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Nota storica del prof. Pietro Dalena su l’antica Chiesa Madre di San Lorenzo Martire a Massafra nel XVI secolo

Massafra. Serata indimenticabile nei giorni scorsi in occasione della conclusione dei lavori di restauro della “sontuosa Cappella” settecentesca nell’ Antica Chiesa Madre, di cui è Rettore Mons. Cosimo Damiano Fonseca. Restauro voluto tenacemente e finanziariamente dalla sorella del prof. Fonseca, Comasia, che, insieme alla famiglia ha voluto rendere grazie al Signore “per gli innumerevoli benefici ricevuti”.

E’ stato un momento significativo ed esaltante della conclusione dei lavori di restauro con un concerto preghiera di A Bano, l’esecuzione di un brano all’organo del M° Gianvito Tannoia e con l’introduzione del Rettore Mons. Cosimo Damiano Fonseca e  gli interventi del prof. architetto Filiberto Lembo dell’Università della Basilicata, del prof. Gregorio Angelini, Direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Regioni Campania e Puglia, del  Vescovo Mons. Pietro Maria Fragnelli e del prof. Pietro Dalena dell’Università della Calabria.

Quest’ultimo, proprio sull’ Antica Chiesa Madre, ha tenuto una relazione molto apprezzata. Esattamente ha intrattenuto il numerosissimo pubblico su una “Nota storica su l’antica Chiesa Madre di San Lorenzo Martire a Massafra nel XVI secolo”.


Ha iniziato la sua relazione evidenziano subito che ancora non si conoscono bene le origini di questa chiesa e le precise ragioni per cui venne costruita in posizione quasi decentrata nel tessuto urbano del tempo, sebbene lungo una importante via maestra costituita dall’antico asse della via consolare per Compendium.

Certamente l’espansione verso sud dell’abitato di Massafra e la crescita demografica, che a metà del Cinquecento portò a raddoppiare il numero dei fuochi (più di cinquecento fuochi rispetto ai duecentocinquanta dei primi anni del secolo), sono fondate ragioni alla base della sua costruzione, forse al posto di una diruta cappella dedicata a San Lorenzo, auspice la potente famiglia feudale dei Pappacoda.

Quanto poi abbia giovato l’attività e la politica ecclesiastica dell’episcopato mottolese della prima metà del Cinquecento, in particolare dei presuli Vito Ferrato e Angelo Pasquali, non è dato sapere. E’ certo che la chiesa nel 1533 doveva essere ultimata o quanto meno in fase di avanzata costruzione se sul collarino di un capitello di uno dei pilastri che scandiscono la modularità della navata centrale è ricordata la data del 1533 sormontata da due stemmi, quelli della città e della famiglia Pappacoda, e una seconda data del 1541 è inserita su una delle chiavi di volta dove è campito lo stemma dei Pappacoda, che forse richiamerebbe il completamento dei lavori. E al 1556 viene collocata la realizzazione della cappella del Santissimo Sacramento. Data verosimile se si considerino le due date or ora richiamate.


Ha continuato avvincendo sempre più il pubblico.

Se si è bene informati della vicenda feudale della famiglia Pappacoda (da Artusio, che l’8 febbraio 1497 ricevette in feudo Massafra da Federico II d’Aragona, sino al benemerito figlio Francesco e alla moglie Isabella Montorio), risulta carente la documentazione d’archivio relativa alla vicenda costruttiva della chiesa. A ciò supplisce qualche informazione memoriale ricavata da due iscrizioni lapidee, di cui quella che sovrasta l’ingresso ne ricorda la consacrazione avvenuta l’11 febbraio 1582 da parte del vescovo Jacopo Micheli e la collocazione delle reliquie di sant’Andrea apostolo  e della Maddalena nell’altare maggiore della insigne chiesa collegiata “Maior ecclesia terrae Massafrae”  dedicata alla Vergine Maria e a San Lorenzo Martire. La presenza di queste reliquie elevarono la chiesa a santuario per cui ai visitatori venivano concessi quaranta giorni di indulgenza. E non è cosa da poco conto se si consideri che l’esercizio delle indulgenze contribuiva da una parte a soddisfare le esigenze spirituali dei fedeli nell’accelerare il viatico per il Cielo, dall’altra ad incrementare il patrimonio della chiesa cui erano dirette donazioni “pro salute animaeA questo punto il prof. Dalena, ha fatto presente che “Però, al di là di questi elementi suggestivi interpretati in chiave locale, è opportuno individuare qualche altra ragione politicamente più congruente”.

Ed ha quindi continuato.


Dopo il saccheggio di Otranto del 1480 le paure per le ripetute incursioni militari dei Turchi sulle coste pugliesi si sostanziarono di significati ideologici che tendevano sempre più a identificare il mondo mussulmano con quello degli infedeli, dei nemici della fede cattolica, contro i quali bisognava chiamare a raccolta tutte le forze disponibili a difesa della propria identità cristiana. In quest’ottica, per primi avvertirono la necessità di trovare rimedi più efficaci il pontefice Clemente VII e l’imperatore Carlo V che nel 1529 firmarono a Barcellona un trattato con cui si facevano larghe concessione alla monarchia spagnola nella nomina dei vescovi.

Le diocesi indicate per essere sottoposte alla giurisdizione regia furono soprattutto quelle della Terra d’Otranto, più esposte alle incursioni turche.

Le attenzioni del sovrano si concentrarono maggiormente su otto circoscrizioni ecclesiastiche comprendenti le quattro metropolie di Taranto, Brindisi, Matera e Otranto e quattro diocesi minori (Gallipoli, Oria, Ugento e Mottola).


E in questo clima (come ancora evidenziato dal prof. Dalena) rientrerebbero le munificenze della famiglia Pappacoda,  in particolare di Francesco Pappacoda, autentico mecenate della Chiesa locale, e il dinamismo episcopale di Jacopo Micheli, non a caso vescovo di origini spagnole, che, giunto nella sede episcopale mottolese il 3 agosto 1579, favorì nel territorio massafrese il restauro o la costruzione di chiese e conventi e persino contribuì alla difesa armata del territorio da un’incursione turca il 14 settembre 1594 (come risulta dal foglio 14 del registro dei Battezzati).

Pertanto più che a un clima di ripresa religiosa e civile promosso o favorito dal Concilio di Trento, che nelle diocesi di Mottola e di Castellaneta comincerà a dare i primi frutti solo dall’inizio del Seicento, come ricordano le parole del presule De Matteis (1618), secondo cui nei decenni precedenti “nullum erat exercitium institutum”, pertanto il decisivo impulso all’edilizia religiosa e la stessa tutela del territorio e dei suoi abitanti venne dall’occasionale (occasionale perché Francesco Pappacosa fu spesso in lite col clero e i religiosi locali per questioni riguardanti gli usi civici) dicevo, venne dall’occasionale unità d’intenti tra la Chiesa locale (di cui nella seconda metà del Cinquecento un esponente di spicco fu il vescovo Micheli) e la famiglia dei Pappacoda (potente casato feudale, legato ai vicerè spagnoli e innervato con i suoi feudi in tutta la parte meridionale del Regno, dal Principato a Papasidero sino a Massafra) i quali, di concerto, realizzarono diverse forme di edilizia sacra, tra cui la chiesa Madre di San Lorenzo, la chiesa  di Santo Stefano con annesso Convento dei Cappuccini a sud dell’abitato (1560-1570), la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli con annesso convento degli Osservanti a nord (1568-1582), la chiesa di San Rocco con annesso Convento degli Antoniani e la chiesa dell’Annunziata.

Una relazione che ha avvinto proprio tutti. E i complimenti si sono susseguiti. Basta ricordare solo i “Grazie prof. Dalena”.


Da ricordare che le relazioni del prof. Dalena sono  sempre apprezzate, come avvenuto in numerosi congressi nazionali e internazionali. Ha pubblicato oltre un centinaio tra saggi e volumi ed è professore ordinario di Storia Medievale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria-Cosenza.


Nelle foto: visita alla cappella restaurata (da dx: prof. Gregorio Angelini, prof. architetto Filiberto Lembo, Vescovo Mons. Pietro Maria Fragnelli e Rettore Mons. Cosimo Damiano Fonseca. Sulla sinistra, accanto al candelabro, si notano gli stupendi argenti restaurati dall’orefice Nino Di Fino in memoria della moglie Rina); facciata dell’Antica Chiesa Madre.
(Nino Bellinvia)

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