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Manovra. “La compliance” elettorale ha un prezzo: l’isolamento

Il documento programmatico di bilancio  è stato rimandato a Bruxelles senza interventi di rilievo, se non buoni propositi, promesse di restare dentro i limiti fissati (ossia al 2,4%, rapporto deficit/Pil), e di non andare oltre. La lettera di accompagnamento è una buona ‘parafrasi’ del documento, ma la manovra  è ostica da mandare giù per quelli di Bruxelles, non scende neppure con le pillole delle buone intenzioni.

Il  DPB deve essere in linea con i parametri; è stato istituito dal Regolamento UE n.473/2013, e ha la funzione di attivare un monitoraggio e relativa valutazione delle politiche di bilancio nei paesi facenti parte dell’Eurozona.

Rispetto dei limiti.. assicurano al Mef. Sì, ma quali limiti? Non quelli sanciti dalla legge di Stabilità e crescita, e in generale dal Trattato di Maastricht; no quelli sono stati proprio ignorati. I limiti ai quali si promette coerenza sono quelli  del rapporto deficit/pil fissati da Roma.

A Bruxelles hanno proprio perso la pazienza, e la procedura d’infrazione è auspicata ormai da tutti i paesi membri, Austria compresa. Gli accordi si mantengono, l’Italia ha peraltro già beneficiato degli ‘emendamenti’ apportati alla Legge di Stabilità,  ora è tempo di lasciare spazio alla ragione, non ci si può permettere di decidere in autonomia, come se l’Ue fosse un optional, e rispondere ad ogni strigliata con blandi eufemismi che in definitiva significano semplicemente “me ne infischio..”

Il Governo ha esagerato in termini di ostinazione. Se ogni stato membro decidesse di blindare la sua sovranità, che senso avrebbero l’Unione europea, e i quasi 70 anni di accordi e Trattati? Come si può essere così inflessibili davanti al rispetto delle regole comuni? Proprio oggi il vicepremier Luigi Di Maio – rispondendo ad un’interrogazione parlamentare  (un’esponente della Lega) sullo stato degli interventi e sui tempi di attesa, nelle aree colpite da catastrofi naturali dovute al maltempo – ha risposto che si attingerà da varie fonti, compreso il Fondo di solidarietà dell’Ue. L’Unione europea non può essere un riferimento e una risorsa solo nei casi di emergenza, ci sono anche adempimenti da assolvere, nello specifico il rispetto dei parametri sul versante dei conti pubblici, affinché non si metta a rischio tutta l’area euro, della quale facciamo parte, insieme agli altri 18 Paesi.

Ma non s’intende cedere, a qualunque costo, anche perché, diciamolo francamente, la manovra è una questione di “compliance elettorale”, di promesse fatte proprio durante la campagna delle ultime elezioni politiche. Senza superare i limiti stabiliti dalla Legge di stabilità, non ci si potrebbe permettere il cosiddetto ‘reddito e pensioni di cittadinanza’, e poi c’è la legge Fornero, la Flat tax, condoni fiscali vari, e via discorrendo. La manovra del popolo, certo.. Ma andare a fare la spesa con il portafogli non propriamente fornito, e chiedere credito al di là del buon senso, di questi tempi, non è la risposta più sensata.

E intanto sono mesi che il differenziale di rendimento tra Btp/Bund si attesta intorno ai 300 punti base, oggi è arrivato a 317. Il comparto bancario è a rischio ricapitalizzazione a causa dello spread, un prezzo salatissimo, si sta tornando ai livelli del 2011. Le banche soffrono perché sono grandi acquirenti di Btp, si stima che in portafogli  ne possiedano per un valore di circa 400  miliardi, e abbiano subite perdite conseguenti ai balzi dello spread per circa 6 mld, perdite che peseranno sui conti economici.

Se sale il rendimento dei Btp, diminuisce il valore (il prezzo) e perdono valore le loro attività (degli istituti di credito),  pertanto i requisiti di capitale piuttosto severi richiesti dalla Bce, aumentano.  Si è calcolato che un aumento di 30/50 punti implichi un bisogno di ricapitalizzazione dell’1%, è pertanto  una variabile molto importante, ed è la ragione per la quale le banche attualmente stanno soffrendo. Le banche possono inoltre essere costrette a ridurre la concessione di credito.

Osservato dall’esterno non è un bel vedere. Non è sbagliato, secondo la logica del cittadino comune, la difesa degli interessi di un popolo, davanti alle autorità di un’organizzazione sovranazionale; è sbagliato il modo di proporsi, l’aut aut, la sfida, quel disporsi davanti alle ragioni altrui, senza concedere la possibilità di un compromesso. Al dialogo si fa ricorso qualora si accettino in toto le proprie istanze, altrimenti entra in scena l’arroganza, il rifiuto a comprendere anche le motivazioni che stanno al di là del muro,  che sono poi quelle giuste, piaccia o non piaccia.

Non si può ribattere – quale alibi per tenere buone le istituzioni a Bruxelles – che l’Italia non ha alcuna intenzione di lasciare l’Ue, e tanto meno l’euro, e poi non cedere nulla in termini di sovranità, dopo avere firmato, e dunque accettato, i Trattati, nella fattispecie quello di Maastricht.

Il rifiuto a prescindere della legislazione che è stata sempre recepita in qualità di Stato membro, di fatto ha un solo significato: Italexit. Non si può restare all’interno di accordi che sanciscono in primo luogo il riconoscimento e la legittima appartenenza ad un organismo sovranazionale, e poi voltare le spalle proprio sui punti cruciali che danno senso all’esistenza dell’Unione europea e ai suoi principi fondanti.

Valori comuni che vengono peraltro dal lontano 1957. Ma allora  era lo spirito di fedeltà e coerenza che aveva motivato i padri fondatori dell’Europa unita. Decennio dopo decennio si è rincorso il sogno dell’Unità vera,  si era aderito con entusiasmo agli ideali dei tre intellettuali di Ventotene, e al loro manifesto, che aveva ispirato proprio la carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Cosa è rimasto di quel fervore, oggi? Si è persa prima di tutto la coscienza del fatto che l’Unione europea tiene sotto controllo il nazionalismo esasperato, non solo rende più forte e competitiva l’economia europea e l’euro, una delle divise più forti del pianeta, ma crea un fronte comune di difesa negli accordi internazionali, il blocco unico garantisce sicuramente una maggiore forza in tutti i versanti. Certamente si è meno esposti alle insidie delle più grandi potenze economiche.

L’Unione europea, dopo la terribile esperienza del secondo conflitto mondiale, ha vigilato sulla pace e la distensione nelle relazioni internazionali. E non è un dettaglio di  poco conto.

Il rispetto dovuto alle autorità di Bruxelles, significa tutto questo, tutela di valori comuni, nessuno oggi può permettersi di trincerarsi dentro i propri confini, e tanto meno l’Italia.
(Virginia Murru)

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