Home » CULTURA » Presentato con successo da M. Carmela Pagliari il libro “Le cose che cadono” di Mary Simonetti

Presentato con successo da M. Carmela Pagliari il libro “Le cose che cadono” di Mary Simonetti

Massafra. Nei giorni scorsi, nell’elegante salone del ”Green Bar”, nel corso di uno degli incontri della II Edizione dei pomeriggi d’intrattenimento letterario, musicale e di attualità “IMPROVVIsamente”, organizzati da Rotaract Club Massafra, è stato presentato il libro di poesie “Le cose che cadono”, edita da LietoColle di Faloppio (Co), opera prima della massafrese Mary Simonetti, laureata in Igiene dentale.

Relatrice, la docente del Liceo “De Ruggieri” Maria Carmela Pagliari (foto), critico molto apprezzato che passa dalla poesia, alla prosa, alla saggistica, all’arte.

“Io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile… Nella attuale civiltà consumistica che vede affacciarsi alla storia nuovi linguaggi, nella civiltà dell’uomo robot quale può essere la sorte della poesia? Le risposte potrebbero essere molte. La poesia è l’arte tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto. L’incendio della biblioteca di Alessandria ha distrutto tre quarti della letteratura greca. Oggi nemmeno un incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni.” Ha così iniziato la sua relazione la prof.ssa Pagliari, citando appunto alcune parole provocatorie del discorso “E’ ancora possibile la poesia?”, che Eugenio Montale pronunciò il 12 dicembre 1975 a Stoccolma, quando ricevette il Premio Nobel per la letteratura. Ha quindi continuato evidenziando subito che sarà sempre possibile la poesia perché l’intuizione artistica è un atto creativo, che attiene alla sfera conoscitiva, attraverso il quale il sentimento immediato, illuminato dalla fantasia, si traduce in una immagine, in una concreta rappresentazione.

 Ha continuato, citando Croce, che in un primo momento definiva l’intuizione, che dà origine all’arte, “pura”, per sottolineare il carattere fantastico della creazione artistica, consistente in pure immagini, esenti da elementi logici, intellettuali, ecc.. Più tardi ha usato l’espressione “intuizione lirica”, mettendo in rilievo il fatto che l’arte è estrinsecazione di ciò che il poeta prova, cioè traduzione in immagini di un sentimento vissuto. Infine l’intuizione, definita “cosmica”, per indicare che in essa si coglie la vita del tutto, si avverte una dimensione universale che distingue la poesia dalla semplice “letteratura”. L’arte, infatti (ha continuato la relatrice), è una attività spirituale, presente in tutti gli uomini (homo nascitur poeta): i grandi artisti risvegliano in noi il senso innato della bellezza, rivelando noi a noi stessi, facendoci sentire partecipi di valori universali.  La poesia è dunque folgorazione, fòs-luce kolè-veleno, bellezza, equilibrio, dannazione, sturm and drang, tempesta, impeto, sublime, intuizione pura, libera estrinsecazione del sentimento, quante definizioni e quante ancora ne ometto, io che con la poesia ho il privilegio di lavorare, con passione, Amore, quello con l’A maiuscola. Ha poi messo da parte tutte le definizioni, che semplici definizioni non sono, ed ha parlato della poesia come ossigeno, respiro. In quanto non possiamo vivere senza respirare ossigeno, la nostra anima non può esistere senza la poesia-ossigeno. E la poesia eleva a Dio. E lei, la relatrice, si nutre di di poesia anche per lavoro e percorre i suoi innumerevoli meandri da Saffo a Pindaro, a Catullo, Orazio, Ovidio, Dante, Petrarca, Leopardi, Foscolo, Carducci, Pascoli , Campana…, e a quanti altri, camminiamo insieme fra i secoli a braccetto, ci nutriamo di uomini, di storia fatta dagli uomini, dalle loro passioni, velleità, scelte di vita, debolezze, dolori, peccati, gioie, conflitti.  Ed ha continuato dicendo: “In questo cammino che è essenza della mia stessa vita, oggi m’imbatto in un’anima, che inserisco nella Rosa, la candida rosa dell’Empireo poetico, è Mary Simonetti, personalità complessa che ha voluto fermare, immortalare nei versi battiti di vita, di cuore, palpiti delicati come ali di farfalla o momenti pesanti come macigni, morbidi come velluto o taglienti come spade affilate. Mi sono avvicinata con rispetto, in punta di piedi, alla sua anima denudata, perché chi decide di pubblicare poesie offre se stesso al mondo, un dono che è un po’ catarsi per se stessi ma anche per gli altri, per coloro a cui il messaggio è rivolto. Mary ha intitolato i suoi fremiti “le cose che cadono”, c’è chi le ha chiamate “nugae”, chi “fragmenta”, ma qualunque sia il loro nome, qualunque sia il significato che si voglia dare a quest’espressione, e chi ha curato la prefazione della raccolta ne ha dati tanti, “le cose che cadono” sono semplicemente una voce , non importa se di gioia o di dolore, vita o morte, strazio o sublime godimento, sono una voce, quella di un’anima che anche nel dolore che ha sicuramente conosciuto, nelle cicatrici che questo ha lasciato nel suo cuore e che sono palpabili, ha avuto la fortuna di imbattersi nella poesia, la quale ha avuto il pregio di trasformare queste lacerazioni in atto creativo. Ogni poesia è un segno, una cicatrice, guarita o ancora sanguinante;  un messaggio a volte gridato, come l’Urlo di Munch, a volte sussurrato, come richiesta d’aiuto, d’amore. Sappiamo che la poesia può essere eternatrice, come dice Foscolo, ma sappiamo anche che la parola poetica del Novecento ha subito una trasformazione profonda, è diventata povera, derelitta, scheggiata, la parola poetica del Novecento è sottrattiva: cancella, scava nei meandri, si deposita sulla sabbia del deserto, dove la memoria della vita è ridotta a conchiglia fossile, a osso di seppia, a lichene, a truciolo, a rimanenza, a scampolo  di esistenza. In questa collezione di cose scarnificate, figure allegoriche dell’abbandono e del prosciugamento, si specchiano le cose che cadono della Simonetti, colme di immagini del vuoto, si affacciano sul desolato paesaggio dell’inquieta anima moderna, quell’anima che come dice la scrittrice, prof. Benagiano, acuta studiosa dell’animo umano, nel suo ultimo mirabile lavoro La soluzione (dramma in tre atti),”L’anima non è il volto o il corpo invecchiato, nessun farmaco può rigenerarla, a meno che non si ritorni a considerarla l’abisso dove, se chiamato, si getta l’Essere che sempre è per rigenerarla”. La parola di Mary è la parola dell’ansia, è una parola-creatura spesso indifesa, spaventata, che con Camillo Sbarbaro potrebbe recitare “Come la vite mi cibo di aridità…Forse mi vado mineralizzando…Così dalla mia aridità scaturisce la disperata invocazione del soprannaturale” .  E proprio il Soprannaturale potrebbe essere l’ancora di salvezza. Del resto, già Baudelaire aveva colto la problematicità della condizione dell’artista coniando l’immagine della “caduta dell’aureola”. Il poeta, che perde l’aureola nel fango della convulsa strada cittadina, segna la crisi del modello del poeta romantico, del vate, e apre alla riflessione sul mutato ruolo dell’arte nell’epoca della tecnica e del mercato.

La delicatezza dell’autrice io la conosco, quando cerco negli anfratti della memoria e in quelli sempre vivi e luminosi dei ricordi a me particolarmente cari, quando lontano negli anni  ritrovo il suo volto di Madonnina in intensi momenti di condivisione scolastica, durante rappresentazioni teatrali senza pretese, ma elevate nella loro semplicità. Haec olim meminisse iuvabit (gioverà ricordare le cose passate). E Mary è lì, nei miei ricordi, alunna dagli occhioni profondi, due universi, nei quali in fondo la fragilità è solo apparente, perché in quegli occhi trovo anche la caparbietà, la forza di sollevare titanicamente “le cose che cadono”, farle rinascere, librare nell’aria oppure il coraggio di far cadere volutamente quelle che non vale più la pena di far volare, quelle che è meglio fare inesorabilmente cadere, anzi, seppellire, bruciare, perché le hanno fatto del male, l’hanno tradita “…caddero strappati/ricordandomi quanto tu fossi effimero/nella menzogna d’amore.”(dalla poesia “Che io in quell’attimo”). Come l’araba fenice proprio dalle ceneri delle cose che cadono la sua anima può rinascere grazie al potere salvifico della poesia che, quando sgorga sincera dal cuore, ha la benedizione divina che tutto placa e rasserena.  Dalla polvere delle cose che cadono possono nascere stelle, pulsanti, luminose, vivissime, proprio perché nel buio e dopo il buio risplendono di più. La sofferenza, cara Mary, è catartica, come ci ha insegnato la tragedia greca e come ci insegna la fede.

Una fantastica applaudita relazione questa di Maria Carmela Pagliari che concluso  con due domande ed un’affermazione: “Come potremmo apprezzare l’intenso bagliore della luce se non ci fosse il buio a rivelarlo? Come potremmo apprezzare la vita se non ci fosse la morte a valorizzarla? Caravaggio è maestro sublime in questo. Nelle lacerazioni di un’anima ho trovato speranza, anima forgiata dal dolore e per questo più forte, pronta ad affrontare la vita, un futuro che per lei non può essere che radioso”.

Nel corso della relazione sono state anche lette le poesie: Ci sono luoghi – Entro nel sole -  Rami nodosi e appesi – Le cose che cadono.

(Nino Bellinvia)


                        

 

 





Condividi:
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Digg
  • del.icio.us
Invia articolo ad un amico Invia articolo ad un amico Stampa questo articolo Stampa questo articolo

IMMAGINI DELLA LIGURIA



Meteo Liguria

Meteo Liguria

CAMBIO VALUTE

Il Widget Convertitore di Valuta è offerto da DailyForex.com - Forex Opinioni - Brokers, Notizie & Analisi

TUTTO CINEMA

© 2007 - 2018 LIGURIA 2000 NEWS - Anno XII - Collegati -

Se trovate qualcosa coperto da copyright comunicatelo al webmaster, provvederemo alla sua rimozione, grazie!