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Massafra. Concluso il progetto ‘Fuori dal recinto’ dell’associazione Conoscere ed Agire con una relazione del prof. Antonio Incampo

Massafra. Lo scorso 18 giugno si è concluso il trittico di conferenze del ciclo Fuori dal recinto, organizzato dall’associazione Conoscere ed Agire nel Palazzo della Cultura. Relatore dell’ultimo incontro è stato il professor Antonio Incampo, docente di Filosofia del Diritto e Teoria dell’Argomentazione giuridica presso l’Università di Bari, il quale ha parlato dell’etica e della legalità nella decisione pubblica. Utilizzando un approccio apofatico (studiare e definire una realtà a partire dal suo contrario, dicendo ciò che quella realtà non è) si è esaminata l’illegalità, declinando il tema seguendo le due direttrici di un’analisi fenomenologica del mondo dei giuristi e di un’indagine sulla corruzione. Sembra che (alcuni) giuristi in realtà non sappiano quello che fanno, sin dall’iscrizione a Giurisprudenza; per la legge dei grandi numeri, infatti, in molti optano per la suddetta facoltà sulla base di due “motivazioni senza motivo”: il non sapere che cosa si vuole che porta a scegliere ciò che non si sa che cosa sia, ed il considerare Giurisprudenza come una grande X in grado di aprire tutte le porte (considerazione, quest’ultima, forse vera un tempo). Da questo si deduce che un sistema sì fondato è intrinsecamente debole e non può che portare ad una legislazione anch’essa fragile o avvertita come una spada di Damocle, altresì considerando l’impossibilità per i Codici di occuparsi di tutti gli aspetti dell’esperienza umana.

L’illegalità trova il suo exemplum nella corruzione, che la Corte dei Conti ha certificato pesare sulla Nazione per circa 60 miliardi. L’Italia è purtroppo talmente afflitta da tale piaga che, ad es., a seguito dell’arresto di Angelo Paris (ex direttore Pianificazione ed Acquisti di Expo 2015 s. p. a.), avvenuto nel maggio 2014, sono tornati alla ribalta Gianstefano Frigerio (ex parlamentare DC) e Primo Greganti (ex funzionario del PCI–PDS) già protagonisti dell’epoca di Tangentopoli. Eppure proprio in quegli anni si sviluppò un dibattito su come arginare il fenomeno corruttivo, che portò alla L. Merloni (109/’94) in tema di opere pubbliche, la quale, sinteticamente, richiedeva che vi fossero la previsione urbanistica, la copertura finanziaria, l’indipendenza dei tecnici nei confronti dell’impresa ed il divieto di esternalizzare i compiti del committente. Ebbene, la L. Merloni è stata puntualmente disattesa ed oggi ci si ritrova ad avere la Pubblica Amministrazione sostanzialmente nelle mani di società private pur essendo partecipate dal Pubblico, quali la stessa Expo 2015 s.p.a. o Anas s.p.a. o altre. In tal modo il divieto di esternalizzazione è divenuto sistema con l’esito che si è conclamata la struttura tangentizia che prima passava per reti occulte. Naturalmente il sistema economico basato sulla corretta concorrenza ne risente, ed inoltre il costo delle opere pubbliche è più elevato rispetto alle altre Nazioni. Il punto, allora, non è solo quello di perseguire il reato di volta in volta, ma pure di rendersi conto che il problema è a monte.

Sicuramente non possiamo permetterci, ma accade, l’azione con poca conoscenza o addirittura senza conoscenza, giacché nel mezzo si staglia l’oscurità dell’animo umano.

Anche ammesso, però, che vi siano Leggi perfette, esse avranno comunque un “conflitto onesto” al loro interno tra i diversi beni degni di tutela, perché non essendo assolutizzabili richiedono necessariamente un’azione di bilanciamento. A titolo esemplificativo si pensi alle limitazioni che la libertà d’informazione incontra per via del diritto alla privacy, o al principio della ragionevole durata del processo che si scontra con la prescrizione e con la parità delle armi riconosciuta alle parti, o ancora alla contrapposizione tra il lavoro da un lato e la salute e l’ambiente dall’altro (che all’Ilva giunge a figurarsi quasi come quintessenza della tragedia greca). Altra questione fondamentale è costituita dalla relazione tra l’esperienza morale e quella giuridica.  E’ difficile che un ordinamento esordisca con una norma quale <<ama il prossimo tuo come te stesso>>, che indica un dovere non basato sulla reciprocità in senso stretto e di conseguenza non formulato in maniera sinallagmatica. Questa posizione è stata percepita in un certo qual modo dal mondo giuridico con l’introduzione del concetto di equità, poiché non ci si può fermare alla sola tassatività della norma. Il dovere morale, peraltro, punta soprattutto sull’azione interna del soggetto e non sull’azione esterna tipica del Diritto. Parandosi, dunque, dinanzi a noi la miseria della natura umana è necessario che si assimili il connubio tra conoscenza ed azione, e che si mantenga una vigilanza continua tanto all’interno quanto all’esterno della persona. Per concludere con un fiato di speranza è possibile rivolgersi a Parmenide per cui <<l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere>>, ad esprimere l’andare avanti del genere umano dato che vi è un essere capace di ricapitolare il tutto e rilanciarsi.

Nella foto (da sx a dx): l’assessore Antonio Cerbino; il prof. Antonio Incampo; il presidente dell’associazione Conoscere ed Agire, Pino Presicci.
(Nicola Fabio Assi)

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