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Nel Terzo Millennio si vive di più, ma come?

Ci sono aree privilegiate nel pianeta dove si vive molto più a lungo, rispetto alla media, in questi luoghi è improprio parlare di ‘terza età’, dato che le condizioni di efficienza dell’individuo sono davvero eccellenti, anche oltre i cento anni. Ma purtroppo si tratta di ‘endemismi umani’.. La popolazione italiana è una delle più longeve al mondo.

Per un primo rendiconto sulle aspettative di vita nel nostro tempo, forse non occorrono screening sulla popolazione del  pianeta, è un dato che possiamo constatare intorno a noi: si vive più a lungo, l’età media è aumentata, siamo ben oltre la ‘linea rossa’ e i limiti di un secolo fa. Naturalmente questo è un dato che riguarda le società occidentali, non i paesi in via di sviluppo, dove i dati esprimono altri parametri, e non occorrono anche qui tante analisi per comprendere che il sottosviluppo, le vaste aree di degrado e indigenza estrema, nelle quali vengono meno i più elementari bisogni per la sopravvivenza, sono la causa più diretta dell’alto indice di mortalità infantile, e giovani vite.

In Occidente si vive di più dunque,  in questo versante il progresso in generale, e quello della scienza in particolare, sono gli artefici dell’andare oltre la clemenza del tempo, le ragioni vengono proprio dalle grandi conquiste della medicina nel novecento, dai vaccini alle terapie efficaci e risolutive su tante patologie aggressive. Ma non solo, sono migliorati certi standard concernenti lo stile di vita, non esistono più carenze di beni alimentari, si dispone di una più adeguata assistenza sanitaria, insomma il progresso ha contribuito ad allungare il passo della nostra esistenza. Ma questo può essere un dato emergente da una prima superficiale analisi, andando poco oltre, ci si rende conto che la qualità della vita, nella cosiddetta ‘terza età’, difficilmente raggiunge livelli di efficienza e vitalità, a dispetto delle esigenze del mondo del lavoro e del ‘welfare’, che ci vorrebbe attivi e in pieno vigore anche alla soglia dei settant’anni..

Purtroppo le condizioni in termini di salute di chi supera i tre quarti di secolo, non di rado sono precarie, per una buona percentuale, affetta da gravi patologie, è la scienza col suo provvidenziale soccorso, a decidere l’esito di questi destini altrimenti conclusi. Non è esaltante questa conclusione, ma purtroppo è una semplice lettura della realtà, che ci piaccia o no. Ma allora è vita o sopravvivenza? Dipende dai casi, ovviamente, le statistiche però non sono così allegre e ottimiste come noi vorremmo. Anche nei casi più estremi, come può essere uno stato di coma irreversibile, l’etica della scienza è al servizio della vita, sempre, nonostante i grandi dilemmi sorti al riguardo negli ultimi decenni, e pertanto si cerca di mantenere anche un’idea di vita, un respiro che possa legittimare e dare un senso alla sussistenza. Non è semplice diventare arbitri di circostanze così delicate, decidere del destino altrui, nonostante la volontà degli stessi interessati, i quali declinerebbero ogni invito a ‘restare’, e abbandonerebbero ogni velleità, viste le condizioni crudeli e precarie del loro essere in vita. Materia intrattabile l’eutanasia, non è certo duttile per chi crede nei principi più ortodossi, ma tant’è: a volte discernere è un compito arduo, se non impossibile.

A parte le casistiche più estreme, la vita andrebbe sempre incoraggiata, forse perché resta la realtà più misteriosa e sfuggente, inspiegabilmente accattivante, malgrado tutto. Finché si può vedere la luce con i propri occhi, si cerca sempre di rimandare il fatale appuntamento, nessuno fa le valige volentieri, né è smanioso di compiere il grande viaggio con il biglietto già obliterato di sola andata.. Nessuno che abbia la coscienza immune da istanze di follia più o meno evidente, si arrende, o picchi depressivi tali da spezzare quell’alleanza sacra con il bene più supremo: la vita, appunto.

La longevità è un tema affascinante che ha appassionato tanti scienziati per ovvie ragioni, ma anche studiosi, giornalisti e semplici osservatori di una linea di demarcazione che è poi l’indice più evidente del modo in cui gli esseri umani amministrano la salute e la propria esistenza. I dati che emergono da questi studi sono interessantissimi e portano tutti nella medesima direzione e orientamento: vivere più a lungo è il ‘premio’ della natura verso coloro che si sono dimostrati fedeli ai suoi regolamenti e alle leggi più affini all’equilibrio biologico dei suoi sistemi più delicati. Tantissime sono le analisi e i risultati di questi studi sono disponibili in una miriade di pubblicazioni. Una in particolare, ultimamente, ha incuriosito i lettori e gli appassionati di questi argomenti, che del resto dovrebbero interessare ciascuno di noi, si tratta di ‘Le zone blu’, opera pubblicata dal giornalista di National Geographic Dan Buettner.

Egli ha tracciato una sorta di mappa della longevità nel pianeta, mettendo in rilievo quattro zone privilegiate, nelle quali si vive ben oltre la soglia della vita media in occidente, che oscilla tra gli ottanta e gli ottantatre anni. In queste zone, definite blu da uno studioso del settore in Sardegna – (una delle quattro zone blu) – i centenari sono una consuetudine, e in una di queste aree in particolare, ossia nella valle Hunza, a nord del Pakistan, al confine con il Tagikistan e la Cina, a notevole altitudine, oltre i duemila metri..

Sembrerebbero condizioni proibitive, e invece in questi territori avari, gli Hunza, chiamati anche Burusci, vivono in piccoli villaggi, non sono una comunità numerosa, si tratta di circa diecimila anime, eppure potrebbero darci lezioni di vita, dato che tra loro vivono tanti ultracentenari, e non chiusi in qualche struttura sanitaria, peraltro inesistenti in questi luoghi quasi sperduti, dove il progresso stenta a mettere radici, ma in piena efficienza. Essi lavorano quasi fino alla fine dei loro giorni, sono esseri umani attivissimi, si dedicano prevalentemente alla coltura dei campi, che richiede fatica, molte attenzioni e cure, in quanto scarsamente produttivi data la natura chimica del terreno, poco fertile. Le donne sono in grado di mettere al mondo figli anche oltre i sessant’anni.. Ci superano grandemente,sono anzi, in termini di tempo, ‘il doppio’ di noi, sotto ogni punto di vista, e questa è la semplice dimostrazione che la natura, quando viene rispettata, quando si vive in armonia con il suo equilibrio, da risposte che vanno oltre le nostre aspettative.

Sembra quasi incredibile questa lettura di dati, ma gli Hunza sono stati studiati a lungo, sono ormai note le loro abitudini, lo stile di vita che risponde a ritmi ‘circadiani’,  inteso in termini di orologio biologico scandito da un volere remissivo verso le semplici regole della natura, senza marchingegni infernali intorno, senza farmaci, ospedali, che sono del tutto inesistenti, farmacie, niente di tutto questo. Gli Hunza non ne hanno alcun bisogno, ci pensa la terra e la luce che li sovrasta a nutrirli e proteggerli, anche dagli accidenti e dalle numerosissime patologie che affliggono l’Occidente, dirette conseguenze di un’alterazione dei ritmi e qualità della vita. Che derivano dai compromessi ai quali ci obbliga il progresso, al quale immoliamo ogni giorno innumerevoli vittime, forse la maggior parte dei nostri abitanti. Potremmo vivere senza, a questo punto, o è possibile trovare una via che ci permetta di convivere con le nostre conquiste e allo stesso tempo salvaguardare la natura, unica interlocutrice di uno stato di benessere psicofisico? Problemi e dilemmi nei quali ci dibattiamo invano ogni giorno; il progresso firma continui armistizi con la natura, ma non li rispetta mai, spezza il vincolo, ogni giorno viene meno all’alleanza, recide quel filo delicatissimo che è poi la sola possibilità salvezza. I risultati li abbiamo di fronte ogni giorno,  alimentano i notiziari, l’informazione ci mette sotto gli occhi le conseguenze dei nostri tradimenti, ma non s’impara mai, sono lezioni che si disertano, a qualunque costo.

Le quattro ‘zone blu’ del mondo, secondo il giornalista Dan Buettner ossia quelle  aree nelle quali gli abitanti vivono più a lungo e presentano una concentrazione insolita di centenari, sono luoghi privilegiati, il cui territorio non presenta caratteristiche particolari, ma a fare la differenza sono gli usi e le consuetudini degli abitanti, il loro stile di vita semplice, l’alimentazione essenzialmente vegetariana. Una di queste aree si trova in Italia, per la precisione in Sardegna, isola ormai nota per i numerosi centenari, l’isola dell’arcipelago giapponese Okinawa, Loma Linda in California, e la penisola di Nicoya nel Costa Rica.

In Sardegna vive addirittura una famiglia di centenari che ha raggiunto il record nel Guiness dei primati quanto a longevità, si tratta di 9 fratelli, tutti insieme contano 828 anni. Ci sono tre centenari in questa famiglia di Perdasdefogu, mentre la più piccola ha ‘solo’ 80 anni.. Uno dei fratelli centenari, Vittorio Palmas, ha vissuto in giovane età traversie d’ogni genere, nel corso del secondo conflitto mondiale, fu deportato nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, e vi rimase dal 1943 fino alla liberazione, ossia due anni e mezzo. Si salvò dai forni crematori solo grazie al suo peso, che era di 37 Kg, due in più rispetto al limite stabilito dai nazisti per quell’orrenda fine. La vita è davvero contradditoria e paradossale: si può arrivare a superare la soglia dei cento anni, com’è accaduto a zio Vittorio (che ho peraltro avuto la fortuna di conoscere nel dicembre scorso, e chiacchierare a lungo delle sue avventure nel campo di concentramento..), dopo esperienze di questa portata, una vita di stenti e atroci sofferenze, con un peso limite per la sopravvivenza, e poi andare avanti imperterriti fino a passare indenne la frontiera della vita media di ogni individuo? Evidentemente nelle regole della natura ci sono misteri che a noi non è dato sapere, perfino il digiuno sembra dare impulso alla vita, anziché, come potrebbe sembrare ovvio, indebolirla e renderla vulnerabile alle intemperie delle malattie..

Gli studi sulla longevità sono stati tanti, e più che mai la scienza è impegnata su questo fronte, alla ricerca delle ragioni, non solo biologiche, che rendono certi individui più idonei all’attitudine del vivere oltre il limite, a volte nonostante il ‘parere contrario’ del patrimonio genetico, che presenta altri riferimenti.

La vita e il suo corso sono ancora misteri che affascinano gli scienziati, proprio perché è arduo arrivare a conclusioni che esprimano elementi davvero definiti e certi, molti dati sono ancora aleatori, sempre suscettibili di verifiche e aggiornamenti.
(Virginia Murru)


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