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Mario Lavezzi festeggia 50 anni di musica d’autore con “E la vita bussò”

Milano. «Incontrai Franco Califano in televisione nel 2011 e dopo mi mandò il testo di una canzone; avevo scritto da poco una musica, presi la chitarra e notai che si adattava perfettamente al testo: le parole sembravano fatte per quella musica».

Mario Lavezzi ricorda così la genesi di “Canti di sirene” in duo con Franco Califano, unico inedito del cofanetto celebrativo “E la luna bussò” che contiene 58 successi in versione originale, scritti, prodotti, interpretati dallo stesso artista.

Lavezzi festeggia 50 anni di musica con questo cofanetto di tre cd e un vinile da 7” a 45 giri dal titolo ispirato a “E la luna bussò” che scrisse per la Bertè nel 1979 insieme a Daniele Pace e Oscar Avogadro.

«Il brano calzava perfettamente a lei – ha osservato – Questo titolo è sulla vita che ti dà delle occasioni ma te le toglie anche, proprio come è successo più volte a me, come quando ero nei Camaleonti che lasciai per il servizio di leva».

Dunque sono 50 anni da quando scrisse per i Dik Dik “Il primo giorno di primavera” condotta dall’organo in stile Procol Harum.

«I Procol Harum erano all’epoca il mio punto di riferimento, tanto che nei Camaleonti incidemmo “L’ora dell’amore”, versione italiana di “Homburg” – ha sostenuto – Scrissi “Il primo giorno di primavera” in un periodo tormentato della mia vita, quando lasciai i Camaleonti per partire al militare».

Loredana Bertè gliela fece conoscere Marcella Bella.

«Loredana la incontrai grazie a Marcella e persi la testa per lei, ricambiato – ha confessato – Era molto creativa e istintiva e produssi per lei l’album “Normale o super” in un momento professionale molto proficuo ma nella vita sentimentale era un disastro».

Autore, produttore e cantautore sono le tre anime che legano Lavezzi a successi come “Vita” (Dalla/Morandi), “E la luna bussò” (Bertè), “É tutto un attimo” (Oxa), “L’ora dell’amore” (Camaleonti), “Quello che le donne non dicono” (Mannoia) e “Stella gemella” (Ramazzotti).

Nella sua carriera Lavezzi ha anche lavorato con Lucio Battisti.

«Amava scherzare tanto ma quando si trattava di lavorare faceva sul serio – ha ricordato – Ho fatto il coro in “E penso a te” e “Il mio canto libero” e ho anche condiviso con lui la passione per la fotografia».

Collaborare per Lucio Dalla è stata un’altra grande esperienza.

«Era senza dubbio un fuoriclasse – ha confidato – Con Mogol scrissi “Angeli sporchi” che Lucio cambiò in “Vita” per l’incontro tra lui e Morandi senza neanche pretendere di essere citato come co-autore: aveva capito che è la canzone a fare la differenza e che la hit non viene tutti i giorni».

Tutti i brani sono arricchiti con aneddoti e storie legate alla loro realizzazione e da foto tratte anche dall’archivio personale dell’artista all’interno di un corposo booklet.

Il cofanetto di Mario Lavezzi è una storia di cinquant’anni di musica italiana.

«Non corro dietro alle radio, oggi vanno di moda il rap e la trap che parlano il loro linguaggio – ha ammesso – Ci sono personaggi bravissimi come Emis Killa ma io faccio un’altra cosa: questo lavoro è un riassunto non nostalgico della canzone d’autore italiana».

Oltre ad aver fatto parte dei Camaleonti, Lavezzi ha fondato i Trappers negli anni sessanta, i Flora Fauna & Cemento e Il Volo, band tra le più famose del prog anni settanta.

Nel 2020 è in programma il tour: il 20 gennaio a Milano (Teatro Dal Verme), il 24 a Bologna (Teatro Duse), il 28 a Roma (Auditorium Parco della Musica) e il 31 a Torino (Teatro Colosseo).

«Lo spettacolo sarà perfetto per essere cantato da un pubblico che conosce tante delle canzoni in scaletta – ha precisato – Sul palco ho cinque elementi che mi accompagneranno e la regia l’ho affidata a Duccio Forzano».
(Franco Gigante)

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