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La singolare vicenda di Julia Carta, processata tra la fine del ’500 e l’inizio del ’600 dagli inquisitori spagnoli

La storia di questa donna è singolare e si svolge in un contesto storico certamente in sintonia con quello che accadeva nel resto d’Europa, soprattutto  nella penisola.

Attraverso i documenti dell’Archivio Nazionale di Madrid, si può risalire a tutti gli episodi che caratterizzarono i due processi a carico di Julia Casu Masia Porcu, meglio nota come Julia Carta. Il primo processo le fu intentato nel 1596, e fu il religioso che si curava delle anime nel piccolo villaggio di Siligo, Baltassar Serra y Manca, che fece partire la prima scintilla di una verità estremizzata, resa duttile alla circostanza,  la quale rischiava di accendere il rogo per la poveretta, peraltro indifesa, di umilissima estrazione sociale, condizione che allora poteva significare non avere scampo.

Vediamo qualche nota biografica di Julia.

Dai documenti risulta essere figlia di un ‘alvenil’, ossia muratore, era nata a Mores, villaggio nei pressi di Siligo e all’età di 25 anni aveva sposato un vedovo, che aveva avuto un figlio dalla precedente unione. Julia vivrà la sua condizione di popolana nel villaggio di nuova residenza, senza particolari clamori, ma con la fama d’essere un’’ezichera’, ossia una strega che confezionava amuleti ed altri interventi tipici delle arti magiche del tempo, chiamati in sardo anche pungas, rezettas, affumentos, berbos, fortilesas e hechisos.

Basterebbe una semplice riflessione sullo stile e qualità di vita di questi villaggi alla fine del XVI secolo, per comprendere le ragioni del proliferare delle arti esoteriche. La magia era davvero un riparo contro le emergenze di ogni genere che si presentavano in queste piccole comunità, dimenticate dal mondo. Queste popolazioni non erano garantite sul piano della giustizia, della sanità, e soprattutto vivevano miseramente, senza mezzi sufficienti alla loro sussistenza.

Chiedere aiuto alle forze misteriose della magia, che potevano, nelle convinzioni degli abitanti di questi villaggi, ma anche nei grandi centri, risolvere problemi altrimenti ineluttabili e insuperabili, era praticamente legittimo per chi vi cercava riparo, e per chi praticava le arti occulte.

E’ un aspetto significativo del malessere di quei secoli, dell’abbandono, ché certo non bastava una guida spirituale a risolvere ogni problema di sopravvivenza..  Rappresenta in definitiva il riflesso sul piano socio-antropologico di una condizione di vita che non offriva alternative, era la speranza di una svolta, un cambiamento agognato, sofferto in silenzio, magari condiviso con la gente del luogo.

Le difficoltà, il male che non si riusciva a gestire, si materializzava davanti a coloro che potevano cambiare le carte del destino, portarlo in un oltre più accettabile, se non addirittura compiere prodigi altrimenti insperabili. Questo era il ruolo che si attribuivano coloro che esercitava le arti occulte, per la gente comune, in perenne trincea verso ogni sorta di avversità, erano un porto franco, un rifugio, un tramite tra la realtà e un potere superiore, solitamente rappresentato dalle stesse figure venerate nella fede cattolica.

Ed era proprio questo che il clero del tempo condannava: servirsi di Dio e dei santi per compiere, attraverso rituali profani e pagani, atti che la Chiesa aveva sempre condannato.

Tra Dio e gli uomini l’unico tramite dovevano essere i religiosi, investiti della sola unica autorità a svolgere riti concernenti la fede, e ovviamente secondo l’ortodossia propria dei dogmi insiti nella dottrina della Chiesa.

Non c’era posto nel corso dei processi verso queste povere donne, per considerazioni e valutazioni etiche di questo tipo, che pure erano evidenti e chiare davanti al religioso che seguiva questi villaggi, e che solitamente era anche un commissario dell’Inquisizione.

Erano, queste, figure impietose, convinte nel loro operato che fosse indispensabile denunciare fatti di questo tipo;

erano dunque filtri attraverso i quali passavano testimonianze, delazioni non di rado associate a vendette, e informazioni in genere che comportavano reazioni ben precise, atti che finivano nei tribunali ecclesiastici.

E invece diventò per Julia ‘materiale già scottante’, preludio di un iter che non dava certo garanzie d’incolumità. Furono proprio le testimonianze di donne che lei ben conosceva, e che erano tante volte ricorse al suo aiuto, in qualità di strega, a tradirla e a riferire al parroco l’attività di cui era ‘responsabile’. Fu riferito degli amuleti che confezionava per coloro che ne avevano bisogno, e di tutti quei rituali invisi alle autorità ecclesiastiche, le quali consideravano tutto questo ambiguo, anzi, si supponeva che, dati gli esiti degli interventi di Julia su alcune persone, ci fosse addirittura un patto col diavolo.

Quando furono raccolte prove sufficienti, nell’ottobre del 1596, Julia fu arrestata da una figura importante per gli inquisitori, ossia un ‘familiares’, addetto proprio a questa funzione, tradurre in carcere l’accusato.

E Julia fu arrestata proprio nella casa dei genitori a Mores, aveva 35 anni, e sicuramente una fortissima paura, l’angoscia del tradimento, la sofferenza atroce di una donna che nonostante la giovane età aveva già perso sei figli, gliene era rimasto uno Juan Antonio, di soli 4 mesi.

L’arrestato/a era soggetto alla confisca dei beni, quando la famiglia ne possedeva, eventuali terreni venivano venduti perché si doveva risarcire anche il mantenimento in carcere.

In carcere si portava anche il letto e gli indumenti necessari, Julia non era proprietaria di alcun bene immobile e andò in carcere con i soli vestiti che indossava.

Il bambino, su richiesta di Julia, fu poi portato in carcere, e condivise la condizione di stenti della madre, le angherie che subì in quell’isolamento ad opera dell’alcade, ossia della persona che gestiva il carcere dell’Inquisizione nel castello aragonese di Sassari.

Quella piccola creatura ignara, si alimentò del latte avvelenato di angoscia e dolore della madre, la quale, ritenendosi in buona fede, e piena di risentimento verso le donne che l’avevano tradita, mostrava reticenza e resistenza verso le tre ‘moniciones’ che gli inquisitori le avevano presentato, intimandole di liberare la propria coscienza.

Julia conobbe l’esperienza della camera di tortura, della quale era dotato il castello, sede dei processi legati alla lotta contro le eresie, e residenza degli inquisitori. Di fronte alla prospettiva della tortura, già legata per subire il primo tentativo di estorsione di una verità che aveva solo i contorni della disperazione, ebbe davvero paura, e decise di confessare.

Parlò degli amuleti, degli affumentos, del materiale usato per tentare la remissione del male di cui soffrivano gli infermi, dei pungos, e altri interventi volti a rendere innocue persone che minacciavano l’incolumità di vittime che non avevano alcun mezzo per difendersi. Storie di malessere estremo, al quale Julia tentava di porre rimedio attraverso le pratiche magiche che le erano state trasmesse da una sua ava, e che poteva avvenire solo tra donna e donna.

E parlò di pratiche apprese da una zingara che circolava in quegli anni nel villaggio, del modo singolare in cui interveniva per alleviare il male dei sofferenti di gravi patologie, servendosi per esempio di ossa di morti polverizzate.. Ed era già profanazione, dissacrazione e violazione di luoghi sacri come i cimiteri, elemento d’accusa che non poteva essere considerato immune, dato il fanatismo del giudizio che avrebbero poi espresso gli esperti di teologia presenti al processo, e che erano ovviamente rappresentanti del clero.

Ma il particolare della sua confessione, che le valse l’accusa di strega luterana, riguardò le sue opinioni circa il sacramento della Confessione. Julia, ingenuamente, ignorando le responsabilità e soprattutto il fatto che avrebbe rappresentato un ben preciso capo d’accusa, dichiarò e ammise che le accuse dei suoi delatori erano vere, ossia che lei stessa aveva appreso da persone credenti, di fiducia, che certi peccati potevano considerarsi assolti anche coprendosi la sera con il lenzuolo prima di dormire, ed esprimendo a voce alta un atto di pentimento per ciò che si era commesso. Così come era valido anche recarsi in chiesa, praticare una fessura sul pavimento davanti all’altare e dopo avere confessato davanti a Dio la colpa, ritenersi dispensati, senza la necessità di rimettere tali colpe nelle sedi opportune davanti ad un confessionale, fare pertanto a meno dell’assoluzione di un ministro di Dio.

Erano certo considerazioni arbitrarie di Julia, che non si rendeva conto di contravvenire alla legge di Dio attraverso la Confessione, comandamento che chiedeva obbedienza. Ma in fin dei conti era solo questione di coscienza, ben altro si commetteva spavaldamente in nome di Dio, e ben altro che ortodosso era il comportamento sul piano religioso etico e morale delle più alte gerarchie ecclesiastiche.

A Julia fu chiesto di pentirsi recitando formule particolari in sardo, dato che era analfabeta, e comunque non conosceva certo lo spagnolo. Fu condannata a tre anni di penitenza, a una libertà vigiliata, che comprendeva anche l’esposizione alla pubblica denigrazione, alla violenza morale, proprio da parte di coloro che nel villaggio erano più volte ricorsi alle pratiche di Julia. Le fu anche imposto il ‘sambenito’, ossia una veste penitenziale, con una croce particolare, riservata agli eretici.

L’abito doveva essere sempre indossato allorché ci si recava fuori casa per qualsiasi ragione. E non ci si poteva neppure trincerare dietro le pareti domestiche, si era obbligati ad essere esposti per penitenza alla gente del villaggio, la quale doveva capire a cosa andava incontro qualora qualcuno avesse azzardato atteggiamenti che rientrassero nella sfera dell’eresia, o stregoneria.

Prima che a Julia fosse consentito di tornare in famiglia, ebbe luogo il rito dell’auto da fé,  si trattava di una celebrazione lunghissima, una messa nella quale s’introducevano anche tutte le orazioni penitenziali, e il protagonista di questo rituale era ovviamente il condannato, che doveva ripetere ogni parola e dimostrare sincero pentimento. Soprattutto Julia doveva giurare che non sarebbe mai più ricaduta negli errori che le erano stati contestati, in questo caso doveva promettere solennemente, che non avrebbe più esercitato le arti occulte. Anche se, come sappiamo ‘recidiva’ (‘relapsa’ in Spagnolo),  lo divenne in seguito, e per questo fu ancora inquisita,  anche se alla condanna non seguì la pena di morte.

Abiura di Julia Carta dal documento originale, conservato nell’archivio storico di Madrid.

Eo Julia Carta, naturale e habitadora de sa villa de Siligo, que ynogue so presente dainantis de sa Señoria sua, comente Inquisidore qui sunu, contra sa heretica pravedade et apostasia in custu regnu de Sardiñya et su districtu sou po auctoridade appostolica et ordinaria. Postu de inantis meu custu sinnu de sa rugue et sos sacrossanctos Evangelios qui cun sas manos mias corporalmente toco, reconosquende sa verdadera catholica e appostolica fide, abjuro, detesto et maleygo tota ispecie de heregia qui si pesat contra sa sancta fide catolica et lege evangelica de nostru Redemptore et Salvadore Jhesu Christu et contra sa Sancta Sede Appostolica et Ecclesia Romana, specialmente a ycudda qui eo, comente et mala, so ruta et tengo confessado daenantis sa Señoria Sua, qui ynogue publicamente si mi est lehido, et de su qui so ystada acusada, et juro et promitto de tenner et bardare semper cudda sancta fide qui tenet, bardat et insiñat sa Sancta Mater Ecclesia, et qui semper appo como esser obediente a Nostru Señore su Paba e a sos sucessores suos qui canonicamente suseden in sa Sancta Sede Appostolica, et a sas determinaçiones suas; et confesso qui totus cuddos qui contra sa sancta fide catholica han como venner son dignos de condenaçione, et promitto qui may mi appo acompañare cun cuddos et qui cantu in me hat como esser los appo a perseguire et sas heregias qui de cuddos appo como isquire, los appo a revellare et notificarelu a quale si quergiat Inquisidore dessa heretica pravedade et perladu de sa sancta Mater Ecclesia in hue hat qui mi acate, et juro et promitto qui appo a rezier humilmente et cum paçiençia sa penitençia qui mi est istada o hat como esser posta cun totus sas forzas e pudere meu et la deppo cumplire in totu et per totu senza andare nen venner contra a issa nen contra cosa nexuna nen parte de issa , et quergio et consento et mi piaguet que, si algunu tempus, su qui Deus no quergiat, // c. 82r esseret o hat como venner contra sas cosas subra naradas o contra quale si quergiat cosa o parte de issas siat appida e tenta po impenitente relapsa, et mi somitto assa correptione, in veridade de sos sacros canones, pro qui in me, comente et persona culpada dessu dictu delictu de heregia, sian executadas sas çensuras et penas in cuddas postas, et dae como pro tando et tando pro como consento qui cuddas mi sian dadas et executadas et las appo a suferrer cando si siat si alguna cosa si mi prohare de haver rupidu de su subra naradu pro me abjuradu; et pregu assu presente notariu qui mi lu diat pro fide et a sos presentes qui siant de custu testimonjos.

Il documento è tratto dall’opera del professor Tomasino Pinna, “Storia di una strega. L’Inquisizione in Sardegna. Il processo di Julia Carta”.
(Virginia Murru)

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