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Savona, Arte. Mostra di sculture di Luciana Bertorelli “Terra Madre” all’oratorio di Nostra Signora di Castello fino al 19 ottobre

Savona. Sabato 4 ottobre, nell’oratorio di Nostra Signora di Castello, in via Manzoni, a Savona, si è inaugurata la mostra “Terra Madre”, sculture di Luciana Bertorelli. La mostra sarà visitabile fino al 19 ottobre dalle 16,30 alle 19.

Le sculture sono poggiate a terra, sotto le luci che rimandano, in alto, l’imponente presenza del polittico di Vincenzo Foppa e Ludovico Brea del 1490, dai brillanti toni rossi e oro, che si dice sia stato richiesto per essere esibito all’Expo di Milano. Intorno, osservano gli occhi dei santi personaggi delle famosissime casse della processione del Venerdì Santo: La pietà di Stefano Murialdo del 1833, La deposizione dalla croce di Filippo Martinengo del 1793Il Cristo morto sulla croce, della metà del Cinquecento, oltre a due crocefissi processionali, alcune splendide tele, un pregevole organo, alcuni reliquiari e altre testimonianze artistico-religiose che sono tra le più importanti ricchezze di Savona.

In questo luogo sacro di arte e di bellezza spirituale, la Terra si presenta dapprima come Pangea Rossa, una donna seduta che ha sulle spalle la sua creatura. “Quest’immagine della Pangea Rossa, – spiega la Bertorelli – una donna seduta con i gomiti posati sulle ginocchia, che porta sulle spalle la sua creatura e si copre il volto con le mani, in un gesto istintivo di difesa, di abbandono ma anche di dolore… un grido silente di dolore… io l’ho meditata a lungo dentro di me ed alla fine è uscito questo progetto dedicato alla Terra. Terra Madre. E anche Pangea perché ho voluto rappresentarla com’era all’origine… delle sculture quasi primordiali. La Terra è malata, china su se stessa, porta sulla schiena  il fardello pesante dell’Uomo, con infinito Amore ci dona  ricchezze incalcolabili di bellezza e generosità e noi dobbiamo ricambiare questo Amore: prenderci cura di Lei e rispettarla… se non ci prendiamo cura della Terra la distruggiamo e se la distruggiamo essa distruggerà noi stessi.  Non è nostra proprietà e ancor meno è proprietà di alcuni di noi, non dobbiamo pensare solo a sfruttarne le ricchezze ma preservarle per il futuro e  per la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi”.

Così nasce Pangea Fuoco, con un vulcano appoggiato sulla schiena che sprizza lapilli e lava:  è la ricchezza delle viscere della Terra, oro, argento, platino, pietre preziose e fuoco inestinguibile che vengono ghermite senza rispetto.

Poi Pangea Acqua, che ha sulle spalle una grande anfora dentro la quale finiscono i lunghi capelli a formare una fluente cascata: acqua, mare, fiumi, in una gamma di azzurri, turchesi, blu e verde acqua, con gli alluci dei piedi entrambi alzati che danno un tocco di leggerezza e sensualità.

Quindi Pangea Petra, con il colore rosato e cangiante delle pietre di fiume dove appare il rosso sbiadito insieme a una patina di muschio leggero. Il sacco è gonfio delle pietre che pesano e formano una massa scultorea.

La dolcissima Pangea Flora, invece, ha le mani sul volto come tutte ma una mano è nascosta da un fiore che la copre quasi totalmente. Porta nel suo sacco fiori e foglie che sembrano scavate nella roccia, ingentilite dai rossi e arancioni accesi che balenano sulla superficie.

Conclude il percorso Pangea Aria, la più alta, la cui crocchia di capelli ha un movimento leggero e modulato di veli che nascondono un fruscio di uccelli che si susseguono incessantemente.
Le Pangea, dunque, sono uguali ma diverse: ognuna rappresenta e illustra un aspetto della vita del pianeta che ospita e nutre l’essere umano.

Fin dalla preistoria e pure nei secoli seguenti, l’artista ha creato immagini di donna-madre, entità magica o dea, riconoscendo fecondità, fertilità, donazione della vita, come caratteristiche del femminile.

In particolare, la Bertorelli ha sempre sentito, fortemente dentro di sé ed espresso nell’arte, l’identità femminile materna, accogliente, feconda, alta e morbida bellezza creatrice.

Oggi i tempi sono molto confusi, sia nella visione del femminile che nella straordinaria densità degli abitanti della Terra: nel 1950, ad esempio, la popolazione era due miliardi e mezzo, ora è più di sette miliardi.

Può la Madre Terra sopportare ancora tutti gli insulti dell’uomo? Forse no. Lo comprendiamo dalle follie del clima che, unite alle follie dell’uomo a caccia di sprechi e distruzione oltre che di armamenti e guerre, stanno producendo dappertutto morte e tragedia.

La Bertorelli afferma di seguire nelle sue creazioni artistiche una linea guida: all’esterno la forma, all’interno il pensiero, nel profondo l’anima… per lasciare nel cuore del pubblico un’impronta, un’emozione.

L’emozione è davvero tanta davanti a lavori che denotano una straordinaria capacità artistica nella ricerca del bello ma soprattutto nello studio profondo dei contenuti.

Le sue Pangea esprimono un pensiero universale manifestato anche dal Sud del mondo dei popoli indigeni delle Ande, in una tensione a una “democrazia della Terra”, non fondata sull’esclusione ma sul “buen vivir”, vivere bene, o “suma qamaña”, come dicono gli indigeni Aymara della Bolivia, che utilizzi un’economia ecologica centrata sulla giustizia sociale e ambientale, sulla cooperazione e sulla pace. Secondo questa concezione, infatti, la vita è in armonia con la natura, usata solo per il necessario, onde evitarne la sua distruzione compromettendo la vita delle future generazioni, una relazione che vede la Terra come madre, “Pachamama”, il femminile che dà la vita e la garantisce, madre di tutti i viventi, esseri umani inclusi.

L’artista, dunque, intuisce, mostra la strada, precorre. Custodisce dentro di sé i simboli e le culture del passato, vive con la concezione del presente ma soprattutto con la visione del futuro.

Socrate diceva: “Non posso insegnare niente a nessuno, posso solo cercare di farli riflettere”.

L’importante è che qualcuno, e tale è il gigantesco ruolo dell’artista, indichi la strada e che molti incomincino a mettersi in cammino.
(Renata Rusca Zargar)

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