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L’uomo che parlava ‘in bianco e nero’ ovvero Nelson Mandela

Dopo la sua scomparsa, avvenuta solo pochi giorni fa, in ogni angolo di mondo si rende omaggio a quest’uomo di enorme levatura morale, paradigma di libertà e diritti umani, valori ai quali ha consacrato l’intera esistenza.

Mandela era un disobbediente  verso l’ordine costituito nel suo paese, non ha mai nascosto il suo volto, anche quando, per ragioni di lotta contro l’Apartheid, si è dovuto esporre in prima persona, ammettendo in sede di giudizio, ogni volta che è stato perseguito dalle leggi del suo paese, le sue responsabilità. Se di responsabilità si può parlare, dato che siamo nel campo dei paradossi, quelli che vivono sulla propria pelle le persone costrette a sottostare alle leggi dei governi reazionari, che discriminano e segregano negli angoli più acuti della società civile, per ragioni razziali. E’ stato dunque un combattente contro il razzismo strisciante che ha costretto il popolo di colore del Sudafrica a vivere ai margini, ad accontentarsi delle briciole che cadevano dalla mensa dei diritti umani riconosciuti ai bianchi. Eppure la popolazione di colore era di gran lunga superiore. Ma in ogni caso non sarebbe stata questione di numeri, la discriminazione razziale è un attentato ai principi di uguaglianza e universalità dei diritti umani; se anche un solo uomo  fosse escluso dal consesso sociale in cui dovrebbe regnare un codice di leggi che tutelano e vigilano sul rispetto verso la libertà del singolo, sarebbe comunque un abuso, un delitto.  Mandela pagò un enorme tributo alla lotta contro l’Apartheid,  gli fu comminata la pena dell’ergastolo nel 1964,  il governo sudafricano giustificò la sentenza come reato di ‘tradimento’. Si trattava certamente di atti sovversivi ascrivibili al sabotaggio e alla guerriglia armata, strategie alle quali egli aderì con convinzione, poiché non vi erano possibilità di trattative con gli esponenti del governo, né le semplici proteste di piazza, le innumerevoli istanze presentate dalla gente di colore, venivano accolte. Questo movimento clandestino di idee fermentava nell’animo di tutti quelli che Mandela e i collaboratori che lo affiancavano, riuscivano a trasmettere, sensibilizzando e scuotendo la gente affinché reagisse, perché solo con l’attivismo e l’azione concreta, si poteva sperare di superare il durissimo scoglio dell’isolamento e delle ingiustizie.

La discriminazione razziale fu legalizzata intorno alla fine degli anni quaranta, quando i nazionalisti alle elezioni presero il sopravvento al governo e decisero anche per la maggioranza della popolazione di colore, che fu costretta ad occupare esigue estensioni di territorio e a vivere nei tristemente noti ‘bantustan’, che raccoglievano i diversi gruppi etnici del paese. Il provvedimento era stato appena mascherato da un supposto ordine interno, e dall’opportunità che si offrivano alle varie etnie di vivere secondo il loro stile di vita, tra usi e consuetudini che i bianchi non condividevano. In realtà era un intervento di puro e semplice isolamento, volto a tenere lontani dal potere i rappresentanti della popolazione di colore. Essi comunque, in parte, continuarono a convivere anche nei territori riservati ai bianchi, e da qui partì la squallida disciplina delle leggi che impose il governo, il quale prevedeva una serie di misure volte ad escludere i neri dalla vita pubblica; non si potevano frequentare le stesse scuole, non si poteva accedere a cariche pubbliche destinate ai soli bianchi, era insomma una prospettiva che metteva in rilievo la loro supposta superiorità, suscitando rabbia e ribellione, fuochi che ardevano al buio, ma crepitavano nelle piazze.

In questo clima di malcontento e di esasperazione era maturata la guerriglia armata, che Mandela organizzava anche grazie al sostegno e al supporto della gente di colore di altri stati africani, durante i continui viaggi all’estero diretti a raccogliere aiuti e finanziamenti, ma soprattutto solidarietà attraverso la stampa, e non solo quella africana. Qualcosa verso la metà degli anni cinquanta e gli inizi degli anni sessanta si muoveva,  ma non era abbastanza per fare tremare le fondamenta di quel governo reazionario, che continuava imperterrito a promulgare leggi razziali, a discriminare, e ad accanirsi contro i dimostranti, ma soprattutto a dimostrare grande insofferenza verso gli attivisti dell’ANC (African National Congress), che raccoglieva appunto tutti gli esponenti della gente di colore che esprimevano dissenso. Essi avevano in parlamento una rappresentanza minoritaria, nonostante superassero numericamente i bianchi,  ma non potevano comunque esercitare il peso dovuto sul piano politico, né su quello economico, né tanto meno sul piano civile e sociale.

Dopo circa vent’anni di carcere, a Mandela fu offerta la possibilità della scarcerazione (1985), ma gli furono prospettate delle condizioni dal governo sudafricano, ossia doveva rinunciare alla lotta armata, non doveva creare problemi di alcun genere all’ordine pubblico. Mandela aveva più volte dimostrato di non essere un vile, né d’essere disposto a compromessi. Era peraltro cosciente, nonostante il duro regime carcerario, che le sue lotte non erano state vane, avevano attirato l’attenzione dei paesi democratici dell’occidente, e già tante proteste arrivavano al governo del suo paese da parte di militanti e Associazioni che tutelavano i diritti umani. Non sfuggivano questi dettagli a Mandela, che in qualche modo veniva informato del clima di protesta e delle pressioni che arrivavano a livello internazionale. In ogni caso non influì più di tanto sui suoi principi, verso i quali era stato sempre inflessibile, implacabile con l’azione e il movimento d’idee che aveva creato intorno alla sua gente.

Rifiutò la proposta di libertà condizionale, egli chiedeva l’annullamento di tutte le leggi che alimentavano l’Apartheid, non solo per sé. Si batteva per tutti, per questo era finito in carcere, per liberare definitivamente e senza condizioni il suo popolo, perché il Sudafrica avesse una sola voce, e che fosse limpida, immune da discriminazioni. Fu liberato solo nel 90’, anche grazie alle pressioni di tanti altri stati, compresi gli Stati Uniti, che sollecitarono il governo ad una scarcerazione senza condizioni, ponendo definitivamente fine alla segregazione di tutta la gente di colore. Da allora la vita di Nelson Mandela, chiamato affettuosamente ‘Madiba’ nella sua tribù di appartenenza, è stata una continua ascesa di successi sul piano politico e personale.

Era nato in Sudafrica,  a Mvezo nel 1918, da una famiglia nobile del clan etnico al quale apparteneva, e il suo vero nome era Rolihlahla, che in spiccioli significa ‘colui che provoca guai’, e in qualche modo, per gran parte della sua vita, è stato coerente con il nome attribuitogli alla nascita, avvenuta peraltro in modo singolare, secondo i suoi biografi. Pare infatti che sia nato vicino agli argini di un fiume.. E anche questo avvenimento sembrava un segno premonitore, un fiume in piena lo è poi stato davvero. Certamente era un ribelle, e lo fu anche con i genitori, quando tentarono di fargli accettare le regole dell’etnia di cui era originario, e imponendogli un matrimonio del quale egli non voleva sentire parlare, spirito libero quale era. Rifiutò dunque  senza tante cerimonie, e se ne andò a vivere a Johannesburg. Qui, tra una battaglia e l’altra, riuscì a portare avanti gli studi giuridici intrapresi, non senza difficoltà, anzi, precarietà di ogni genere. Dopo la laurea esercitò la professione, e insieme ad altri soci aprì uno studio legale, attraverso il quale riusciva ad assistere in controversie di ogni tipo, la sua gente. Prestava la sua assistenza legale senza chiedere compensi, o quasi, solo ciò che gli occorreva per sopravvivere.

Un grande Uomo, di quelli irriducibili, che credono nel dialogo e nella concordia, ma non sono disposti a cedimenti quando l’arroganza diventa coercizione attraverso leggi che isolano e discriminano senza ritegno. Un uomo che della libertà di un popolo ne ha fatto una ragione di vita, e che non ha mai tradito con opportunismi o lusinghe. Un uomo integro, che ha preferito la resistenza e i disagi ad una vita mediocre e d’indifferenza, che ha pagato in prima persona per le sue idee.  Ha condannato senza riserve l’operato del governo del suo paese, in ogni circostanza, ma soprattutto dopo il massacro di ‘Shaperville’, costato la vita a una settantina di militanti e attivisti di colore, che protestavano contro il regime nel 1960, al quale per puro caso, Mandela era riuscito a scampare.

Queste parole egli pronunciò davanti ai giudici che lo condannarono all’ergastolo: “Più potente della paura per l’inumana vita della prigione è la rabbia per le terribili condizioni nelle quali il mio popolo è soggetto fuori dalle prigioni, in questo paese… non ho dubbi che i posteri si pronunceranno per la mia innocenza e che i  criminali che dovrebbero essere portati di fronte a questa corte sono i membri del governo“..

Se n’è andato, Mandela, quasi in punta di piedi, senza chiedersi quanto rumore avrebbe fatto la sua scomparsa, quante campane avrebbero riportato l’eco di questa illustre scomparsa per l’umanità intera; egli era un umile e un semplice, uno che voleva il suo paese in linea con i più sani ideali che hanno ispirato da sempre i governi democratici, fondati sul rispetto e la libertà di ogni cittadino, in assoluta uguaglianza. Se n’è andato e ci ha lasciato in dote uno sterminato flusso di eventi, che sono stati e saranno esempi da seguire. Ci ha lasciato un cielo più terso, conquiste che non sono arrivate con brezze leggere, ma con raffiche potenti, che hanno richiesto tempo e sacrifici umani per essere domate e riportate all’interno di un equilibrio in regola con il rispetto di ogni essere umano.

Ci ha lasciato un testamento che appartiene a tutti, che si può e si deve condividere, ci ha insegnato ad amare la pace, e qualche volta, quando l’ingiustizia è inaccettabile, a disobbedire e a lottare. Sembra che questi uomini siano nati con un destino che corre su strade dissestate, piene di chiodi e di veti, e per questo hanno avuto l’ingrato compito di liberarle, immolando anche la loro vita pur di raggiungere un obiettivo di pace e giustizia. Uomini che lasciano il segno, orme profonde in questi sentieri, per questo sono così amati da tutti, perché sono in definitiva l’orgoglio dell’intera umanità.

Ora il Sudafrica è un paese multietnico, nel quale si parlano più di undici lingue, fra cui le due ufficiali, Afrikaans e Inglese. The ‘rainbow nation’ è stato definito questo paese dal Premio Nobel per la pace Archbishop Desmond Tutu, a significare la moltitudine di culture, lingue e religioni.

Tra gli scritti di Nelson Mandela, le righe che seguono ritengo siano tra le più significative: “La nostra paura più profonda non è quella di essere inadeguati. La nostra paura più grande è che noi siamo potenti al di là di ogni misura. E’ la nostra luce, non il nostro buio che ci spaventa. Ci domandiamo:” Chi sono io per essere brillante, magnifico, pieno di talento, favoloso?
In realtà chi sei tu per non esserlo? Tu sei un figlio dell’ Universo.
Il tuo giocare a sminuirti non serve al mondo.Non c’è nulla di illuminato nel rimpicciolirsi in modo che gli altri non si sentano insicuri intorno a noi. Noi siamo fatti per risplendere come fanno i bambini.Noi siamo fatti per rendere manifesta la gloria dell’ universo che è in noi: non solo in alcuni di noi, è in ognuno di noi.E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, noi, inconsciamente, diamo alle altre persone il permesso di fare la stessa cosa.Quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri (Nelson Mandela)
(Virginia Murru)



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