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Spezia. “I relegati libici a Ustica dal 1911 al 1934”. Una mostra foto-documentaria al Dialma Ruggiero

La Spezia. Venerdì 13 gennaio alle 17, negli Archivi Multimediali Sergio Fregoso presso il Centro Giovanile Dialma Ruggiero (Via Monteverdi, 117), verrà inaugurata la mostra foto-documentaria “I relegati libici a Ustica dal 1911 al 1934”. L’iniziativa è a cura dell’Istituzione dei Servizi Culturali del Comune della Spezia, dell’Autorità Portuale della Spezia, dell’Associazione Culturale Mediterraneo e del Comitato italo-libico Ma’ an Li – I Ghad Insieme per il domani. La mostra, curata da Vito Ailara e Massimo Caserta del Centro Studi e Documentazione dell’isola di Ustica, sarà esposta fino a venerdì 10 febbraio. Fotografie, documenti, articoli di giornale, cartoline e testi descrivono una delle pagine più vergognose del nostro colonialismo: la deportazione dei libici a Ustica da parte dell’Italia giolittiana, nel 1911 e poi nel 1915, e la  successiva deportazione durante gli anni del fascismo. Giovedì 19 gennaio alle 17 una tavola rotonda, nell’Auditorium del Centro Giovanile Dialma Ruggiero, discuterà del tema affrontato dalla mostra, collegandolo alla secolare storia dei rapporti tra Italia e Libia, fino ai nostri giorni, quelli della rivolta che ha liberato il Paese africano dal regime di Gheddafi. Parteciperanno storici e esperti; saranno inoltre presenti due rappresentanti del nuovo Governo libico, Saad Takruon e Abdussalam Dertz. La nostra città è particolarmente interessata a stabilire nuovi rapporti con la Libia, perché molte imprese vi hanno operato o potranno operarvi in futuro. Il legame di Spezia con la Libia si è rafforzato in questi mesi, appena scoppiata la rivolta, perché la più importante esperienza di aiuto umanitario della cooperazione italiana è stata ed è quella attuata dal Comitato italo-libico Ma’ an  Li – I Ghad, di cui fa parte l’associazione Funzionari senza Frontiere, presieduta da Giorgio Pagano. La missione umanitaria è stata finanziata anche da Ligurian Ports, l’associazione dei porti liguri presieduta da Lorenzo Forcieri, Presidente dell’Autorità Portuale della Spezia.

NOTA SULLA MOSTRA
Con immagini e documenti viene ripercorsa la vicenda dei libici deportati a più riprese nell’isola, non tralasciando di aprire una finestra sullo scenario delle condizioni di vita della popolazione locale.
La mostra copre un periodo di ventitrè anni, dal 1911 al 1934, dall’Italia coloniale di Giolitti a quella imperialistica di Mussolini.
Era il 28 ottobre 1911, quando dalla nave Rumania sbarcarono nell’isola, scortati da Bersaglieri, novecentoventi libici, deportati come ritorsione ad azioni di resistenza all’invasione italiana.
I libici, debilitati dai gravi disagi del lungo viaggio, dagli stenti, dalle condizioni igieniche precarie dei cameroni in cui furono poi alloggiati, furono colpiti da colera e da altre affezioni.
Nonostante l’azione umanitaria e civile del Delegato di Pubblica Sicurezza Antonino Cutrera, centotrentadue di loro morirono di stenti e furono sepolti in una parte del cimitero locale, il cosiddetto Cimitero degli arabi.
Accanto alla vicenda dei libici emerge il quadro poco confortante delle condizioni di vita della popolazione locale: l’esposizione al contagio di colera, il razionamento dell’acqua, lo stretto rapporto con i regolamenti restrittivi della colonia penale. Senza contare -in un’isola dalle risorse scarsissime- la ricaduta negativa, sul piano economico, del trasferimento dei confinati comuni, forza lavoro e consumatori al contempo, per far posto ai libici.
Altri settecentosettantotto verranno sbarcati nel 1915 dal piroscafo Re Umberto e, nel 1916, i deportati libici diventeranno più di milletrecento.
Cambia però la loro composizione sociale, comprendendo anche molti notabili: gli uomini della resistenza, che si era venuta consolidandosi dopo il 1912.
Anche il rapporto con la popolazione locale cambia: una foto di gruppo testimonia la familiarità anche con le autorità civili e militari dell’isola.
Tuttavia, altri centoquarantuno fra i deportati troveranno sepoltura nell’isola.
Ma il flusso delle deportazioni non cesserà, anzi arriveranno altri dignitari e capi della potente confraternita della Senussia, considerati traditori e quindi colpiti dalla repressione italiana.
La loro posizione giuridica spesso era complessa: ostaggi politici e nel contempo ospiti di riguardo, alcuni stipendiati lautamente dal regime.
Fu facile quindi per loro avere maggiore considerazione dalla popolazione locale e stabilire anche rapporti privilegiati con i confinati politici italiani presenti nell’isola.

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