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Operazione ‘Trident Juncture 2015′

Già si sapeva che le servitù militari in Sardegna e in altri punti chiave della penisola, non sono mai state un privilegio, il territorio vincolato alle basi Nato nell’isola è veramente di proporzioni notevoli, interessa peraltro le acque costiere che delimitano le zone dei diversi poligoni, tutte aree importantissime anche sul piano naturalistico.

La Sardegna occupa una posizione strategica nel Mediterraneo, anche questo non è una novità, ma l’isola non può essere penalizzata fino a questo punto. Se nei momenti storici più delicati, dopo gli anni cinquanta, in seguito agli urti diplomatici, ma soprattutto per ragioni dovute a tensioni ideologiche, i due grandi blocchi in cui era diviso il mondo, si fossero scontrati realmente, la Sardegna imbottita di armi, con imponenti presenze di militari Nato nei tanti poligoni, sarebbe saltata in aria come una polveriera. Non è difficile immaginare che sarebbe stato uno dei primi obiettivi del Mediterraneo, importante base logistica dell’Occidente, per l’aeronautica, la marina, l’esercito e anche importante riferimento per l’intelligence. Quando negli anni cinquanta, in seguito alle tensioni tra Usa e URSS, dovute alla crisi nei rapporti tra il governo americano e Cuba, si è davvero sfiorato l’urto fatale fra i due grandi colossi militari, nel mondo si è  temuto il peggio, e nel Mediterraneo le isole maggiori sarebbero state certamente nel mirino dei sovietici, dato il ruolo importantissimo che svolgevano fin da allora dal punto di  vista militare.

Il muro di Berlino è crollato, e le ideologie contrapposte che rappresentava sono anch’esse crollate, non vi sarebbero più ragioni per questa corsa perenne agli armamenti, il pericolo più insidioso rappresentato dalle due grandi potenze, non esiste più, ora si dialoga di più e i principi democratici sono rientrati a pieno diritto nelle Costituzioni che regolano l’attività di governo di quasi tutti gli stati europei. Ma la paura è sempre nell’aria, insomma, la corsa alle armi non è mai finita.

Nel mondo peraltro non si è certo raggiunto un grado di sicurezza che permetta alla società di vivere in assoluta tranquillità, la pace e i focolai di tensioni e di guerra, purtroppo esistono ancora,  non è nella natura degli esseri umani, evidentemente, rispettare in modo assoluto i principi di tolleranza e convivenza tra i popoli. Le emergenze create dalle due guerre mondiali nel novecento, hanno coinvolto gran parte del pianeta, interessato militari di ogni nazione, e pertanto anche le conseguenze dei grandi conflitti, si sono fatte sentire ovunque. Eppure la storia ci ha lasciato lezioni solenni.. Ora la paura ha volti diversi, l’umanità, nel suo camaleontico evolvere, non ha comunque cambiato le regole del gioco, e l’inclinazione a lasciarsi travolgere dalla violenza e gli scontri, è sempre davanti a noi, il pericolo dietro la porta di casa.

La gente è già provata dalle notizie poco rassicuranti che giungono dai paesi ancora coinvolti in scontri senza fine, dal terrorismo dei fondamentalisti islamici, senza dimenticare il perenne conflitto tra israeliani e palestinesi,  e per non parlare dell’Afghanistan e dei focolai mai spenti nei tanti stati africani.. Ora la gente non vorrebbe più sentire parlare di armamenti, zone off limits, poligoni di tiro.. E giustamente, come accade in Sardegna, la gente s’indigna e si rivolta davanti a decine di km di costa delimitati dal filo spinato, spiagge meravigliose vincolate ai militari Nato per le esercitazioni; non se ne può più veramente.

C’è forse da meravigliarsi di questa diffidenza, delle manifestazioni dei pacifisti, del bisogno di liberare un’isola troppo militarizzata qual è la Sardegna? Dopo secoli e secoli di dominio, quest’isola che ha combattuto per lunghissimo tempo la presenza dei romani, nei primi secoli dopo Cristo, e prima ancora i Fenici, e infine tutti gli altri che si sono succeduti. Da un padrone all’altro, senza avere mai inclinazione alla sottomissione, oggi proprio non accetta le servitù militari che sotto certi aspetti somigliano tanto alle schiavitù. Sono fumo negli occhi per la gente che ha imparato ad accettare pregi e difetti dell’insularità, a convivere con calamità naturali e condizioni di vita ancora poco agevoli; soprattutto per le nuove generazioni. E’ naturale che chieda d’essere affrancata da questi vincoli pesanti, troppo duri per l’economia, soprattutto per la pesca al largo nelle coste interdette alla navigazione.

L’importante base Nato di La Maddalena, è stata smantellata nel 2007 per volere dell’allora Governatore della regione Sardegna, Renato Soru, che della smilitarizzazione dell’isola ne aveva fatto un preciso obiettivo del suo programma politico. Ora è la gente ad essere proprio stanca di vedere la propria isola, letteralmente, sempre ‘sul piede di guerra’. Non si vive tranquilli quando nell’isola vi è una potenza in termini di armamenti che la rende vulnerabile, punto sensibile. Nel mondo assistiamo a continui sconvolgimenti, minacce d’ogni tipo, che mettono a rischio il bene più supremo per l’umanità, ossia la pace, la Sardegna ha tutte le ragioni di rivoltarsi contro questa corsa alle armi sempre più potenti e distruttive, installate nelle basi presenti lungo le sue coste. E allora ringraziamo anche i cortei dei pacifisti che hanno fatto sentire ad ottobre scorso la loro voce nelle città dell’isola, sono una presenza scomoda per chi ha altre gerarchie di valori, ma rappresentano in fondo lo specchio più pulito nel quale si dovrebbe specchiare la coscienza più autentica dell’umanità. Un’umanità che può e deve trovare vie alternative di dialogo per dare risposte chiare a coloro che tentano di sovvertire con la violenza la concordia e la pace tra i popoli. Devono esistere strumenti più degni della convivenza civile, la potenza delle armi moderne è talmente distruttiva da indurci davvero a riflettere, e perché no, ascoltare le ragioni e gli slogan di piazza di questi cortei, che in definitiva sono i soli ad avere logiche e motivazioni degne dell’intelligenza umana.

Nel corso di ogni manifestazione avvenuta in Sardegna negli ultimi mesi, peraltro, almeno un terzo dei partecipanti non erano sardi, tanti sono venuti  dall’estero per esprimere tutto il loro dissenso contro ogni manovra diretta verso conflitti nel Mediterraneo e dintorni. Ma i pacifisti sono considerati degli idealisti, e così si apparecchia continuamente non il tavolo della pace, ma quello di una possibile guerra.

La maxi operazione, la più grande dalla caduta del muro di Berlino, che con tante speranze e sollievo era stato accolto dalla gente di tutto il mondo, è stata chiamata in codice la ‘Trident Juncture 2015’ (TJ15).

La Trident Juncture ha messo  in moto un colossale movimento di militari e mezzi che hanno coinvolto in Italia, Spagna e Portogallo, oltre 36 mila uomini, una sessantina di navi e alcune centinaia di aerei specializzati nelle più sofisticate operazioni d’intervento a carattere militare. Un dispiego di forze davvero imponente, che impressiona con i mezzi più potenti schierati nelle basi di questi paesi. In Italia le basi sono diverse in Sardegna, ma ovviamente ve ne sono anche in Sicilia, Comiso in primis, a Napoli, e altre al Nord. Sono basi Nato, rappresentate da 33 paesi, 28 dei quali facenti già parte dell’alleanza atlantica, ed altri di supporto, comunque coinvolti in queste esercitazioni.

C’è di che preoccuparsi, e il generale americano Philip Breedlove, comandante in capo delle forze militari Nato in Europa, dichiara che questa grande parata di uomini e mezzi di guerra, saranno un segnale preciso per i paesi che eventualmente azzardassero ad attaccare uno dei paesi Nato..

E’ vero che in una famosa ‘quote’ George Washington sosteneva che ‘prepararsi alla guerra è il migliore modo per mantenere la pace’, e che prima di lui, perfino Eraclito era d’accordo su questa teoria, ma il duemila non è né il quarto secolo a.C. né l’’800.. Ora l’essere umano è molto più pericoloso, ha assolutamente la capacità di distruggere se stesso e il pianeta che lo ospita.

Secondo la Federazione degli scienziati americani, la Nato dispone di circa cinquemila testate nucleari, di poco superiori a quelle dell’altro fronte, ossia della Russia, che a quanto pare non ha mai cessato d’essere il potenziale nemico, il numero uno, quello più temuto perché in termini di difesa è in continua competizione con gli USA. Delle armi atomiche in dotazione di entrambi gli arsenali, circa duemila testate sono schierate, il che significa che nel giro di 24 ore potrebbero diventare attive e raggiungere eventuali bersagli in punti sensibili del continente europeo, ma anche in altre zone del Mediterraneo. Ognuna di queste testate nucleari ha il potere di disintegrare tutto, sciogliere a temperature altissime tutto ciò che trova sul bersaglio, ma anche a distanza di decine di km: immane potenza distruttiva, devastante.

Nel 2009 i parlamentari tedeschi del Bundestag hanno chiesto l’eliminazione delle testate nucleari dalla Germania, ma poi, parlamento e governo, premier compreso, hanno ripreso a marciare sulle vecchie linee di adesione totale alla politica Usa-Nato.

Le proteste in Sardegna continuano, come anche a Comiso, ad Aviano, ed in altre zone vincolate militarmente, in Italia ed Europa. Il Governatore della Sardegna, Francesco Pigliaru, ha chiesto l’intervento del governo affinché si proceda alla dismissione di tutte le aree interessate alle esercitazioni militari nelle coste sarde, ma per il momento tutto è ancora in una fase di stallo. Accordi internazionali, soprattutto tra i due ‘vecchi schieramenti’, ossia Usa e Russia, potrebbero portare a soluzioni più efficaci in questo senso, attraverso il dialogo e la via diplomatica, che non di rado ha evitato conflitti. Ce lo aveva dimostrato Gorbaciov, ed altri leader davvero interessati a costruire un mondo di pace. Il problema sta forse nei mezzi astronomici impiegati per la produzione di questo impressionante materiale bellico, che si traduce poi in interessi enormi. Le sorti dell’Umanità sono nelle mani di queste ‘multinazionali’, e l’Italia, non è certo esclusa dall’inquietante scacchiere  dei paesi che hanno sempre foraggiato conflitti e focolai di guerre con armi prodotte in casa propria.
(Virginia Murru)

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