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Roma. Pd, Renzi: il mio ciclo si è chiuso

Roma. “Il mio ciclo alla guida del Pd si è chiuso. Lascio, sul mio successore deciderà l’assemblea”. “No a governi istituzionali, nessuna collaborazione possibile con i 5 Stelle o con le destre”.  “Sono stati 4 anni difficili, ma belli. Abbiamo fatto uscire l’Italia dalla crisi. Quando finirà la campagna di odio tanti riconosceranno i risultati. Ma la sconfitta impone di voltare pagina. Tocca ad altri. Io darò una mano: noi non siamo quelli che non scendono dal carro, semplicemente perché il carro lo hanno sempre spinto”. “Siamo passati da milioni di voti del referendum ai 6 milioni di domenica scorsa. Abbiamo dimezzato i voti assoluti rispetto a quindici mesi fa. Allora eravamo chiari nella proposta e nelle idee. Stavolta  e mi prendo la responsabilità  la linea era confusa. Dopo un dibattito interno logorante, alcuni nostri candidati non hanno neanche proposto il voto sul simbolo del Pd, ma solo sulla loro persona”.

Se si fosse votato a maggio forse sarebbe andata diversamente, spiega Renzi. “Sarebbe cambiata l’agenda politica. L’agenda sarebbe stata l’Europa, non altro. Come è stato per Macron o per Merkel. E prima ancora come è stato in Olanda per Rune. Sull’Europa non avrebbero vinto le forze sovraniste. Ma poiché avevo visto per tempo questo rischio e l’ho illustrato più volte invano, mi sento io il responsabile delle mancate elezioni anticipate. Nessuna polemica con nessuno”. “Le mie dimissioni non sono un fake- ha proseguito Renzi – . Ho seguito le indicazioni dello Statuto e dunque sul nuovo segretario deciderà l’assemblea. Rispetteremo la volontà di quel consesso. Sui nomi non mi esprimo; anche perché sono tutte persone con cui ho lavorato per anni”. Assicura anche che non ha intenzione di fondare un nuovo partito: «Di partiti in Italia ce ne sono anche troppi. Io sto nel Pd in mezzo alla mia gente. Me ne vado dalla segreteria, non dal partito». Finché durerà.

Intanto già è partita la conta dei renziani: gli ortodossi in partenza sarebbero 214 componenti della direzione, pari al 56 per cento del totale. Sono questi i numeri del “parlamentino” Dem, che i sostenitori del segretario dimissionario confermano alla vigilia dell’appuntamento di domani. Ma secondo gli oppositori interni dell’ex leader, tanto di maggioranza quanto di minoranza, così non è più: se si andasse alla conta, Renzi non avrebbe più i numeri. Nella composizione degli organismi dirigenti seguita al congresso che nel 2017 ha incoronato Renzi segretario con il 70%, la direzione contava 162 membri della maggioranza renziana (120 ‘ortodossi’, più i seguaci di Franceschini, di Orfini e di Martina), 28 dell’area Orlando (di cui 23 “orlandiani” doc e e 5 vicini a Cuperlo), 16 dell’area Emiliano.

Oggi, secondo i renziani, i pesi restano invariati: il segretario dimissionario da solo ha la maggioranza della direzione. Ma i suoi avversari assicurano che gli equilibri sono già variati e continueranno a cambiare: la ‘reggenza’ di Maurizio Martina, dicono ad esempio, farà crescere la sua area perché nella storia del partito è sempre stato così. Nessuno si spinge dunque in questo momento a incasellare le correnti dentro numeri certi, ma fonti di maggioranza “non renziana” riferiscono di nuovi equilibri nella direzione.
(Lara Calogiuri)

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