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Prime osservazioni sul Pug di Massafra

Massafra. Mi permetto di intervenire nella querelle relativa al documento programmatico del PUG di Massafra, accusato di essere stato copiato pari pari da quello redatto nel 2006 per il Comune di Manfredonia, non per rinfocolare polemiche, che a me non interessano, ma esclusivamente per evidenziare pacatamente le inesattezze, sia sul piano storico che urbanistico, che si leggono in quel progetto di PUG, redatto da un team  di tecnici e professionisti (lautamente pagati), per il Comune di Massafra, al solo fine di rendere un servizio alla verità.  Ritengo che un piano urbanistico che contiene le linee programmatiche e progettuali della città futura non possa prescindere dalla verità storica, ignorando la lunga evoluzione dell’insediamento umano della città attuale. È un servizio che rendo volentieri. E gratis alla mia piccola Patria.Svolgerò il tema commentando, per ora, solo cinque affermazioni contenute nel PUG.


1. «La città è rimasta tutta dentro le mura fino a circa la metà dell’800».

Tale affermazione è storicamente falsa.

Gli estensori del PUG presuppongono l’esistenza di mura ma non ci dicono dove fossero ubicate e che andamento avessero. Gli studi sulle mura medievali di Massafra esistono ma sembrano da loro ignorati.

Con riferimento a quei luoghi, già nel 1977 Fonseca-Lembo[1] avevano parlato dell’esistenza di una cinta urbana, che così descrivono:

«L’analisi morfologica e tipologica delle strutture urbane ci induce a individuare un compatto tessuto omogeneo (…) che ha come confini ad Ovest via Muro (la toponomastica, assai significativa, può essere un elemento di supporto all’ipotesi); a Nord il serrato gruppo di unità edilizie di cui fa parte la chiesa di S. Toma (che presenta, verso l’altipiano, una parete muraria con caratteri stilistici assimilabili a quelli di una cinta urbana), e lo stesso Castello, le cui protostrutture sono normanne, a strapiombo su via La Terra (la via per cui si entrava nella ‘terra’ di Massafra e che conduceva alla porta del Castello)»[2]. Del 1985 è il censimento dei beni cultutali di Roberto Caprara[3], secondo il quale «è agevole l’interpretazione dell’escavazione originaria come fossato antemurale, coperto e riutilizzato, lungo l’intero tratto delle mura, quando venne meno la funzione difensiva delle stesse»[4]. Lo stesso Autore così descrive le mura:

«Piccole ma significative tracce della recinzione difensiva medievale, quasi certamente trecentesca, rimangono  – a sud del cosiddetto Giardino Lamanna – nel tratto rettilineo che va, in direzione Est-Ovest, da via Laterra sino a Via Muro. (…) La datazione del complesso fortificato, assai malagevole a causa della scarsità di elementi, è da porre – comunque – ad epoca anteriore all’entrata in uso delle armi da fuoco, data l’inesistenza di scarpe terrapienate, quali si riscontrano, ad esempio, nelle torri del Castello di Massafra e nelle torri costiere di età viceregnale. Mura e torri avevano, a quanto si vede, murature verticali in conci di tufo e cornice merlata su beccatelli. Nelle torri a pianta rettangolare un elemento toriforme corre sotto i beccatelli. La meglio conservata delle torri fu, in parte, inglobata nella chiesa di San Toma, durante uno dei rifacimenti della chiesa stessa. Sulle merlature insiste un campanile a vela con arco ogivale e copertura a doppio spiovente»[5].

L’ultimo in ordine di tempo è il mio studio (2002) dal titolo «Brevi note storiche sul Castello, il fossato, le mura medievali, i molini baronali e la chiesa di San Toma a Massafra»[6], ove si legge : «il fossato, o vallum delle mura di cinta, pur se esso è stato trasformato e non è più leggibile come tale, (…) ci consente di tracciare la mappa della cinta muraria del castello. La zona del fossato si presenta oggi come una serie di locali ipogei intercomunicanti, accessibili da una porta ad arco agivale sita (a Est) su scala Saverio Fanelli e terminanti (a Ovest) su via Muro; essi confinano, inoltre col Giardino Lamanna (a Nord) e con vari fabbricati, tra cui i resti delle mura medievali e la chiesa di San Toma (a Sud)»[7]. Era descritta, anche cartograficamente, l’entità della Terra muris in giro circumdata così indicandone i confini:


«Partendo da Est, la spalla della Gravina S. Marco costituiva di per sè una difesa naturale; sul lato Nord, invece, la cinta muraria, dopo il fossato intorno al Castello, correva sino a via La Terra ma non si arrestava qui; essa recingeva anche il pittaggio di San Toma sino a via Muro, ove un’alta parete a strapiombo funge, sul lato Ovest, da confine naturale; anche a Sud il confine era rappresentato da un salto naturale della roccia, solo successivamente edificato. E’ possibile apprezzare tale andamento della cinta muraria sulla aerofotogrammetria. La zona del fossato si presenta oggi come una serie di locali ipogei intercomunicanti, accessibili da una porta ad arco ogivale sita (a Est) su scala Saverio Fanelli e terminanti (a Ovest) su via Muro; essi confinano, inoltre col Giardino Lamanna (a Nord) e con vari fabbricati, tra cui i resti delle mura medievali e la chiesa di San Toma (a Sud)»[8].

Tutti gli studiosi concordano che la città si sia espansa oltre la cinta muraria medievale. Circa il periodo della prima espansione urbana, E. Jacovelli scrive che in epoca angioina, ai primi del ’300, fu disposto l’ampliamento del centro urbano «a seguito dell’accorpamento delle varie comunità sparse nelle campagne e nei villaggi, utilizzando il canale del Muro, in cui furono scavate nuove abitazioni in grotte a più livelli, simili a quelle esistenti nelle gravine a tale epoca, allorquando si verificò lo sgombero e l’esodo del villaggio rupestre della Madonna della Scala, lontano dal paese oltre un chilometro»[9]. Lo stesso Autore ci dice che nel ’600 si verificò una ulteriore espansione con la lottizzazione della Serra di mezzo, una contrada extraurbana sita a Nord delle mura, per lo scavo di circa duecento vicinanze ove furono accolti gli sfollati a seguito delle alluvioni del 1603 e 1608.

Le fonti storiche ci attestano nel 1505 l’esistenza “extra muros terra Maxafra” (cioè fuori delle mura della Terra di Massafra) la cappella seu chiesa di Santa Maria de Platea[10]. Sempre fuori delle stesse mura, ma nelle immediate vicinanze, esistevano nel 1583 altre chiese: S. Marco, S. Pietro della Gravina, S. Antonio della Serra, S. Marina, S. Biagio, SS. Pietro e Paolo “extra moenia”, S. Leucio[11], oltre alla Candelora e a S. Lucia, senza contare quelle sparse nel contado. È appena il caso di notare che quelle chiese non erano isolate ma al servizio degli abitanti di piccoli nuclei di casegrotte che le facevano corona, ancora abitate – come abbiamo visto – nel 1608.

Sulla base di tali studi e sulla scorta del residuo tratto di mura esistente, non sarebbe stato difficile per gli estensori del PUG ricostruire la storia insediativa di Massafra e quindi astenersi da affermazioni campate in aria.

Orbene, poichè il serrato gruppo di unità abitative di cui fa parte la chiesa di S. Toma, per unanime opinione degli studiosi, costituisce il confine Nord della cinta muraria, l’affermazione secondo cui  “La città è rimasta tutta dentro le mura fino a circa la metà dell’800”, è errata e quindi inaccettabile.

Sulla base delle notizie storiche qui accennate e senza pretesa di essere esaustivi e infallibili, si può delineare la storia insediativa di Massafra come segue:

- in età classica (IV-III sec. a. C.) esiste un villaggio rupestre messapico (v. grotta di Corvo con iscrizione messapica) forse chiamato Anxia[12], ancora esistente sino a epoca tardo antica (IV-V sec.) sullo spalto Est della Gravina S. Marco;

- in età tardo antica esiste già il villaggio rupestre di Calitro, oggi Madonna della Scala, (tesoretto monete vandaliche datato al 510 d.C.), poi abbandonato nel XIV sec.;

- nell’alto medioevo esisteno vari altri villaggi rupestri (vedi Trovanza, Colombato, Famosa, Masonghia, S. Caterina ecc);

- tra IX e X secolo, a seguito delle incursioni saracene, avviene l’incastellamento con la costruzione delle mura di cinta intorno al Castello;

- in età angiona (XIV sec.) mentre viene costruita l’antica chiesa madre su la preesistente chiesa di S. Lorenzo[13], la città si espande nel canale del Muro con lo scavo di casegrotte a più livelli per accogliere gli sfollati del villaggio Madonna della Scala;

- una seconda fase di espansione si verifica sotto i Pappacoda, con la costruzione dei primi edifici sub divo e cioè della chiesa di S. Maria di Costantinopoli e convento dei Padri minori osservanti (a Nord della cinta muraria medievale, attuale piazza Garibaldi) e della chiesa e convento  dei Cappuccini (a Sud Est di Massafra, a poca distanza della strada consolare, attuale via Laliscia), entrambi della seconda metà del XVI sec.;

- a seguito delle alluvioni del 1603 e 1608, si procede allo scavo nella Serra di mezzo di 200 vicinanze per accogliere gli sfollati della Gravina San Marco.

- nel Seicento si costruiscono il convento di S. Rocco, la chiesa e convento di S. Agostino, la chiesa della Trinità (seconda metà del ’600), la Chiesa di S. Benedetto ed annesso monastero (1689-1750);

- sempre a partire dal ’600 cominciano ad essere fabbricati i primi palazzi privati.

- nella seconda metà dell’ 800 e primi del ’900 inizia l’espansione urbana nel Borgo S. Caterina a seguito della costruzione del ponte Garibaldi (1864) su piano regolatore dell’arch. Sante Simone;

- coll’approvazione del P.d.F. (1977) l’espansione urbana segue due direttrici: a Nord di viale Marconi e ai lati di via Del Santuario e di via Frappietri; a Est lungo il prolungamento di corso Roma in contrada Fragostino;

- negli ultimi decenni, sempre in base al P.d.F., si continua a seguire due direttrici: a Nord su via Martina Franca e a Est in direzione di Taranto.

Tale sviluppo urbanistico ha causato la totale emarginazione del Centro Storico che è divenuto periferico rispetto al resto della città e ridotto a rango di strada di passaggio obbligato per il traffico veicolare, stante la mancanza di una circonvallazione.

Su queste conclusioni si può anche dissentire ma chi dissente ha il dovere di motivare con studi e solida documentazione storica la propria tesi. Ma, nemine discrepante, è scientificamente scorretto limitarsi ad affermazioni apodittiche e a formulare ipotesi indimostratibili, specie se tali affermazioni sono contenute in un piano urbanistico pubblico.

2. – «Lo sviluppo demografico è stato lento per secoli»

Anche questa tesi non è vera.

A partire dal 1200, la crescita demografica a Massafra non è stata lineare ma ha subito notevoli alti e bassi nel corso dei secoli, soprattutto nel periodo compreso tra l’età angiona e il Seicento.

Nei cedolari angioini del 1276, la nostra città viene registrata con una popolazione di 570 fuochi, pari a 2850 abitanti, e tassata per once 22.21.8[14]. Nel 1447 si registra un netto arretramento con appena 119 fuochi (pari 519 abitanti)[15].

Quale la causa? Occorre ricordare che dal 1347 al 1351, in modo virulento, e, in modo endemico, sino alla fine del secolo la peste nera ha imperversato in Italia e in Europa causando la decimazione della popolazione. In tale periodo anche qui da noi interi villaggi rupestri, tra cui  quello  di Madonna della Scala, si spopolano: una delle cause può essere stata la peste nera[16]. La prova del totale e definitivo abbandono del villaggio nel XIV secolo è data dai materiali di vita quotidiana trovati nelle grotte dello stesso villaggio durante le campagne archeologiche di sterro condotte dall’Archeogruppo nei primi anni settanta[17]: tra quelli rinvenuti,  non vi sono reperti successivi a tale secolo.

Che la peste a Massafra ci sia stata è provato da un documento notarile del 1348 col quale il baiulo e il giudice annuale di Massafra invitano il notaio Giovanni de Cantore a redigere in forma pubblica l’abbreviatura del testamento di una donna, morente per peste, che infettò e condusse a morte sia il notaio che i testimoni[18].

A partire dal 1500 si registra, invece, l’inizio di una consistente crescita demografica. Nel corso del secolo il numero dei fuochi passa da 266 a ben 919. Il primo dato di cui disponiamo è relativo al  1515 quando la popolazione, censita ai fini del pagamento delle decime, conta 266 fuochi pari a 1330 abitanti; nel 1532 i fuochi aumentano a 399, pari a 1695 abitanti[19]; nel 1545 sono ulteriormente aumentati a 519, pari a 2595 abitanti[20]; nel 1561 si registra un altro balzo in avanti quando i fuochi passano a 869, pari a 4345 abitanti[21]; infine, nel 1595, i fuochi arrivano a 919, pari a 4595 abitanti[22]. Nel 1656 si verifica un’altra epidemia di peste che, iniziata a Napoli, si diffonde nelle province. Attraverso i dati di censimento dei fuochi per gli anni 1648, 1660 e 1669[23] si coglie l’impatto della peste sulla popolazione della nostra città. Massafra in quegli anni passa da 919 (4595 abitanti)  a 729½ (3647 a bitanti) e quindi a 608 (3.040 abitanti), con la perdita di un terzo degli abitanti[24].

Nel 1749, il Catasto Onciario riporta una popolazione di 4314 con una crescita di 1274 unità rispetto a quella del 1669. Nei 60 anni successivi al 1749, si registra una nuova crescita. Nel 1811, infatti, secondo un certificato di Francesco Colafati Cancelliere e Archivista del Comune di Massafra, la popolazione ascende a 6882 individui, cioè un numero più che doppio rispetto a quello del  1669.

Nel 1901 la popolazione registra un aumento di oltre 4.300 abitanti rispetto a quella del 1811, passando da 6.882 a 11.200. Nel 1911, in dieci anni, i residenti crescono di appena 100 unità cioè a 11.300, a causa della forte emigrazione. Nel 1921 la popolazione, anche a causa del 1^ guerra mondiale, resta ferma a 11.313 residenti.

Come si vede dal 1669 al 1921, in 252 anni, la popolazione si è quadruplicata passando da 3.040 a 11.313. Dal 1921 a oggi la stessa, grazie all’apporto idrico dell’acquedotto pugliese, si è ulteriormente triplicata passando da 11.300 a 32.400 abitanti.


3. – «l’impianto di fondazione ha potuto assorbire fino all’800 variazioni, ampliamenti e sopraelevazioni, senza esserne modificatati sostanzialmente».

Se per impianto di fondazione della Terra di Massafra si intende quello circoscritto dalle mura medievali di cui si è detto, come individuato nella cartografia allegata, è vero il contrario dell’affermazione in commento.

In effetti, già in epoca tardo antica, tra V e VI secolo, esistevano vari villaggi (di cui ignoriamo il nome) sia nella gravina S. Marco sia in quella di Calitro (oggi Madonna della Scala), sia in altre gravine e, quando avvenne l’incastellamento (IX-X sec.), in effetti la cinta muraria del Castello cingeva solo parte del centro urbano (la Massa Afra) lasciando fuori i pittaggi di S. Marina, di SS. Medici e Conigliera o La Liscia sullo spalto Est della Gravina S. Marco che, «nonostante lo sfollamento avvenuto a seguito dei crolli causati dalle alluvioni degli anni 1603 e 1608, costituivano la quarta parte della popolazione soggetta alle gabelle comunali»[25] nonché il pittaggio del Muro e di Santa Guida.

Nei pressi di Santa Marina e nel tratto di Gravina sottostante furono rinvenuti nel 1999 una moneta di IV sec. recante la scritta “Constantinus Aug” nonché una fibbia e/o spilla in bronzo finemente lavorata che presenta una croce incritta in negativo[26]. Sempre ivi, ma nel 2005, venivano rinvenute 51 piccole monete di bronzo di vario calibro e peso, per lo più ossidate e usurate, consegnate da chi scrive alla Soprintendenza Archeologica e studiate dalla stessa sono state datate ad epoca imperiale romana (III-IV sec. d.C.)[27]. R. Caprara ha avanzato l’ipotesi che il villaggio ora detto di S. Marina esistesse da epoca classica e sia quello chiamato Anxia (di origine messapica) che è menzionato tra Taranto e Mottola nell’itinerario di Guidone, il quale scriveva però rifacendosi alle notizie dell’Anonimo ravennate di VII sec. D’altro canto la grotta messapica in contrada Corvo testimonia l’esistenza di un centro messapico rupestre già nel IV-III sec. a. C.

Sulla base della documentazione storica e archeologica disponibile è da ritenere che già nel VIII sec. esistessero vari pittaggi, preesistenti alla costruzione delle mura del Castello.


4. – «La maggior parte dei palazzi nobiliari sono concentrati in Piazza Garibaldi e in via Vittorio Veneto».

Se i palazzi siti tra piazza Garibaldi e via Vittorio Veneto (l’antica strada Maggiore) sono concentrati lì è perchè tali vie e piazze sono ubicate in quella che anticamente era la Serra di S. Maria, dove alla fine del ’500 si registra la espansione urbana a Nord delle mura del Castello con la erezione della chiesa di S. Maria di Costantinopoli e annesso convento seguita nei primi decenni del ’600 dallo scavo di numerose vicinanze per gli sfollati della Gravina San Marco.

Tali palazzi sono datati a non prima del ’600 in quanto solo da tale momento si è cominciato a fabbricare col tufo, mentre per l’innanzi anche i più abbienti abitavano in casegrotte scavate nel tufo. Prima del 1500, infatti, conosciamo solo due costruzioni in tufo: l’antica chiesa Madre e il Castello. Il fatto che i fabbricati del Centro Storico siano disposti intorno alle aperture delle vicinanze è la prova che queste ultime preesistevano a quelli. Anche davanti al palazzo Capreoli esistevano delle vicinanze ipogee poi chiuse con volte lamiate in periodo imprecisato[28].


5. – Il ritorno ad una economia chiusa a carattere agricolo e pastorale, causata dalla crisi dell’Impero Romano, determinò un potenziamento dei centri rupestri.

Tale affermazione carente sul piano storico, non è condivisibile.

Nella seconda metà del VI secolo, subito dopo la disastrosa guerra greco – gotica (a. 555), la regione pugliese si presentava come una terra desolata, spopolata dalla guerra e stremata dalle calamità (pestilenze, terremoti,  siccità, carestie). Peraltro il periodo tra V e VI secolo è caratterizzato da accentuata piovosità con frequenti alluvioni sia in Puglia che nel resto d’Italia. Paolo Diacono riferisce di un diluvium che investì tutta l’Italia settentrionale causando devastazioni e stragi e “associa la notizia a quelle dello stesso tenore che trovava in Gregorio Magno e in Gregorio di Tours su una eccezionale piena del Tevere che devastò Roma nel 589[29].


Le conseguenze sull’insediamento e sull’assetto territoriale ed economico di tale prolungato periodo di accentuata piovosità sono l’estensione dell’impaludamento, specie delle coste, l’abbandono degli insediamenti marginali, ripetuti crisi dei raccolti, con conseguente aumento della povertà[30]. Dopo le alluvioni del 589, nel 590 si verifica una peste bubbonica che provoca un alto indice di mortalità.

Tali effetti calamitosi si verificano anche in Terra Jonica ove si registra l’impaludamento della pianura con la scomparsa dell’antico tracciato della via Appia  tra Palajanum e Taranto e dei relativi insediamenti. E’ rimasta traccia di tali estese paludi nei toponimi ancora oggi esistenti di ‘Pantano‘ e ‘Pantanello‘. Gli abitanti residenti in pianura sono costretti a trasferirsi più a Nord,  nelle gravine, ove scavano casegrotte nel tenero tufo nei villaggi rupestri (già esistenti). Tra V e VI secolo sono già esistenti sia il villaggio rupestre di Anxia  detto oggi di S. Marina (ritrovamento di monete di Costantino e di altri imperatori romani), il villaggio di Calitro ora detto di Madonna della Scala (ritrovamento del compendio monetale vandalico sotterrato secondo W. Hahn, non più tardi del 510)[31]. Molte città antiche, site in pianura o sulla costa (Egnatia, Herdonia, Aecae, Carmeianum) scompaiono in questo periodo e delle quindici sedi episcopali esistenti prima della guerra (Siponto, Luceria, Aecae, Herdonia, Carmeianum, Salapia, Canusium, Turenum, Barium, Egnatia, Brundisium, Lupiae, Hydruntum, Callipolis, Tarentum) appena sei se ne contano nel VII secolo: Siponto, Taranto, Otranto, Gallipoli, Lesina e Brindisi.

Giulio Mastrangelo

(N.d.R. – Giulio Mastrangelo è past president dell’Archeogruppo e cultore di Storia del Diritto Italiano presso l’Università degli Studi di Bari – II Facoltà di Giurisprudenza di Taranto, già relatore in diversi convegni ed autore di diversi scritti, tra cui il volume “La condizione giuridica della donna nelle leggi longobarde e negli usi matrimoniali in terra d’Otranto” (Editore Dellisanti).

Nelle foto: Giulio Mastrangelo e due immagini del Centro Storio di Massafra



[1] C. D. FONSECA – F. LEMBO, Il Centro Storico di Massafra, estratto da  Annali dell’Università di Lecce – Facoltà di Lettere e Filosofia, vol. VII (1975-76), Adriatica ed. Sal., Lecce 1977.

[2] FONSECA- LEMBO, Il Centro Storico cit..

[3] R. CAPRARA, “Censimento dei beni culturali esistenti nel centro storico di Massafra”, schede tecniche, materiale grafico e fotografico di M. Scalzo e C. Crescenzi, redatto nel febbraio 1985 e assunto al protocollo del Comune di Massafra in data 12.3.1985 sotto il n.6156, p.60 s.

[4] CAPRARA, “Censimento cit.

[5] R. CAPRARA, “Censimento cit.

[6] G. MASTRANGELO, Brevi note storiche sul Castello, il fossato, le mura medievali, i molini baronali e la chiesa di San Toma a Massafra, in Archeogruppo 5, Bollettino  dell’Archeogruppo “E. Jacopvelli”  di Massafra, 2005 pp.59-82.

[7] MASTRANGELO, Brevi note cit., p.64.

[8] MASTRANGELO, Brevi note cit., p. 69; vedi a pag. 68 la ricostruzione cartografica del percorso delle mura medievali (a cura di U. Ricci).

[9] E. JACOVELLI, Massafra – La Città e il Terrotorio, Massafra, 1981, p. 67.

[10] Con detto atto Roberto Arcivescovo di Brindisi e perpetuo amministratore della Chiesa di Mottola conferma e ratifica la elezione di  don Cataldo de Fanello di Taranto quale cappellano della “ecclesia seu cappella beata maria de platea extra muros terra Maxafra”  con tutti i diritti, gli introiti, gli onori e  gli oneri tra cui quello di  celebrare messa all’altare di S. Andrea sito nella Ecclesia di S. Nicola (1505, 28 maggio, Brindisi, in Arch. Capit. Massafra, Libro I°, Carte Varie, pag.182 recto n.94). La stessa chiesa è compresa nel Decreto di riunione di diversi benefici semplici a favore della mensa capitolare di Massafra emanato nel 1583 da Papa Gregorio XIII su istanza del vescovo di Mottola Jacobo Micheli e del Capitolo di Massafra (Arch. Capit. Massafra, Libro 2°, Carte Varie, vol. II, cc. 17 ss.)

[11] Vedi Decreto del 1583 citato a nota precedente.

[12] R. CAPRARA, Il villaggio messapico di Anxia nella gravina di San Marco.

[13] R. CAPRARA, Una chiesa rupestre dedicata a S. Lorenzo da Massafra, in Archeogruppo 4, Bolletino dell’Archeogruppo E. Iacovelli, 1997

[14] E. JACOVELLI I Santi Medici cit., pag.13.

[15] L. CARDUCCI Quadro delle crescita demografica in Terra d’Otranto nei cento anni  a cavallo del 1500, in Storia del Salento, La Terra d’Otranto dalle origini ai primi del Cinquecento, Galatina, 1993 pag.438.

[16] G. MASTRANGELO, La Vergine, la Cerva e la Scala, note storico archeologiche,  Archeogruppo “E. Iacovelli” – Comitato Festa Patronale, Massafra 2004, p.61; sul punto cfr. A. MASSAFRA – B. SALVEMINI, Storia della Puglia, vol. 3, pag.2; K. BERGDOLT, La Peste nera e la fine del Medioevo, Casale Monferrato 2002, pag.56 ss.: l’A. annota che la peste raggiunse in un primo tempo l’Italia del Sud e riporta la descrizione del francescano Michele da Piazza il quale così racconta i drammatici avvenimenti: “Successe dunque che, si era nell’anno del Signore 1347, circa all’inizio del mese di ottobre, dodici galee genovesi fuggirono dalla vendetta divina che il Signore fece scendere su di loro e raggiunsero il porto di Messina. Essi portavano con sé una così grave forma di peste che chiunque avesse parlato con un membro dell’equipaggio fu vittima della malattia mortale e non potè più sottrarsi in nessun modo alla morte..” E’ plausibile che sia avvenuta la stessa cosa a Taranto, dove la peste vi può essere arrivata portata da qualche nave proveniente dall’Oriente o dalla Sicilia.

[17] Inventario dei materiali del Centro di Raccolta di Massafra, in Archivio Archeogruppo E. Jacovelli, anno 1986;

[18] R. CAPRARA,  alla voce Pestilenze, in Dizionario etimologico della lingua parlata a Massafra, vol. II, in corso di stampa).

[19] E. JACOVELLI, Massafra nel sec. XVI, Massafra 1971, pag.13

[20] CARDUCCI, op.  ult. cit.

[21] JACOVELLI, op. ult. cit.

[22] JACOVELLI op. ult. cit.

[23] I. Fusco, Peste, demografia e fiscalità nel Regno di Napoli nel XVII secolo, Milano, Franco Angeli 2007, pp. 283-287.

[24] Questo fenomeno non si verifica solo a  Massafra ma anche negli altri comuni vicini: Castellaneta passò da 1300 fuochi a 1007½ ed a 691, dimezzando la popolazione; Martina Franca da 2044 a 1851½ e a 1603, Mottola da 169 a 134½ e a 115, Palagiano da 102 a 88½ e a 71. Unica isola felice, Palagianello, che vide la sua popolazione crescere, superando addirittura Palagiano, da 35 a 45 e infine a 72 fuochi. Taranto passò da 3000 fuochi a 2320 e infine a 1870 (v.Fusco, Peste, cit.).

[25] E. JACOVELLI, I santi Medici di Massafra – culto, storia, arte e tradizioni, Massafra 1976, pag.34.

[26] Lettera del 2.9.1999 diretta al Sindaco di Massafra con cui si comunica il rinvenimento di tali reperti, in Archivio Archeogruppo E. Jacovelli,

[27] Con lettera del 22.1.2005 consegnavo alla dott.ssa T. Shojer della Soprintentenza Archeologica le 51 monete.

[28] G. MASTRANGELO, Contributo sui demani comunali di Massafra, Fondazione “P. Loreto”, Massafra 1997, p. 5 n. 8

[29] P. DELOGU, Longobardi e Romani altre congetture, in S. GASPARRI (a cura di), IL Regno dei Longobardi in Italia, Spoleto, 2004, pag. 150.

[30] P. DELOGU, op. cit., ivi.

[31] W. HaHn, Un ritrovamento di minimi dei primi anni del VI sec. d.C. A Massafra presso Taranto, , in Litterae Numismaticae Vindobonenses, anno 3, pp. 95-116, tradotto in italiano di R. COLIZZI in Archeogruppo 3, Bollettino dell’Archeogruppo “E. Jacovelli” di Massafra, 1995, pp.29-33.

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