto il ricordo nebuloso, incerto, vacuo quasi. Gli infiniti perché, il pozzo profondo della depressione, il buio, la crisi artistica: perché io ero viva, perché i miei figli avevano dovuto assistere a tutto questo, perché lui aveva tentato il suicidio, perché lui a me, proprio a me… che fino al giorno prima aveva ripetuto di amare alla follia. Ecco, questa è probabilmente la parolina magica: follia. Ma non rappresenta IL Tutto: sarebbe riduttivo parlare soltanto di follia, e offensivo nei confronti di quelle sorelle che, per mano di un amore malato, hanno perso la vita o il sorriso o la speranza… donne che, in ogni modo, si sono perse, forse dentro loro stesse e non sempre riuscendo a ritrovarsi.

Lughe de Chelu è il diario di un viaggio, un mio viaggio che è anche quello di Marina, di Annette, di Ivy, di Edith, di…e di… . Troppi nomi, e croci. Viaggio nell’ipocrisia, nei tristi, malsani pregiudizi di donne nei confronti di altre donne, noi che dovremmo essere sorelle e unite di quella forza che la Natura già ci dona, semplicemente perché donne, creatrici, mestruate sempre, partorienti di energia. Viaggio in una chiesa misogina, potere al servizio del potere, in uno Stato che tenta di curare la donna vittima di violenza ma, paradossalmente, lo fa senza intaccare la radice della violenza quindi senza punire severamente chi la attua.

La violenza si nutre di omertà, di mala cultura, di informazione perversa, di Non legge. E’ fondamentale denunciare la violenza: oggi, domani e sempre. Insegnare la Non violenza.
E che finalmente in questa Italia da emergenza femminicidio si faccia  una legge che punisce chi commette violenza, una legge che tuteli la donna dal momento stesso in cui comincia ad odorare il dramma. Giustizia vera contro la violenza.

Non puo’ dirsi Stato, quello che non e’ in grado di garantire incolumità ai piu’ deboli. E Stato siamo tutti noi.

Cosa pensa della donna del nostro tempo, è riuscita a riscattarsi, o è vittima più che mai di una società misogina e quasi indifferente alla violenza che ancora subisce?

Non e’ facile, vivere da donna. Non e’ facile nascere donna, non lo e’ stato mai. Anni fa ci fu chi mi scrisse “…visto il tuo aspetto faresti prima e bene a farteli sul marciapiedi, i soldi per mangiare”. Ricordo poi un simpatico editore di fama che, incontrandomi per la prima volta, rimase spiazzato dal fatto che io, sarda, non avessi i baffi e il fazzoletto nero a coprire i capelli. Figli di madri troppo madri, Figli di cultura malata, misogina, Non Cultura sulla quale dobbiamo lavorare costantemente, con coraggio. Su una Legge che, ripeto, davvero tuteli la donna in quanto tale, e non cosa. Meritocrazia. Credo che in questa miserrima Italia ci siamo talmente abituati all’improvvisazione, alla corruzione quindi alla mediocrita’ che la capacita’ vada a provocare sorpresa, sdegno quasi… .

Potrei parlare ore d’ indifferenza o individualismo, so quanto la meschinita’ umana venga fuori nel momento stesso in cui l’altro e’ piu’ debole, bisognoso di sostegno. Miseria umana, appunto. O legge del branco. Si dice di Quote Rosa, Donne con le Gonne, che il destino delle donne e’ essere madri e altre supercazzole deSnaturate che ci fanno rimpiangere, per l’ennesima volta, di essere nate Donne. Penso che la consapevolezza debba nascere in primis dalle Donne. Cosi’ come il rispetto, verso se stesse, da donna a donna. E’ la ‘mia’ sorellanza? Si, Sorellanza. Che non significa perdere in femminilita’…paradossalmente la specie maschio ci porta a corazzarci, indurirci, renderci piu’ simili a lui. Il rischio maggiore sta in una donna che perde se stessa, che fa l’uomo. Forse si tratta di scegliere tra la pillola blu e la rossa: una Verita’ o il ritorno all’inconsapevolezza. Le mezze misure non esistono…tra i voli alti ed un ciondolare radenti, mai superando la rete di contenimento. Se prendi la pillola rossa ti conosci e Conosci finalmente e davvero, ma poi non puoi piu’ tornare indietro, accada quel che accada. Conosci i tuoi diritti di Donna, perche’ sei qui e cosa puoi fare per te e le altre, ora. Qualcuno la chiama consapevolezza, io preferisco chiamarla conoscenza. La forza piu’ grande di una Donna. Onanismo intellettuale? Puo’ darsi. Cadere in noi, viaggiarci…penso che soltanto in questo modo, poi, si sara’ in grado di penetrare gli altri, comprendere l’Umanita’ oltre il Velo della normale indifferenza che l’avvolge, o anche soltanto, semplicemente, accettare la diversita’, lontano dal pregiudizio, dall’ipocrisia. Penso anche che la donna sia destinata dalla Natura ad un volo alto, senza rete. Donna e’ Natura, una Natura Dio, ciclo, partoriente portatrice di Energia…la Donna e’ Dio, amica mia.

E’ affascinata dal mondo latino-americano, cosa l’attrae in particolare di questo popolo, al di là dell’aspetto affettivo e personale? La cultura, la gente?

Il latinoamericano e’ popolo che profuma di quell’unita’ perduta da noi europei, di purezza gioiosa, nonostante le ferite della storia. Credo che prima di mettere piede in latinoamerica debba avvenire un click, dentro. Un click che spalanchi occhi e mente alla verità che attende paziente, appena varcherai quell’Exit all’aeroporto: l’America non è New York e Stati Uniti, come da sempre è dato da bere a noi europei fin da tenera età. L’America non è poliziotti fighi e buoni dalla mascella grossa, ‘guerra di pace’ e croci al milite ignoto, film e telefilm yankee di famiglie bionde, belle, magrissime e felici, di successo, Gold’S Gym e beveroni dietetici miracolosi per ragazzone vitaminizzate, da Boutique Cavalli. Gli Stati Uniti rappresentano una piccola parte della mappa, e non certo la migliore. Deve acchiapparti un qualcosa che ti prepari al dopo, a ciò che hai letto solo in parte sui libri di scuola, immaginato solo in parte con Marquez, Mercedes Sosa o le riviste di una sinistra italiana che, in parte, è già destra, o ascoltato da qualche amico convinto di aver fotografato l’El Dorado, a lamenti per il costo salato della visita guidata. E magari l’hai fatto sorridendo, ascoltare intendo, pensando che si, che quella del latinoamerica in fondo è gente del terzo mondo, caduta in disgrazia non si capisce come e perché, sempre troppo allegra e un pò alla tanos, come loro chiamano noi italiani, alla napoletana, sfigati allegri che forse neppure le lavatrici conoscono. Non come gli europei fashion per il Colosseo e i cinesi a frotte a visitarlo. O il Festival di Sanremo. Penso che il click vero debba avvenirti prima nelle viscere, poi nel cervello. Quando cominci a odorare, non richiesto, un’aria non tua, già violentata, dominata storicamente da quel Destino Manifesto statunitense.  Tu Devi metabolizzarti diverso: superbo, ammaestrato, addestrato dalla nascita come dominatore ma, in realtà, piccolo e banale schiavo, salottiero, plagiato dal sistema. Penso pure che se quel click non lo senti tanto vale che resti a casa, in umile accettazione, affondato in poltrona a ubriacarti di bugia fino alla fine dei tuoi giorni ché in fondo, come diceva mia nonna, la verità va incontro soltanto a chi ha il coraggio di cercarla.

Ma del resto, la mia, è solo la visione di un’europea

Un’opinione sulla cultura italiana del nostro tempo, e dei suoi interpreti.

Il capitalismo è il peggior nemico dell’umanità: crea individualismo e guerra. Mentre è interesse dell’umanità lottare per cambiare la situazione sociale ed ecologica del mondo. Le idee, il pensiero, non debbono essere proprieta’ esclusiva degl’ intellettuali annoiati, o dei partiti politici. Luce e piu’ luce, verita’ agli Uomini e alle Donne: una cultura della cultura, che ostacoli decenni di individualismo imposto, ritorno alla piazza sempre appartenuta al popolo che l’ha dimenticata. Non lasciare spazi dove tutto cio’ contro cui lottiamo in tanti, resistiamo (quel sistema del consumo mentale e fisico, amorfo, placebo), possa risorgere ancora. Resto convinta che, a livello intellettuale, occorra lavorare di piu’ e meglio nella trasformazione di coscienze (da quel Cum-scire latino, “sapere insieme”) anestetizzate; occorre respirare quindi soffiare coscienza di classe proprio li’ dove le coscienze creative sono state schiacciate, nascoste, sequestrate dalla societa’ del consumo. Ma per contrastare, contestare anni di dominazione mentale in tutte le classi sociali -in primis, lo sappiamo, in quella vulnerabilissima classe media- e’ necessario utilizzare strumenti teorici forti, adeguati, e dialettica, confronto, critica costante. “…Candela, oh candela, nell’anno dei serpenti mi guardi e sorridi, e in quella fiamma tremula naviga il sorriso dell’inganno… Io lo so, oooh si, lo so. Mi chiedi dove sillabavano, ieri questi pennivendoli, aspiranti dei, falsi d’autore che rispondono non chiamati al pomposo nome d’intellettuali, quando l’imperatore già nudo sedeva e tutti per convenienza zittivano, dov’erano genuflessi gli ani-Savi, gli Eco-lobbisti? E dov’erano le Conche da salotto, in paramenti a difesa della donna, ogni volta che una donna è stata offesa dal suo imperatore? Amica mia, provo tristezza per un popolo talmente disperato – eppure non ancora cosciente – da affidarsi cieco e sordo a quei falsi profeti che a tutto mirano, tranne che alla consapevolezza del popolo…”.
(
da Di Carne Assente o Il Monologo della Candela)
(Virginia Murru)



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