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Lettera a Renata…

Cara Renata,

ho riflettuto molto prima di scriverti questa mail, mi sono consultato anche con mia figlia che ha approvato. Ormai sono vecchio; ho vissuto la seconda guerra mondiale a Napoli, città bombardatissima, poi altri traumi, la morte di un figlio di appena venti giorni. Poi, forse non te l’ho mai detto, l’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino, di cui ero lontano parente: la moglie di Falcone, Franca Morvillo, nipote di mia cognata, l’ho conosciuta da bambina. Il giudice Borsellino era cugino di una mia cugina. Io stesso e la mia famiglia siamo stati minacciati dalla mafia quando dirigevo un cantiere in Sicilia per questioni connesse all’assunzione degli operai del luogo: Partinico. Questo per dirti che ho avuto una vita abbastanza “movimentata”. Ebbene, tutto questo per dirti una cosa che già sai: stiamo vivendo un momento terribile, pericolosissimo, domina

il fanatismo, la follia, l’odio razziale. Conosco persone di solito miti ed equilibrate che sono diventate anti-islamiche per effetto degli accadimenti che conosciamo tutti. L’anti-islamismo sta diventando un fenomeno generalizzato in tutta Europa. La “gente” non sa niente di Corano e di interpretazione dello stesso: noi stessi cosiddetti cristiani non sappiamo niente dei Vangeli. Dopo tutto questo discorso, vengo alla conclusione: TI PREGO non esponetevi, tu e la tua famiglia, non andare troppo in televisione. Perdonami se ti ho detto queste cose, non so se ho sbagliato, ma ho voluto correre questo rischio, ho sentito di doverlo fare.

Ciao,

Giuseppe



Caro Giuseppe,

mi sono chiesta molte volte, in passato, cosa avrei fatto se fossi nata al tempo del fascismo: se avrei avuto il coraggio di oppormi o se sarei rimasta succube e/o complice come la maggioranza degli italiani.

La paura e il bisogno di soprav-vivere avrebbero manipolato le mie idee?

Non lo so, non posso saperlo, perché non ero presente.

Quando sono diventata musulmana, 25 anni fa, in Italia, la comunità era minore di numero e molto meno considerata di ora, perché se ne sapeva assai poco. Magari circolavano ancora le battute sulla compra-vendita di cammelli o cose del genere.

Allora, essendo entrata a far parte di una comunità minoritaria e un po’ ridicolizzata,  mi è  sembrato giusto dare la mia testimonianza di persona “normale”, con un lavoro privilegiato, con un’istruzione, per far capire, attraverso l’esempio, che si può essere persone normalissime ed essere musulmani.

Come insegnante,  ho evitato quanto più possibile, in classe, di parlare di questioni religiose, però tutti sapevano, ad esempio, che facevo il Ramadan perché non prendevo, nell’intervallo, il caffè alla macchinetta (preciso che non ho mai fatto pesare il mio sacrificio sugli altri, ho sempre continuato a spiegare, ore e ore, anche se non potevo bere).

Io credo molto nell’esempio di vita e volevo semplicemente trasmettere l’idea che i musulmani sono persone che lavorano, che hanno famiglia, come tutti.

Non tanto per me, che so difendermi dagli attacchi verbali e dalla discriminazione, ma per tutte quelle persone che hanno un lavoro meno stimato in società del mio, i muratori, le badanti…

Soprattutto avevo pensato che non sarebbe stato giusto che i figli di quelle persone –come è successo spesso-  potessero essere trattati in modo diverso dagli altri.

Negli anni, l’impegno di divulgazione della conoscenza, di pacificazione, di integrazione, di aiuto, da parte della Chiesa e delle istituzioni civili, quando guidate da partiti progressisti, ha molto migliorato la situazione.

Poi, disgraziatamente per l’intera umanità, è arrivato l’11 settembre 2001.

Il mondo è cambiato per tutti, sono iniziate guerre mai finite e, per noi, la colpa è stata fatta pesare sulla nostra comunità.

Anche se noi non abbiamo mai smesso di dare la nostra testimonianza e tutti sanno che noi musulmani italiani non siamo colpevoli di nulla, ci chiedono continuamente di giustificarci per le guerre e il dolore che noi non abbiamo scatenato (né sovvenzionato).

Molti musulmani sentono questo come un’ingiustizia, un continuo sospetto che pesa su di loro innocenti e sono stanchi di proclamare la loro estraneità.

Io penso, invece, che tutte le rassicurazioni, i messaggi, i pensieri, che possono portare condivisione, integrazione, serenità, non devono mai essere lasciati da parte per il benessere della società italiana.

Le religioni, tutte, istigano alla pace, non alla guerra, eppure l’uomo è sempre in guerra.

Non certo per colpa dei poverini, come noi, di qualsiasi religione, credenza, colore, sesso, che vorrebbero solo vivere in pace.

Certo, il momento è terribile e anch’io temo, come te, che peggiorerà ancora.

Credo anche, però, che, come ha fatto Bush quando ha iniziato la guerra contro Saddam (dittatore prima sostenuto dall’Occidente) e gli ha attribuito colpe che non aveva, anche oggi le informazioni vengano manipolate per generare altro odio, dolore, guerra.

Nessuno pensa a far cessare i conflitti, anzi, semmai a scatenarne degli altri. Ci sono in atto migrazioni bibliche, con infinite stragi di persone innocenti, che nessuno potrà fermare se non interrompendo le guerre (soluzione che non viene neppure presa in considerazione).

Che cosa devono fare i musulmani consapevoli e culturalmente in grado di spiegare?

Devono dare voce alla comunità, esporsi in prima persona, per difendere i poverini semianalfabeti che si alzano alle 4 del mattino per lavorare e sui quali ricade l’odio e il disprezzo.

Non si può non farlo, è nostro dovere  dare l’esempio, pacificamente. Bisogna scrivere, parlare, far conoscere la verità, specialmente perché noi non abbiamo nulla da guadagnare da questo.

Non abbiamo mai fatto commercio di cose religiose per nostro tornaconto, non siamo i mercanti del tempio.

Per quanto riguarda la televisione, non preoccuparti.

Sono ben pochi i conduttori che ci invitano.

Io e mio marito non siamo abbastanza interessanti perché non diamo “scandalo”, cioè non facciamo audience. I giornalisti non hanno interesse a dare le vere informazioni, ma solo ad attirare l’attenzione con qualche “scoop”.

Noi siamo persone normali che lavorano, studiano, pensano…

Niente di televisivo, appunto.

Renata

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