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Pensieri ad alta risoluzione nella silloge di Laura De Berardinis “Raccolgo conchiglie”

Questa silloge è prima di tutto un libro di poesia atipica, in qualche modo dialogica, verso il proprio sé e la realtà che si ha intorno. Presenta tendenze stilistiche tipiche della prosa poetica, è comunque  originale, con orizzonti linguistici  ad ‘alta risoluzione’, per avvicinarsi ai luoghi dell’anima più inediti ed inesplorati. E’ dunque come si accennava, prosa poetica, ma anche poesia raccontata con espedienti tipici dell‘ars narrandi’, volti a  raggiungere livelli di efficacia che si avvicinano con diverse chiavi di lettura alle vicissitudini umane dell’autrice.

Nel leggere i componimenti, in apparenza senza una logica o un filo conduttore che abbia corrispondenze con il tema  specifico, può venire in mente, sia pure con i necessari distinguo, la tecnica narrativa di Joyce nella sua opera ‘Ulisse’, che s’inoltra nei processi misteriosi dei ‘flussi di coscienza’, mentre il pensiero  si abbandona all’anarchia dell’inconscio per portare in superificie realtà sommerse che pulsano nei distretti più reconditi dell’animo di chi scrive. E’ un verseggiare diretto, senza filtri o mediazioni convenzionali.

Sono scansioni d’immagini rivolte al proprio io cosciente e non,  al mondo animato, o a quello inanimato delle cose, che si fanno presenza o assenza, dove non di rado si trovano similitudini, simbiosi tra i propri travagli intimi e le immagini riflesse dell’ambiente, che talora diventa un sottofondo emblematico delle risonanze intime che riflettono esperienze vissute. A tratti emerge il controllo sulle emozioni che fluttuano con relativi abbandoni,   poi è uno scorrere impotente di verità interiori sulle quali si è in qualche modo perso il controllo, nel senso che diventano il paradigma di un procedere ineluttabile e ineludibile.

L’autrice si rivela tuttavia molto abile nel celare i suoi stati d’animo in chiavi di lettura  destinate in parte all’interpretazione personale. Come avesse giustamente voluto riservare a se stessa la verità ultima di quei passi con vaghe orme incise nel percorso tracciato dal proprio volere o dal destino, senza che il lettore avesse la licenza di scavalcare quei limiti personali, raggiungibili solo con un’indagine introspettiva, che in definitiva è prerogativa  di chi scrive. Si tratta di legittimi percorsi da tenere in penombra, che finiscono per essere criptati naturalmente, senza necessità di veti o esclusioni, segnati da registri linguistici che non si avvalgono di oscurantismi lessicali o poetici per stabilire confini nella lettura.

Si avvertono e basta quei passaggi che non si piegano a semplici parafrasi; restano le sensazioni che i versi sanno evocare, la bellezza dei rimandi a sponde ignote; del resto i poeti ricorrono inconsapevolmente a queste aree esclusive di pensiero, che sono poi i ‘luoghi’ privilegiati della poesia. Non ci sono estremi in questo vagare attraverso i meandri dei propri viaggi interiori, è un procedere compassato, a volte la normalità diventa quasi provocazione di visioni che sono la sfera più essenziale e disarmante di un mondo che pulsa con i suoi ritmi, e ne riporta l’eco con vaghe esaltazioni. Si ha l’impressione che la De Berardinis voglia soffermarsi proprio in questi angoli di vissuto in apparenza molto illuminati, e ci si domanda la ragione di quelle porte socchiuse che permettono uno sguardo agile al loro interno.  E invece la luce e le sue emanazioni possono avere altri codici interpretativi, ma seguire il pensiero che  si apre in tante prospettive, è già una via, un iter che favorisce la disambiguazione.

Sotto certi aspetti, considerando l’originalità del testo, è poesia d’avanguardia, non c’entrano i registri stilistici, è uno scandaglio nuovo, è sperimentazione, voglia di andare oltre i limiti di quest’arte, spingendosi avanti, attraverso semplici strumenti linguistici. Finita la lettura è evidente che l’autrice, senza artifici o fini già stabiliti, ha percorso una strada niente affatto battuta, lo ha fatto spontaneamente, attingendo a piene mani dalla coscienza, ma soprattutto dall’inconscio, tenendo sempre stretta la sua chiave.

E spontaneo mi pare anche il ricorso metaforico a figure epiche o mitologiche, comunque  a personaggi vari, che non sono pretesti per un efficace esercizio di stile, ma svolgono un ruolo nell’essenza e nella logica del componimento.

Non di rado il verso è brevissimo,  come fosse una folgorazione, o una freccia scagliata in un bersaglio, che il pensiero, in una frazione di secondo, ha sfiorato, e poi se n’è discretamente allontanato.

Tutto inizia e si conclude in un’incursione, in un arrivo e un dileguarsi verso altri fronti, appena qualche fugace cenno che non è fine a se stesso, ma ha un legante preciso con ciò che segue, sia pure in modo allegorico, per richiamo o finissimo rimando.  C’è una vita che si svolge in capitoli, in una sequenza d’immagini a volte oscure e altre volte accentuate, come la memoria fissata in una pellicola e animata da frammenti di ricordi e  attimi d’introspezione.

Si tratta proprio di frammenti, scaglie di  tempo lasciate cadere o sospese  ad un filo di renitenza, che manifestano attimi di gioia, oppure finiscono nello smarrimento, e perfino nel timore o nell’impotenza, davanti all’inesorabile instabilità della vita.

In rilievo c’è il coraggio dell’autrice di raccogliere quei frammenti (conchiglie) di vetro caduti dal rifrangersi del proprio io in uno scenario neutro che li riunisce e li ricompone per dare volto al proprio essere stati.

Il coraggio di scrutarsi dentro in questo collage, senza chiedere indulgenza per le proprie fragilità, e  senza compiacimenti verso i virtuosismi del carattere, manifestati nelle circostanze più difficili. E’ in definitiva un desiderio di varcare un’altra soglia, per riconfermare se stessi e la propria identità di fronte agli altri, un accettarsi senza riserve, consapevoli che la vita  è la verità più aleatoria,  che esprime i suoi verdetti, ma può anche concedere un appello.
(Virginia Murru)

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