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Savona. Un po’ di pace tra i boschi

Savona. In provincia di Savona termina dopodomani, sabato 15 marzo, la caccia impropriamente definita “di selezione” a femmine e cuccioli di capriolo e maschi e femmine di daino; per l’Enpa e gli animalisti una fredda attività di morte  rispettivamente  in 14 e 3 grosse aree della provincia di Savona, iniziata a gennaio (per i maschi di daino già a novembre), che riprenderà per un mese a giugno/luglio ed un mese e mezzo ad agosto/settembre per i maschi di capriolo e dal 1° novembre per i maschi di daino.

Un calendario “colabrodo” ideato dai “professori” dell’Università di Genova che, purtroppo, non tiene in alcun conto il disturbo che gli spari arrecano agli altri animali selvatici durante la delicatissima stagione degli amori, della cova e della crescita dei piccoli. La dimostrazione, se ve ne fosse ancora bisogno, che gli enti pubblici delegati, Regione e Province, non gestiscono la fauna selvatica a beneficio dell’intera collettività come dovrebbero per legge ma, semplicemente, gestiscono la caccia, a netto favore dei cacciatori.

Una corretta ed intelligente gestione della fauna selvatica dovrebbe infatti finanziare la ricerca scientifica tesa all’individuazione di modalità ecologiche ed efficaci nel contenimento delle specie in presunto esubero, come cinghiali e caprioli, invece di assegnare tale compito ai fucili dei cacciatori, malgrado sia nota a tutti, soprattutto agli agricoltori danneggiati, la loro totale inefficacia.  L’attività dei “selecontrollori” per daini e caprioli e dei cacciatori “semplici” per i cinghiali non porterà in alcun modo a ridurre sia i danni arrecati alle coltivazioni che il numero  degli animali. Da anni la Protezione Animali savonese propone di avviare studi su metodi alternativi ed incruenti per affrontare il problema ma i politici di ogni partito si rifiutano categoricamente di farlo,  assecondati dal mondo accademico e, inspiegabilmente, dalle organizzazioni agricole.

Intanto, malgrado tutto, i cinghiali (ma anche i caprioli) continuano a diminuire a causa delle infezioni di cinipede, che hanno decimato la produzione di castagne di cui si cibano questi animali, con l’automatica riduzione delle nascite e del  numero di nati o sopravvissuti per cucciolata. Ed è tenuto in nessuna considerazione un serio studio scientifico sugli ungulati  che dimostra che la caccia, distruggendo l’organizzazione sociale dei branchi, moltiplica il numero delle gravidanze e quindi delle nascite, con il risultato che nei territori aperti alla caccia cinghiali, caprioli e daini sono percentualmente superiori rispetto alle zone vietate, con buona pace dei contadini, inspiegabilmente alleati dei cacciatori.
(C.S.)

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