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Londra. Giovani a Londra, l’illusione dell’Eldorado del lavoro

Londra. Li chiamano “cervelli in fuga”, e sono considerati l’effetto più lampante della disoccupazione giovanile in Italia. Il numero di ragazzi che incrociano le braccia di fronte alla mancanza di prospettive occupazionali nella penisola, è sempre in crescita.

A convincere a fare le valige alla fascia di età che va dai 18 ai 30 anni è soprattutto la mancanza di prospettive di assunzione e la possibilità di trasformare in mestiere, se possibile redditizio, anni di studio settoriale. La capitale inglese è ormai diventata la meta preferita dai nostri connazionali in cerca di fortuna. Il Regno Unito accoglie il maggior numero di “migranti” italiani (soprattutto giovani), in parte registrati all’anagrafe e in parte mimetizzati in quel sottobosco di non-iscritti – perché di passaggio, smemorati o interessati a non perdere i vantaggi dell’essere residenti in un altro paese. Gli aspiranti imprenditori sono tantissimi ed è così che “italiani a Londra” fa spesso rima con start-up ed eventi dedicati a celebrare l’imprenditoria tricolore.

Senza snocciolare numeri e cifre facilmente confutabili, è un dato di fatto che nella Tech City l’accento italiano stia diventando sempre più diffuso e popolare. Gli italiani occupano tante scrivanie, tanti spazi condivisi e dedicati al coworking. Stiamo migliorando il nostro livello di inglese, ma la strada è ancora lunga per riuscire ad entrare da subito in un’officina o in un ufficio inglese.  Londra, infatti, sta diventando sempre più competitiva: il lavoro non manca, ma per spuntarla in una metropoli così globale non bastano un inglese accettabile e tanta buona volontà. Molti nostri connazionali vanno a Londra e tornano a casa poco dopo con la coda fra le gambe.

I compromessi da accettare non sono pochi; perché, se da una parte la qualità del lavoro è decisamente migliore, dall’altra la qualità della vita non è certamente eguagliabile a quella italiana. E se il livello di lingua è scarso, per uno o due anni meglio non aspirare a lavori troppo gratificanti e soddisfacenti.  La Londra italiana è la Londra degli aspiranti self-made man. Dei camerieri che puntano a diventare manager dei pub e che, mattone su mattone, costruiscono il proprio futuro. Molti ce l’hanno fatta. Ma le loro storie hanno convinto gran parte dei giovani emigrati che quel percorso sia il paracadute ideale. La regolamentazione del lavoro è una delle prime criticità a cui vanno incontro i ragazzi.

A partire dal curriculum, in cui, a differenza di quello italiano, viene tenuto conto in maniera relativa dell’istruzione, dando più risalto alle precedenti attività lavorative. nonostante le porte che il web e lavoro digitale hanno aperto, oltre al sostegno che le nuove imprese ricevono dal governo inglese, Londra resta una città “non per tutti”. Ed è meglio esserne consapevoli, prima di trovarsi costretti a mollare tutto da un momento all’altro.
(Lara Calogiuri)

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