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Non si può dimenticare ‘Il leone del Panjshjr’ ovvero il Comandante Massoud

È un eroe quasi dimenticato, per la verità, il Comandante Massoud, assassinato da sedicenti giornalisti marocchini, nel 2001, che in realtà erano due terroristi tunisini, fanatici suicidi jihadisti, addestrati per anni proprio in territorio afghano. Il generale Massoud non era notissimo neppure in Occidente, nonostante l’aura da leggenda che lo caratterizzava anche prima della sua morte, e non per imprese di poco conto si era conquistata la fama di ‘leone del Panjshir’. L’abilità e le  doti naturali dimostrate sul campo erano davvero fuori dal comune, straordinarie, al punto di affrontare le incursioni e le offensive implacabili dell’esercito sovietico, nel decennio che va dal 1979 al 1989, anno della sua ritirata, con un esercito addestrato secondo l’intuito e l’esperienza, comunque non equipaggiato militarmente come quello dell’Armata Rossa. E tuttavia Massoud era quasi infallibile nei suoi attacchi, e alla fine, dopo un assedio durato dieci anni,  non c’era stato nulla da fare. Le mire espansionistiche sovietiche, con l’invasione del già allora tormentato stato afghano, dovettero arrendersi davanti alla resistenza a oltranza dell’esercito guidato da Massoud, che riuniva e impegnava tutte le etnie del paese, in particolare quelle del nord.

Ahmad Shah Massoud era nato nella Valle del Panjshir, a Jangalak, negli anni cinquanta, forse la data esatta nessuno però la conosce, non ci sono fonti veramente attendibili, ma nessuno del resto si cura del fatto che potesse avere qualche anno in più o in meno. Quello che si sa, è che ha scritto le pagine migliori della storia del suo paese, che era un uomo di eccezionali qualità umane, lungimirante e assillato dal desiderio di trasformare l’Afghanistan in un moderno stato islamico, con basi democratiche, aperto alla cultura e non avverso allo stile di vita occidentale. Non disdegnava gli incontri con i giornalisti, e non si curava della testata che rappresentavano, chiedeva soltanto che si trasmettessero fedelmente le sue dichiarazioni. Voleva che ovunque si sapesse che provava  rammarico nel dovere imbracciare per anni e anni il fucile nonostante fosse uomo di pace, che ad altro non aspirava se non a vivere in piena quiete insieme al suo popolo. Parlava delle sue ambizioni politiche, e non nascondeva che il suo modello ideologico era uno stato islamico, ma con solide fondamenta libertarie, dove i diritti umani fossero garantiti per tutti, anche per le donne, che profondamente rispettava, e per le quali preparava un futuro di riscatto ed emancipazione. Più volte, al riguardo, aveva espresso il suo dissenso verso la parte più integralista dell’Islam, che escludeva la donna da qualsiasi impegno di carattere sociale, e la relegava tra le pareti domestiche, senza alcun ruolo attivo che la valorizzasse e le permettesse di realizzarsi sul piano personale nella società. Schiava e succube del volere maschile, che la riteneva di per sé un essere inferiore. Il Comandante aveva concezioni del tutto autonome rispetto ai fondamentalisti più fanatici e misogini; auspicava un avvenire più degno per ogni individuo, senza differenze di etnie o urti ‘ermeneutici’ d’interpretazione del Corano.. Aveva ben chiaro in mente il profilo di una società nella quale la violenza non potesse mai essere un mezzo per soffocare i diritti del singolo, che fosse uomo o donna, sunnita o sciita, pashtun, tagika, uzbeko o turkmeno. Era un convinto nazionalista, ma voleva che si respirasse in assoluta libertà, nelle sue convinzioni e ambizioni vi era qualcosa che lo avvicinava al ‘Padre dei turchi’, ossia Ataturk. Se avesse vissuto più a lungo, probabilmente anche lui sarebbe riuscito a traghettare questo paese sconvolto da conflitti senza fine verso la modernità e il progresso umano e civile.

Il Comandante Massoud, malgrado tutto, non aveva l’animo inaridito dalle lotte cruente negli avamposti dei monti aspri dell’Hindukush, propaggine dei grandi complessi montuosi del Pamir, Karakorum e Himalaya, e che circondano la Valle del Panjshir, teatro di sanguinosi combattimenti con le truppe sovietiche. Malgrado tutto era riuscito a preservare il suo animo d’indole serena e affabile, corretto nei rapporti umani e rispettoso dei diritti altrui. Amava molto la poesia, e divorava libri di componimenti poetici che forse lenivano le troppe ferite derivanti dall’impossibilità di vedere pace in Afghanistan,  realizzando le sue aspirazioni in ambito politico e sociale. Leggeva moltissimo anche durante la notte, secondo le testimonianze dei fedelissimi che gli stavano vicino, in particolare poesie persiane, egli peraltro aveva connotazioni culturali che lo avvicinavano a questo paese. La sua formazione culturale era cominciata nel luogo d’origine, apparteneva ad una famiglia agiata e il padre, quando egli era ancora bambino, fu promosso a capo della polizia, e in breve fu trasferito nella capitale Kabul, dove Massoud frequentò il liceo francese, e infine si iscrisse al Politecnico seguendo gli studi di Architettura. Il politecnico era stato voluto dai sovietici, che già agli inizi degli anni settanta svolgevano un’influenza notevole in Afghanistan, che poi, alla fine del decennio, sfocerà nell’occupazione del paese. Non terminò gli studi perché era irresistibilmente attratto dalla politica, lo preoccupava l’ingerenza sovietica nella società afghana, e si respirava già un clima pesante d’intolleranza nei confronti del colosso che allungava i suoi artigli con fini che ormai s’intuivano.

Seguì una serie d’iniziative volte a scongiurare quello che ormai era imminente, nessuno comunque sorrideva alla prospettiva di un’invasione, nessuno smaniava all’idea che l’Afghanistan diventasse un satellite di Mosca. La storia di questo paese è molto travagliata, tormentata da guerre senza fine, conflitti esterni e interni che hanno finito per ridurlo in polvere. L’invasione fu inevitabile, ma il Comandante Massoud non si arrese all’evidenza della superiorità militare sovietica, combatté con ogni mezzo e su tutti i fronti, le sue strategie erano originali e vincenti, niente e nessuno riusciva a sopraffarlo, neppure gli sforzi d’intelligence e i numerosi tentativi di circondarlo e assassinarlo. Era inavvicinabile, sembrava invulnerabile,  circondato da guardie fedelissime. Assaltava l’avanzata dell’esercito sovietico, che era armato di tutto punto, con i mezzi più moderni, e non lo affrontava mai direttamente, era proprio questa la sua tattica migliore: preferiva sorprendere i sovietici con attentati nelle sue montagne, che conosceva a memoria, ed era espertissimo conoscitore del territorio, che lo proteggeva dalle continue incursioni, anche aeree, spietate e senza tregua. Respingeva le manovre dell’esercito nemico, anticipandolo, danneggiandolo fino a renderlo inerme, soprattutto nel corso dei suoi spostamenti. Un decennio di conflitti sanguinosissimi, almeno in quegli anni poté contare sulle forze di un esercito afghano compatto e motivato nel respingere le offensive che venivano dal nord. Erano tutti Mujaheddin, tutti coinvolti nella causa di una guerra che era anche simbolo dell’orgoglio dell’Islam, religione alla quale tutti appartenevano, senza distinzione, che fossero sunniti – la maggior parte – o sciiti.

Fu il buon senso e l’autorevolezza che Gorbacev si era conquistato in Unione Sovietica, a determinare l’arresa e la ritirata dell’Armata Rossa. Già nel 1985 egli cominciò a fare i bilanci di una campagna che si era rivelata inutile, dispendiosa e con esiti disastrosi, con perdite di migliaia di uomini. I buoni rapporti instaurati con gli USA, gli permisero di aprirsi un varco anche nei versanti più ostili dei comandanti militari dell’esercito, e di avviare l’iter per firmare gli accordi che avrebbero portato finalmente alla fine della guerra. Nel 1988 si firmarono a Ginevra gli accordi, e l’anno successivo le truppe sovietiche si ritirarono dal suolo dell’Afghanistan, dopo avere stremato la popolazione e devastato il paese, ma senza riuscire a piegare i suoi abitanti.

Non venne la pace che il Comandante Massoud aveva auspicato, i Mujaheddin si divisero perché non concordavano con la politica del nuovo governo, che proprio Massoud appoggiava, nella speranza che finalmente si potesse avviare quel processo di rinnovamento del quale il paese aveva estremamente bisogno. Gli integralisti costrinsero Rabbani a dimettersi, ed egli insieme a Massoud, si trincerò al nord del paese. La guerra civile che si scatenò negli anni novanta, e tutt’ora in corso contro i Talebani, riunì gruppi etnici che in precedenza erano ostili tra loro, ma avevano in comune il disprezzo verso gli ‘studenti del Corano’, i quali, con violenza inaudita, avevano imposto il rigore integralista dell’Islam nel paese. I combattenti che si riunirono sotto l’egida del Comandante Massoud,  concordavano sull’esigenza di respingere con tutte le forze la dittatura violenta dei Talebani, ed è nota in occidente come Alleanza del Nord.

L’Afghanistan era finito nel caos, c’era posto per ogni genere di traffico, compreso quello illecito della droga, mai perseguito con mezzi davvero severi dal governo, sempre bersaglio comunque delle influenze politiche che venivano da Occidente. Tutto questo ha determinato agli inizi del terzo millennio, l’intervento delle forze militari dei paesi facenti parte della Nato, conosciute come Isef (International Security Forces in Afghanistan), e che non è riuscita, in tanti anni d’intervento ad avere ragione di questi ribelli violenti.

Certo gli americani hanno svolto un ruolo alquanto ambiguo nel paese, tra vicende storiche alterne, dove ufficialmente si combattevano gli  invasori sovietici, e più tardi i talebani, dopo che magari in precedenza, questi gruppi di fanatici erano stati lautamente foraggiati in armi e finanziamenti.

Lasciamo il giudizio agli eventi scritti dalla storia di questo paese, certo come Occidentali avremmo potuto sostenere maggiormente Massoud, e invece nei suoi confronti c’è stata indifferenza e cosa ancora peggiore, riserve e diffidenza. Solo ora, dopo la sua morte, se n’è compreso il valore, è stato un martire della libertà, un valorosissimo Comandante, che nulla ha da invidiare ai grandi condottieri della storia, coraggioso e impavido, sprezzante del pericolo e disposto a tutto pur di difendere i valori più importanti sui quali si dovrebbe fondare una società moderna e civile. Nel 2002 è stato proposto per il Premio Sakharov e il Nobel per la Pace, nessuno più di lui li avrebbe meritati entrambi. Nello stesso anno gli è stato conferito il titolo di ‘Eroe nazionale Afghano’, e riposa nella sua adorata Valle del Panjshir, dove non si è mai risparmiato, giorno e notte, combattendo con una forza inaudita contro i nemici esterni e interni del suo paese. Aveva un sorriso aperto e straordinario, il Comanandante Massoud, luminosissimo, il sorriso della libertà.
(Virginia Murru)

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