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Ricordo della poetessa russa Izabella Achàtovna Achmadùlina scomparsa il 28 novembre di due anni fa

Massafra. Due anni fa (28 novembre 2010) è morta Bella Achmadùlina, allora non scrissi nulla, ho voluto ora, a distanza di due anni, ricordarla per la  poesia e anche il suo coraggio nella Russia poststaliniana.

Ti invio quanto ho scritto, non so se possa essere pubblicabile, se tu abbia qualche tempo per impostare la pubblicazione in modo da farla comparire per il 28.


Massafra. A due anni dalla scomparsa di Izabella Achàtovna Achmadùlina (29 novembre 2010) vogliamo ricordare una delle più significative voci liriche della Russia poststaliniana, acclamata anche e amata da generazioni di russi, da quei giovani che nei decenni passati portavano la sua foto come icona. Nel nostro Occidente ciò accadeva allora per qualche diva del cinema, ma indubbiamente era circoscritto alla bellezza di una forma fisica, non si caricava di amore per la poesia, cui era poi strettamente congiunto l’anelito del popolo russo alla libertà, ed all’ombra cupa del Cremlino il verso restava “sguardo di luce”.

Izabella o -più semplicemente- Bella Achmadùlina viveva a Peredelkino, il complesso residenziale immesso nella grande foresta a non molti chilometri da Mosca, richiesto nel 1934 a Stalin dall’allora ancora influente Gor’kij perché vi potessero soggiornare artisti e scrittori, e dal Dittatore concesso, era anche quello un modo per tentare di asservire la letteratura al

regime.


Oggi, insieme a facoltosi moscoviti in dacie molto confortevoli, a Peredelkino vivono ancora poeti e artisti, e il vicino cimitero li accoglie, dal 1960 vi giace anche Boris Pasternak.

La Achmadùlina dal New York Times alla sua scomparsa ricordata come “uno dei tesori della letteratura russa”, è stata compianta anche da Putin.

La Russia di Putin doveva apparire diversa se in un articolo/intervista sull’Unità (17-9- 2008), in occasione del Premio Lerici-Pea assegnatole, il giornalista Roberto Carnero titola: “Io, erede di Achmatova, amo la Russia di Putin”, ma poi, leggendo, scopriamo che, se pur non rimpiangeva il passato, del presente non le piaceva “l’enfasi della ricchezza… la sperequazione fra ricchi e poveri”. Nell’intervista parla inoltre delle difficoltà –da lei stessa sperimentate- di poter l’artista confrontarsi con il pubblico, del pericolo di un’autocensura, della tentazione di compromessi. E ricorda il suo intervento contro il confino di Sakharov, lo scritto in sua difesa che, finito nel silenzio in patria, era stato pubblicato sul New York Times, e si sofferma pure sul tempo in cui la “poesia viveva un periodo incredibile… rappresentava uno sguardo di luce all’interno del buio”.


Izabella Achàtovna Achmadùlina, di padre tartaro e madre con lontana  ascendenza italiana (il bisnonno, musicista emigrato nella Russia zarista in cerca di fortuna, aveva cognome Stopani), era nata a Mosca il 10 aprile del 1937, proprio l’anno in cui si celebrava il centenario della morte di Puskin, e sulle quattro torri del Cremlino veniva inaugurata la stella realizzata con vetro di rubino, sostituita all’altra molto pesante di pietra semi-preziosa che nel ’35 aveva spodestato l’aquila zarista. Ma era il ’37 pure l’anno, dopo un periodo relativamente vivibile, del  “grande terrore”, avvalorato e giustificato anche dalle voci di un Occidente poco favorevole all’Urss, volto a preferire la Germania di Hitler, dalla necessità quindi di eliminare ogni pericolo interno, di creare obbedienza totale per rafforzare lo Stato.

Quel che si visse ci appare simbolicamente espresso nel dipinto La morte entra a Mosca di Boris Kustodiev, realizzato nel 1927, dieci anni dopo la rivoluzione di sangue e dieci prima del terrore staliniano, una simbologia pittorica valida per entrambi i momenti storici, efficace raffigurazione del dramma nel grandioso scheletro che avanzando minaccioso sovrasta e invade la città immergendola nella morte.

Bella trascorse dunque l’infanzia nel terribile secondo conflitto mondiale, percorse l’adolescenza tra ‘purghe’ e parate inneggianti al Padre Stalin, ebbe sin da giovanissima coraggio se si schierò in difesa di Boris Pasternak che, vincitore nel 1958 del Premio Nobel per la Letteratura, fu costretto a non ritirarlo per evitare la definitiva espulsione dall’amata Russia. Alla Achmadùlina, per il suo schierarsi a favore, toccò nel 1959 l’espulsione dall’Istituto di Letteratura “Maksim Gor’kij”, ma fu poi riammessa e poté nel 1960 laurearsi.


Come Pasternak, amava molto la sua terra, ma pure il libero pensiero, non mancò, nei successivi decenni, ancora molto difficili, di difendere chi ne tentava la circolazione e veniva dal sistema attaccato, spesso anche pesantemente.

Anche sul finire degli anni Settanta, ad esempio, difese lo scrittore, critico letterario e giornalista Viktor Erofeev, fautore allora dell’antologia Metropol dove venivano accolte critiche al Potere (Novyj Mir era già stata soppressa), emigrato poi in Francia e autore oggi di vari libri sul degrado di una nazione che, a suo avviso, attua con la vodka la propria rassegnazione.

Ma la Achmadùlina, che insieme ad altri s’impegnava a diffondere i samizdat, ciclostili di protesta su veline, scrisse anche una lettera di sostegno ai dissidenti,  in difesa di Sakharov, come già detto, e nel 1993 firmò la “lettera dei 42” per chiedere la messa al bando in Urss dei partiti comunisti. E restò nella sua Mosca, mentre altri poeti e intellettuali, non sopportando la pesante atmosfera russa, pur se con rimpianto, preferirono emigrare. Si allontanò solo per brevi periodi, prima ed a perestrojka compiuta, venne anche in Italia, nel 1977 a Milano (del soggiorno serbava un bellissimo ricordo), recitò nei teatri con voce appassionata (aveva anche talento di attrice e da giovanissima era stata interprete in un film), vi ritornò altre volte per ricevere premi e, qualche anno prima di spegnersi, stette anche a Carrara, dove recitò con visibile commozione alcune sue liriche. E la bella poetessa russa, non più dal vaporoso caschetto dorato né più giovane ma dallo sguardo ancora magnetico e dalla frangetta corvina, fu molto applaudita, affascinava quel misto di suoni, pur in una lingua incomprensibile ai più, e insieme la sua immagine, un tutt’uno dialogante col pubblico che ascoltava.

E’ stato ed è un dramma per intellettuali, artisti, poeti e scrittori vivere sotto sistemi politici che in nessuna maniera ammettono di poter essere messi in discussione; né le svolte che possono in seguito verificarsi talora annullano totalmente le situazioni in precedenza stabilizzate. Anche nel dopo Stalin non fu facile la vita per la penna russa che voleva restare non ‘allineata’, dato che essa, abitualmente non volta ad una filosofia idealistica ma di vita, ad una concezione etica e ontologica, s’ intreccia anche con questioni politiche, può divenire quindi ideologica, di una ideologia al sistema poco gradita.

E inoltre le questioni concrete ed esistenziali hanno, nella letteratura russa, alla base non un pensiero concettuale e analitico ma emozione e commozione che producono immagini, le quali non restano mai fine a se stesse, fanno riflettere sui problemi della vita.


La paternità statale di Stalin, che il popolo, nella sua necessità di un deus risolutore, accoglieva come sostitutiva della divinità sopportando le pesanti difficoltà, non poteva ammettere la creatività, non può non essere libertà, e questa –experentia docet- viene soppressa ovunque trionfi una dittatura, qualsivoglia ne sia il colore.

La generazione di poeti e scrittori, anche quella ancora infante negli anni bellici, come la Achmadùlina,  si trovò in Russia a dover sopportare censure e ciò che ne seguiva, e il danno minore era l’espulsione dalle istituzioni culturali.

La nostra poetessa studiava a Mosca, amava leggere Puskin, Gogol, Blok, Mandel’stam e gli altri classici della letteratura russa, ammirava Boris Pasternak, Marina Cvetàeva, Anna Achmàtova, e cominciava a frequentare il Club degli Scrittori, di cui facevano parte anche Eughenij Evtushenko, Vladimir Tendrjakov, Victor Nekrasov, Andrej Voznesensky  e molti altri giovani poeti e scrittori che stavano emergendo.

In una Russia che ancora sul finire degli anni Sessanta era afflitta da freddo, fame, sete, sporcizia e blatte di grosse dimensioni, e inoltre da corruzione, lungaggini burocratiche e paura per spie e delatori onnipresenti (è tale il quadro di Mosca presentatoci dalla nota slavista Serena Vitale -allieva del prof. Angelo Maria Ripellino e con borsa di studio nel 1967 presso l’ Università di Stato di Mosca MGU – nel libro A Mosca, a Mosca!) il Club degli Scrittori rappresentava un’oasi, almeno sotto certi aspetti, ed era importante, sia per gli incontri dove poeti e scrittori delle nuove generazioni, pur se con le dovute cautele per spie e delatori, confrontavano idee, sia anche perché potevano godere insieme di un ambiente confortevole e cibo commestibile.


Intanto la nostra Bella aveva, ancor prima della laurea, conosciuto Evtushenko, giovane poeta  di quattro anni maggiore ma già noto per certi versi di denuncia, da lei caldamente appoggiati. Si erano innamorati, subito sposati, ma il matrimonio non sarebbe durato a lungo.

Avrebbe poi la Achmadùlina sposato lo scrittore Yuri Nagibin, in seguito il regista Eldar Kulie e infine l’architetto sceneggiatore e pittore Boris Messerer,  il marito  amorevole che la immortalò in un ritratto e soprattutto le è stato accanto anche quando il debole per l’alcol aveva minato il suo fisico.

Bella amava la poesia, scriveva lei stessa versi immaginifici come i suoi amati poeti, ed entrò in scena sul finire degli anni Cinquanta, cominciò a pubblicare a inizio del successivo decennio mentre già delle sue poesie i giovani russi facevano canzoni e  lei recitava nei teatri, negli stadi, dinanzi a migliaia di spettatori.

Varie le raccolte tradotte in molte lingue, le gratificazioni ricevute: venne dal 1977 iscritta come socio onorario dell’Accademia Americana delle Arti e delle Lettere, ricevette diversi premi tra cui, nella sua patria il “Premio di Stato” (1989), il “Triunph” (1993), il  “Puskin ((1994), in Italia il Premio “Nosside” (1992), il Lerici-Pea già menzionato.


Esordì nel 1962 con la raccolta Struma (La corda), cui seguirono (in traduzione italiana) il poema La mia genealogia (1964), le raccolte Lezioni di musica (1970), La tempesta (1977), Lo scrigno e la chiave (1994), Contemplazione di una pallina di vetro – Nuove poesie (1994), La scogliera di pietra – Poesie 1957-1992 (1995).

Un arco lirico che sembra tacere, come un giorno di colori non gioiosi, anzi piuttosto malinconici, che degrada nel buio, nel silenzio. Le si era forse discolorata persino la natura, quella da cui sgorgano tanti versi intrisi del sentimento da cogliere nella visione dell’attimo, prima che s’allontani per lasciare spazio all’altro che sussegue; la sopraffaceva il mutismo da lei in tanti versi cantato, l’impossibilità dell’inventio della parola, il fermarsi ghiaccio sulle labbra nel cogliere non il suo manifestarsi ma l’inutilità.

Aveva cantato di essere “qualcosa in un volume”, e non c’era parola se non “universo” da cui “fiottava amore”, il “battersi per fratelli e sorelle”: Sono soltanto volume in cui abita qualcosa/

per cui non bastano i nomi della terra./ Sono una costruzione di sudore e ossa-/

suo possedimento non mia carne.

E’ la dichiarazione di un’essenza, la sua essenza, liricamente summa dell’inesprimibile, tensione all’infinito tutto che non può non essere amore, da lontane radici anelito a divenire con esso “una cosa sola”.


La poesia della Achmadùlina non si volge soltanto a quel sentimento che tutti prende, pur se in forme diverse, non è solo poesia d’amore fra una donna e un uomo e, quando tale messaggio prevale, non ha nulla della magia dell’innamoramento, si carica di malinconico stupore nella rivelazione dell’ ‘altro’, della sua distanza, non ha le esaltanti note della gioia d’amore, diviene disincanto vissuto in dichiarato dolore che ella esprime nello stile raffinato dei poeti cari, di Puskin e di Pasternak che ne fu prosecutore.

In “E in ultimo ti dirò : Addio”, lirica pubblicata da Guanda nel 1971, l’accusa di disamore e insensibilità (“Come mi hai amato? Pregustando l’offesa della fine. Ma non è questo…”)

verità urlata quasi in faccia all’amato, non toglie la malinconia della perdita, di quel “vedo il bianco mondo,/ ma il mio corpo è deserto”, di quello “sciame di odori e di sapori che in volo sghembo si allontana” da lei.

Già a ventitré anni Bella Achmadulina era in “Esorcismo” attraversata dal pensiero della morte  e insieme da un quasi religioso perpetuarsi del suo essere -di qui l’iterato Non piangete la mia morte –vivrò ancora con cui ha avvio ogni strofa- proprio attraverso chi la vita non può  viverla appieno e di cui si sente parte – l’ergastolana, la zoppa, l’ubriaco, la mendicante, l’imbrattatele- , e inoltre attraverso quanti la sorte pone nel luogo sbagliato -la donna del sud, la pietroburghese- accrescendo disagi e sofferenze ed anche malvagità per il male che attanaglia. Nella futura bimba che, “come una sciocca”, ripete i suoi versi c’è poi, insieme alla consapevolezza del perpetuarsi della poesia, la sua incomprensibilità allo stesso poeta; e nell’epilogo l’esperienza dell’assurda guerra -realisticamente sa bene non potrà cessare- sembra ridimensionarsi dinanzi alla visione ‘altra’, alla luce stellare di cui

potrebbe far parte, contraltare celeste alla “più misericordiosa delle suore” sulla terra.

E la lirica riscatta la speranza della vita in quel “comunque” dove il modo scompare nel prevalere del valore dell’esistenza.

Ma è la natura nella sua infinita varietà e bellezza a sollecitare il suo verso: le stagioni tra nevicate e nebbie, piogge e fioriture e ciliegi selvatici che nascono e muoiono, e le albe e le notti e la luna e il rumore del silenzio e lo spazio  e l’essere umano che immagina e medita e intesse trame col tutto, nel tutto.

Versi dalle visioni pregnanti, sentimenti dove la malinconia che sorge dal meditare lirico lascia talora spazio a sprazzi di umorismo garbato, come in “La pioggia” dove la personificazione crea immagini che fanno sorridere e meditare non solo sulle originali capacità narrativo-fantastiche della Achmadùlina, anche sul suo particolare microcosmo che ha come compagno l’elemento naturale più che l’umano attorno, astrazione lontana.


Nella introduzione a “Poesia” (Spirali Edizioni, 1998), meditando sulle cause del dolore per un poeta che deve scrivere l’introduzione al proprio libro, annota:

“Le finestre della sua casa moscovita sono disposte sulla facciata del palazzo in modo tale che, nell’arco della giornata e senza spostarsi, può seguire il movimento e le variazioni della luna. Forse è la luna la causa di tanto dolore? Forse la sua presenza e la sua influenza –eccola che si accende, arde, si offusca, si spegne… e di nuovo sorge accompagnandosi a una stella… -mentre scrive una nota di consuntivo alla propria vita?

Se la parola nella sua libera manifestazione risponde sia pure in parte al significato e al contenuto di questa trama sublunare, è superfluo dire del ‘prima’, e del ‘dopo’ si occuperanno gli altri”.

E ci lascia con un “Mio diletto lettore! Mio lettore eletto!”, con una richiesta quasi di perdono, con un messaggio di vita, va continuata cercando di divenire migliori: “Io ho continuato a vivere nel mondo, ho cercato di essere migliore”.

La natura in Bella Achmadùlina si fa immaginazione di natura che la parola evoca, come chiaramente canta ne “Il giardino”, lirica del 1980, dove la parola è il giardiniere, ad opera sua crescono i frutti, si moltiplicano. La lirica è un susseguirsi di visioni, l’immaginazione gioca, si carica di sentimento, e la conclusione diviene riflessione sulla sorprendente capacità magica della parola evocatrice: “Sono uscita in giardino”, ho scritto./ L’ho scritto? Vuol dire che c’è/

almeno qualcosa? Sì, ed è stupendo:/ in giardino senza muovere un passo./ Non sono uscita.

Ho solo/ scritto: “Sono uscita in giardino”.

L’immaginifico fervido può farsi in “Crepuscoli”, visione nostalgica di altro tempo, di altro secolo con “tronchi degli alberi riempiti dall’amore”, con “case dalle famiglie in festa”, con “pizzi” che poi “ruotan nella sventura”, per ritornare mestamente, dal rigenerante “turbine mobile di rugiade”, al presente nell’epilogo, al “suo barbaro linguaggio/ serrato dentro un pugno irremovibile,/ un transistor…”.

Metafore pregne di significato, come in tutta la poesia della Akmadùlina, anche nell’incipit di questa lirica, immissione a “libertà beata / dalle cifre nette di giorno ed anno/ ed epoca…” donata dal crepuscolo.

Ed il suo verso rivisita non solo gli autori amati, talora con dolore per la loro sorte

–quella di Puskin, ad esempio, ucciso in duello-, anche eventi terrificanti come in “Vulcani”, ed il modo è sempre liricamente alto nella narratio densa di metafore, apertura ad una polisemica lettura della ignara “bambina” Pompei  e del Vesuvio: “Tacciono i vulcani spenti.

Cade cenere nella loro pancia/Lì riposano i giganti, stanchi/ dopo i misfatti compiuti”…

Poesia della migliore tradizione poetica russa quella di Izabella Achàtovna Achmadùlina, e non aggiungiamo altro, non ha la poesia di una donna eredità esclusivamente femminili, per questo forse Evtushenko preferiva chiamarla “poeta”, s’insinua talora quasi una diminutio nel termine “poetessa”.

Una tradizione che, partita da quel Puskin pervenuto ad un poetare lontano da estetismi e ideologie, aveva nei migliori poeti sussunto le correnti europee con un’anima tutta russa, non era pertanto venuta meno certa sacralità, il sentimento fortemente autentico, non palpito imposto in qualsivoglia modo dove ogni poesia muore, ma vibrazione libera di cui soltanto si alimenta.


Nella foto la poetessa russa Izabella Achàtovna Achmadùlina.

Antonietta Benagiano
(poetessa-scrittrice-saggista)







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