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Presentato con successo il romanzo “Il segreto del gelso bianco” da Maria Carmela Pagliari

Massafra. Sabato scorso, presso la Biblioteca Comunale (ha sede nel  Castello Medievale e responsabile è Stella Valle) un numeroso pubblico ha seguito la presentazione del libro “Il segreto del gelso bianco” dei fratelli Antonella Caprio e Franco Caprio (Besa Editrice). A coordinare la serata Arianna Gravina del Presidio del Libro (dello stesso Ente presenti anche Simona Palmisano e Simona Pagliai).Ente che ha organizzato l’evento insieme al Comune di Massafra- Ass. alla P.I. e Cultura, Biblioteca Comunale, Consulta delle Associazioni e Regione Puglia – Ass. al Mediterraneo. Dopo gli indirizzi di saluto (e complimenti per questa nuova serata culturale) dell’assessore alla Pubblica Istruzione e Cultura, avv. Giandomenico Pilolli, e del presidente della Consulta delle Associazioni, dott. Emmanuele La Tanza, la parola è passata alla prof.ssa Maria Carmela Pagliari, docente di Lettere presso il Liceo “De Ruggieri”, che ha incantato con la sua relazione da tutti applaudita. Prima di entrare in merito al volume, ha ringraziato il personale della biblioteca comunale, tutti gli organizzatori dell’evento, gli amici, gli alunni e tutti i presenti. Un particolare saluto di benvenuto a Massafra ha dato ad Antonella e Franco Caprio, autori del romanzo “Il segreto del gelso bianco”, che hanno voluto “farci dono di un bene inestimabile: un libro, e già questa è, come dico sempre, una boccata d’ossigeno; la boccata d’ossigeno diventa poi brezza profumata d’aprile, aura, zefiro di primavera quando il libro è di piacevole lettura e  parla della nostra splendida terra, dei suoi valori, dei suoi pregi, e non solo dei suoi difetti”. Ha evidenziato, quindi, come il distacco dalla propria terra spesso porti a comprendere meglio e ad apprezzare le sue peculiarità, porti ad una critica costruttiva e non solo demolitiva. Il confronto con altre culture e altre realtà, infatti, fanno acquisire maggiore coscienza del bene che si possiede e “…ci conduce al rispetto di quelle che sono le nostre radici, quelle che l’abitudine alcune volte può compromettere”. La relatrice si è detta convinta che le esperienze vissute fuori portino linfa vitale utile a colmare lacune, correggere errori, arricchire il nostro territorio, “…purché si torni, perché la nostra terra ha bisogno di noi, e anche se spesso siamo costretti a partire. E’ il ritorno quello che conta, è il legame quello che deve persistere”. Ai fratelli Caprio ha dato subito il suo plauso: per aver saputo riannodare i fili della memoria storica della loro terra, per aver saputo tessere la tela della micro storia, quella fatta dalle persone semplici, quelle che col sudore della fronte, con il sacrificio. Eroi di tutti i giorni, depositari di valori inestimabili e di legami autentici e indissolubili, Poiché “verba volant, scripta manent”, loro hanno voluto lasciare un segno, dando la dignità di un vero romanzo, ad appunti che, altrimenti, sarebbero rimasti nell’inutile silenzio delle carte abbandonate (come insegna il prof Massafra, storico di chiara fama). Scrivere, comporre, creare … in un passo dello Zibaldone datato 30 Novembre 1828, una sorta di diario intellettuale nel quale Leopardi, il più grande poeta italiano dell’Ottocento, appuntava riflessioni, osservazioni, abbozzi di componimenti poetici, leggiamo: “Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo che io abbia passato in mia vita”. Ed ancora: “Della lettura di una bella pagina di vera contemporanea letteratura … si può, e forse meglio… dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita. Essa ci rinfresca, per così dire, e ci accresce la vitalità”.

La relatrice ha continuato chiedendosi quanta vitalità doneranno ai lettori le 363 pagine del romanzo “Il segreto del gelso bianco”, in cui Antonella e Franco Caprio hanno voluto trasfondere la vita pulsante di persone e ambienti che si dipanano in un periodo che comprende più di un secolo, 1878, anno di nascita di Federico Di Lauro, il capostipite, fino ai giorni nostri, in una parabola temporale e spaziale che occupa più di un secolo e corre dalla nostra Puglia, lungo tutta l’Italia, fino a Torino, e poi attraversa l’oceano per arrivare in America e poi affonda le sue radici ancora nella madre terra Puglia.

“Un romanzo che ti cattura piano piano, che ti fa scivolare fra le pagine dolcemente, nella fluidità di uno stile che scorre piacevolmente fresco, che ti fa percepire fragranze, sensazioni che appartengono ad un mondo autentico, fatto di schiettezza, condita con il succo del sacrificio. Dico subito (ha precisato ancora la brava relatrice) che nel romanzo coesistono due dimensioni: una lirica, connessa al rapporto degli autori con la terra natale dei loro avi e al fascino del mondo rurale della Puglia, e una dimensione saggistica, che si lega ad una riflessione etica, anzi offre come modello un valore morale che s’identifica ancora con l’etica, a differenza di quanto avviene oggi. I personaggi si muovono in un universo rurale arcaico, al quale gli autori si accostano con una personale cifra narrativa che consiste, a mio avviso, in una trasfigurazione del reale: partendo dalla realtà oltrepassano il puro dato per cogliere qualcosa di più profondo e allusivo che ne stempera la concretezza senza però annullarla. La loro poetica unisce realismo descrittivo e lirismo. Spesso c’imbattiamo, ad esempio, in contrasti cromatici e analogici, a partire dal gelso bianco morus albus, nero-bianco. Il colore del gelso in origine era solo nero, poi diviene albino; e poi: alba… spegne… chiarore… buio… odore acre… sporco… sudore rancido… odore dei boschi… muschio… profumo dall’essenza dolce delle mandorle fresche…; nuvola scura… azzurra, della volta celeste…; nuvola buia… raggi del sole… colori dell’arcobaleno… E poi tanti altri contrasti a sancire il significato più profondo della vita, che fonda la sua essenza, proprio sui contrasti. Tra questi il contrasto di vita-morte, il più importante, su cui a mio avviso gioca l’intero romanzo”.

 Sappiamo che il realismo impone anche una scelta linguistica coraggiosa: il dialetto (comprensibilissimo e spesso comico) che dà colore al racconto, scelta imposta dalla fedeltà al linguaggio dei personaggi che si esprimono ricorrendo alla loro lingua madre, ai proverbi, ai modi di dire della loro terra. Questo linguaggio è mimesi di un mondo primordiale che ruota attorno a poche semplici immagini, povere cose di un’esistenza elementare ma ricca di significato. “Anche in questo (ha detto ancora la prof.ssa Pagliai) ho trovato l’esigenza da parte degli autori di un cammino verso la loro terra d’origine, che diventa un ritrovamento della spontaneità nativa dell’animo e del sentire, la fuga da un mondo mistificato per ritrovare la verità piena insita nelle cose più semplici”.

I capitoli, contenuti in una cornice prologo-epilogo (che costituisce anche il cardine dell’intero romanzo), offrono ai lettori numerosi spunti tematici su cui riflettere: la famiglia, il lavoro, la guerra, l’amicizia, l’amore… Il tutto raccontato con delicatezza, anche i riferimenti agli episodi più scabrosi e particolarmente dolorosi, a cui volutamente l’autrice non ha  fatto cenno, per non togliere ai lettori del bel libro, certamente numerosi, il gusto della lettura.

Il “gelso bianco” è testimone di tutte le vicende narrate anche attraverso la tecnica del flash back. Il gelso bianco ascolta, osserva, parla, consiglia nel suo linguaggio, perché le piante parlano a chi sa ascoltarle (ha assicurato la relatrice). Il gelso bianco è l’energia pura, la certezza, il punto di riferimento. In passato, il gelso, era la pianta che accompagnava sempre la casa in campagna e se ne ritrovano filari nelle cascine, ma anche esemplari isolati come custodi fedeli, quasi sacerdoti della Madre Natura accanto alle nostre vecchie case di campagna, per l’ombra, delle sue fruscianti fronde e dei suoi frutti neri-bianchi. “Anch’io ho il mio fedele gelso bianco, che ho spesso abbracciato, come abbraccio spesso gli alberi d’olivo secolari che trasfondono energia vitale”.

La relatrice non ha raccontato la trama del romanzo per scoprire direttamente ai lettori le vicende appassionanti che lo caratterizzano, ma si è soffermata sul rapporto fra la protagonista, Marianna, e due fra gli uomini della sua famiglia: il nonno, Federico Di Lauro, e il padre, Pietro, perché, sono questi (secondo la relatrice), nella loro profonda diversità, due pietre miliari della sua vita.

Federico Di Lauro, l’americano, un personaggio straordinario, moderno, libero… E’ come l’aria frizzante e schietta della Murgia. Quel vento che soffia e che porta lontano. Quel vento che riporta anche indietro, quello che prima ha allontanato.

Il suo rapporto con la piccola Marianna è di tenera e tacita complicità, la bambina è affascinata dal suo “mistero”, da quel senso di libertà che sfiora quasi l’irresponsabilità e che la conquista. Il giorno della sua morte resterà scolpito nella sua memoria per sempre.

Di contro, il padre Pietro è la saggezza, la delicatezza, la sicurezza.

La relatrice ha continuato dicendo che il rapporto fra Marianna e suo padre, tocca le corde più recondite. Il duro lavoro dei campi non lo distrae mai: sguardo attento, presenza costante e discreta, rispettosa. E’ a lui che la figlia chiede consigli sugli argomenti più disparati e nei momenti più importanti della sua vita, e lui è lì pronto ad aiutarla, a rispondere saggiamente ad ogni sua richiesta, anzi a volte sa interpretare il suo pensiero ancor prima che questo sia esternato e le offre il suo aiuto, ancora prima che lei chieda. “E’ la pietra della Murgia, quella che non dovrebbe morire mai”.

“Il segreto del gelso bianco” è il primo lavoro di A. e F. Caprio ma possiede già una buona maturità stilistica, una padronanza di linguaggio che nulla ha da invidiare ai best sellers della nostra attuale letteratura, alcuni dei quali la relatrice (e l’ha detto con sincerità) considera spazzatura. Ha quindi consiglio vivamente ai giovani, e non solo a loro, la lettura di questo romanzo perché unisce l’utile al dilettevole, infonde valori, ridona radici e identità, ciò di cui specialmente i giovani, oggi, hanno particolarmente bisogno, nell’era dell’usa e getta anche dei sentimenti, del tutto e subito.“Gli autori hanno raggiunto questo importante traguardo grazie ad un linguaggio e ad una tecnica narrativa poliedrici: poesia, nelle descrizioni affascinanti e dei paesaggi, ironia e addirittura comicità, nella rappresentazione di alcune macchiette umane e di alcune situazioni, il tutto amalgamato con  grani di saggezza come proverbi e modi di dire popolari a cui hanno saputo fare ricorso, e hanno fatto bene (ricordando alcuni versi di Torquato Tasso) perché “…Sai che là corre il mondo ove più versi / di sue dolcezze il lusinghier Parnaso; / e che ‘l vero, condito in molli versi, / i più schivi allettando ha persuaso…”.

Infine l’autrice ha ringraziato gli autori del romanzo, Antonella e Franco, fusi con il cuore e con la mente,  per offrire questo importante contributo alla nostra cultura. Gli autori, in conclusione della serata, hanno vivamente ringraziato la prof.ssa Pagliari per l’ottima relazione e quanti si sono prodigati, per l’organizzazione della bella serata e per l’ospitalità loro riservata. Una serata che resterà nel tempo, e non solo per loro. Nella foto la prof.ssa Pagliai al centro e ai lati gli autori dott. Franco Caprio e dott.ssa Antonella Caprio.
(Nino Bellinvia)



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