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Quel sottile contenzioso scientifico tra Freud e Jung

Dopo anni di collaborazione, di confronto,  accettazione di teorie scientifiche pionieristiche, tra i due grandi della psicoanalisi, Freud e Jung, arrivarono le riserve, poi le obiezioni e infine il dissenso dichiarato, un’evidente ‘dissociazione’ da parte di Jung, che lo indusse a percorrere vie autonome, secondo le proprie esperienze cliniche sui pazienti in cura, sia presso strutture sanitarie, sia tramite regolari sedute nei suoi studi privati.

Si parla dei primi decenni del novecento, quando la psicoanalisi proiettava ancora un notevole cono d’ombra sulle scienze psichiatriche, semplicemente perché ogni orientamento presentava ancora lunghi tratti oscuri. Si sperimentava, si studiava, si ipotizzava, e si azzardavano teorie ancora acerbe, che necessitavano di tempo ed esperienza prima di considerare i misteri della psiche, fino ad allora ‘terre irredente’, traguardi almeno in parte raggiunti.

La psiche, che è stata da sempre considerata concettualmente come l’insieme delle facoltà cognitive, via attraverso la quale si estrinsecano le funzioni razionali e irrazionali dell’intelletto, è anche associata all’anima. I più grandi classici greci, soprattutto Aristotele, la ritenevano sorgente metafisica, quintessenza dell’attività vitale, non ‘corporea’ dell’individuo: ‘l’anima’. Anemos in greco, ‘soffio’ o flusso che esprime l’identità di un individuo, con tratti ‘somatici’ di ordine psicologico (pertanto indipendenti da quelli prettamente fisici), atti a delineare un ben definito profilo interiore. La mente umana, con tutti i sistemi cerebrali ad essa connessi,  che poi rappresenta la base fisica e biochimica di tutti i suoi processi, è l’organo che permette all’anima di manifestarsi attraverso le sue molteplici attitudini, quali il pensiero, la ragione, il comportamento, lo stato emotivo legato ad una complessa rete d’interazioni.

Nonostante siano stati compiuti prestigiosi e importantissimi traguardi nello studio della psiche umana, questo affascinante universo è ancora un mistero da svelare, costellato di verità solo in parte rivelate. Dopo decenni di sperimentazione anche sul versante biochimico, che ha permesso a tanti scienziati, d’individuare per esempio l’area cerebrale interessata a precise funzioni, quali quella cognitiva, la sede delle emozioni, delle attività istintive primarie (già attive nella sfera dell’evoluzione fin dall’epoca dell’Homo sapiens, circa 150 mila anni fa – in Africa.), e dopo non poche traversie sulle vicende culturali legate alla sua sopravvivenza, e ai relativi cambiamenti dei processi morfologici del cervello, l’essere umano è in gran parte sconosciuto a se stesso. Un’odissea dunque mai finita, un mistero che circonda  l’anima  in una serie indefinita di orbite, più numerose degli anelli di Giove.. La ricerca in questo ambito è una continua avventura, che ogni anno strappa qualche velo al mistero, ma è una sfida: è in definitiva la mente umana che sfida se stessa, in quanto in parte ancora sconosciuta e non accessibile alle sue pur prodigiose facoltà. Scienziati, filosofi, scrittori e diciamolo, anche tanti avventurieri, se non saltimbanchi, hanno tentato di percorrere i sentieri dissestati e irti di ostacoli che riguardano la mente umana, e le funzioni attraverso le quali si esplica la sua complessa affascinante attività.

E’ la microbiologia nel campo della ricerca, lo scandaglio più acuto che ha permesso, attraverso strumenti sofisticati, e l’intuito di tanti scienziati, d’inoltrarsi nei circuiti dell’attività neuronale e di comprenderne le funzioni, rendendo meno drammatico il corso di alcune gravi patologie che interessano il sistema cerebrale. Anello dopo anello, traguardo dopo traguardo, oggi molte funzioni del cervello  sono state spiegate e illuminate. Basti ricordare negli anni 70’ la scoperta degli oppiati ‘naturali’, come le endorfine e i relativi recettori, merito di un laboratorio di ricerca statunitense, e di una biologa e farmacologa in particolare, Candace Pert, insieme all’equipe di ricercatori guidata da Salomon Snyder, il quale poi fu insignito del Premio Nobel per la Medicina. Curioso il modo in cui la Pert (recentemente scomparsa dopo un’intensissima attività di ricercatrice e congressi continui in tutto il mondo), cercò di spiegare la scoperta dei recettori degli oppiati:   “Dio non ha creato questi recettori perché noi potessimo arrivare alle falde del mistero che li riguarda, attraverso l’uso di oppiati artificiali, i recettori sono presenti nel cervello semplicemente perché, bio-chimicamente hanno una funzione precisa, ossia esistono dei mediatori chimici naturali, simili sul piano molecolare agli oppiati, ma sono endogeni, e tali neurotrasmettitori hanno un nome preciso: endorfine, prodotte dal sistema cerebrale per regolare diverse funzioni, tutte legate allo stato emotivo dell’individuo..”

Quello che ho citato è solo uno dei tanti progressi della ricerca nel settore delle neuroscienze. Ma tornando ai nostri due grandi della psicoanalisi, nei primi decenni del secolo scorso, si era proprio ai primi passi, non solo in questo ambito, ma anche per quel che riguarda le scienze psichiatriche.

Freud aveva cominciato con l’ipnosi, ma gli effetti sui pazienti afflitti da nevrosi e isteria, conflitti che creavano forti disagi alla loro vita interiore, era piuttosto lieve, comunque temporanei. Introdusse i primi esperimenti di psicoanalisi, allorché comprese che i disturbi della personalità avevano cause che in ogni caso non erano collegate a disturbi di carattere organico. Cominciò a riflettere sul ruolo della coscienza e di quel che va oltre la consapevolezza del soggetto, ossia l’inconscio, che egli definì ‘Es’ nei suoi lavori (anche se in realtà il termine era stato già ‘coniato’ da un altro scienziato). Poiché tutti i suoi studi su questo importante aspetto dell’identità psicologica di ciascuno, avevano una componente che egli riteneva essenziale, ossia la libido e l’eros, istinti per natura insopprimibili e radicati nella genesi umana fin da epoche primordiali, dovette misurarsi con scienziati che sostennero queste tesi, e altri che invece non le condivisero.

Tra questi c’era appunto Jung, allievo di Freud, che sviluppò col tempo altre intuizioni, più vicine alla razionalità del comportamento del paziente. C’è da sottolineare che entrambi, pur proponendosi con teorie distinte( dopo anni di collaborazione e intesa sul piano scientifico), erano avanguardisti nel campo della psicoanalisi, medici con movimenti d’idee e di pensiero che laceravano la coltre di nebbia fitta ancora presente sulla realtà che circondava l’inconscio. Certamente furono dei rivoluzionari, anche nei confronti del movimento positivista allora imperante, fu proprio Freud a chiamare ‘terza rivoluzione’, lo studio sul ruolo dell’Es.  Non concordarono sui reali contenuti dell’inconscio, e tuttavia Freud si dimostrò un irriducibile sostenitore delle sue tesi, e nessuno riuscì a orientare in altri versanti le sue ricerche. Importantissimi gli studi sull’isteria e gli effetti psicosomatici dei conflitti ansiosi che eziologicamente ne definiscono il quadro clinico. Alla fine dell’ottocento pubblicò anche uno dei libri più significativi della sua opera, ‘Studi sull’isteria’, con il contributo di Breuer, scienziato che  poi si allontanò dal ‘maestro’ quando questi si spinse troppo avanti con le teorie sulla libido e le sue interazioni sulle patologie di tipo psicotico, in particolare l’isteria.

Freud s’inoltrò poi in quella giungla completamente ignota e inesplorata che erano i sogni e la loro interpretazione. Alla luce di oggi, molti suoi ragionamenti, nonostante i meriti che la scienza gli riconosce, erano azzardati, frutto appunto di sperimentazione, anche se egli non si arrese mai alla prudenza.. Anzi, perseverò nelle sue sicurezze, continuando a ritenere che la psicologia fosse una scienza esatta..  Il contenuto onirico, secondo i suoi studi, frutto peraltro di analisi su se stesso e tanti pazienti, non si poteva considerare come una serie di immagini chiare che esaurivano il loro significato nel riflesso sulla coscienza, ma esisteva un’associazione che per intuito portava in altri versanti, e pertanto era necessario interpretarle secondo rimandi legati alla vita del soggetto. Si trattava dunque di considerare l’aspetto chiaro del contenuto onirico, e l’altro non esplicito, che in molti casi rappresenterebbe l’indicazione che l’inconscio fornisce alla coscienza per fare luce sulle ragioni del conflitto. Poiché sulle dinamiche della psiche, egli era convintissimo che il piacere, o comunque la componente sessuale, giocasse un ruolo determinante, le conclusioni portavano non di rado in questa direzione. Per questa ragione, e per via della censura che la  coscienza esercita su certi istinti, nel sogno le immagini non sarebbero mai esplicite, ma velate e in qualche modo contrastate dalla morale dell’individuo. Queste teorie sono ben evidenti in un’opera che da sempre ha suscitato non poche perplessità e pareri contrapposti – a parte la scuola freudiana, ovviamente – mi riferisco all’opera ‘Psicoanalisi infantile’, e confesso che quando l’ho letta, una quindicina d’anni fa, ha destato anche in me non pochi interrogativi.

Entrambi, coltissimi, Freud e Jung, attinsero nella stesura delle loro opere, dal repertorio della cultura classica, dalla mitologia greca; famoso è il complesso di Edipo e di Elettra, attraverso i quali Freud tentò di spiegare il morboso legame di un figlio verso il genitore di sesso opposto.

Nell’opera ‘Tipi psicologici’,  Jung dimostra che le intuizioni sulla psicologia applicata alla mente del soggetto, difficilmente possono considerarsi esatte, non poteva esistere un largo margine di certezze in un ramo della scienza che muoveva i primi passi tra la fine dell’ottocento e i primi decenni del secolo sucessivo. Egli in questo libro, definisce una limitata serie di ‘tipi psicologici’, tenendo conto anche dei cardini sui cui si basava lo studio effettuato sui casi clinici dei quali si era occupato, ossia dell’introversione ed estroversione, mai distinte nettamente fra loro, ma con componenti che nei soggetti possono essere prevalenti, tendenzialmente verso un versante o l’altro.

Egli in questa opera non ha trattato tutti i tipi psicologici esistenti nella società umana, ma i più indicativi, quelli peraltro che ha avuto l’opportunità di studiare e interpretare meglio. Egli tratta in maniera meticolosa – citando anche alcuni esempi tratti dalla storia – dell’inconscio collettivo, che in qualche modo si contrappone all’inconscio ‘soggettivo’ di Freud, che tendeva a rendere personali le sue analisi, trascurando il fattore genetico e le molteplici influenze di carattere culturale, sociale, religioso, ecc. Inconscio collettivo in quanto ogni individuo è il risultato di una genesi che si perde individualmente in quella di coloro che hanno permesso, attraverso l’avvicendarsi delle generazioni, la sua stessa esistenza. Pertanto, secondo Jung,  in ogni essere umano c’è qualche affinità che lo rende compatibile e simile agli altri individui, tenendo comunque conto delle concezioni relativistiche che lo scienziato ha sempre riconosciuto alla psicologia e alla psicoanalisi, teorie sempre suscettibili di verifiche e di prove scientifiche razionali.

Jung dedicò anche parte dei suoi studi alla sessualità infantile, ma le sue teorie e conclusioni si differenziano da quelle di Freud. In spiccioli Jung non crede assolutamente, per esempio, che l’età della prima infanzia abbia relazioni con istinti sessuali, non sostiene la tesi di Freud che riteneva l’atto del succhiare il latte materno, un piacere con connotazioni legate alla libido. Jung espresse altre teorie al riguardo, e fece riferimento anche al concetto di sublimazione come espediente inconscio di trasporre o trasferire parte delle energie di natura istintiva e sessuale, in altre di carattere secondario, dove l’istinto del soggetto si rivolge in altre direzioni del vissuto. Jung ha anche definito i quattro fondamentali cardini della psiche, che sono il pensiero, il sentimento, l’intuizione e la sensazione.

Ognuno di questi grandi, soprattutto sul finire del primo decennio del novecento, proseguì per la sua strada, il confronto avveniva nei congressi, dove si misuravano i frutti delle ricerche, l’attendibilità dei risultati raggiunti, anche secondo le autorità scientifiche del tempo. La psicoanalisi entrò a buon diritto nel campo della scienza,  nei primi decenni del novecento  suscitò interesse e scalpore,  influenzò la letteratura e le arti figurative, nonché il modo di concepire la vita, che divenne forse più consapevole, Avendo letto diverse opere dei due grandi rappresentanti della psicoanalisi, non posso negare la mia simpatia per Jung, che rimane per me più razionale, e in qualche modo vicino alla complessa realtà psicologica del genere umano.
(Virginia Murru)

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