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La potenza delle immagini e la forza della parola

SUL FILO DELLA MEMORIA – Collettiva di opere esposte alla  G 28 –

I fotografi che espongono le loro opere alla mostra G 28, sono artisti che hanno maturato un background di notevole esperienza, sia per quel che riguarda la fotografia che in altri versanti delle arti figurative.

Sul filo della memoria”, è il titolo dell’esposizione e ogni fotografo ha liberamente associato alle foto richiami di carattere letterario, tratti da opere di autori sardi, appartenenti al nostro tempo o al passato. Negli intendimenti dell’organizzatore Italo Medda – che è anche uno degli artisti presenti alla collettiva – c’è pertanto l’intento di coniugare arti visive e letteratura, parole e immagini, attraverso un armonioso e felice connubio di sensazioni ed emozioni. Sono vie esplorative che conducono nei luoghi più riposti dell’Arte in generale, un percorso stimolante per i partecipanti alla mostra, che hanno risposto con proposte originali, dai significati talora allegorici e in alcuni casi velati da una luce soffusa di elementi che rimandano a profondità niente affatto scontate.  Un viaggio in incognita per i visitatori, i quali avranno davanti scatti spontanei o elaborati, ma tutti speculari di quei richiami letterari, parole che hanno trovato corrispondenze in immagini, corrispondenze che fanno tornare alla mente quelle ‘foreste di simboli’ di Baudelairiana memoria, con tutta la carica di quello spleen indefinibile.  In una sua poesia, intitolata “Les bienfaits de la Lune”. Allegoricamente la luna trasfonde su una donna ancora acerba, quasi bambina, elementi che la caratterizzano,  influenza aspetti della sua esistenza, la lega a sé attraverso vincoli misteriosi (l’acqua), difficili da delineare con la ragione, . E qui, per logica di rimandi, si collocano le opere di Paola Puccini, che ritraggono corpi ancora acerbi, mentre esprimono tutta l’energia e la vitalità di una vita in crescita.

L’artista ha scelto per le sue opere citazioni del noto romanziere sardo Sergio Atzeni, “Bellas mariposas”, la relazione tra le immagini e le righe estrapolate al romanzo, sono la semplici trasposizione di quegli interrogativi, tra i quali uno è piuttosto eloquente: ‘..dovevo nascere pesce - mi piace guizzare sotto il pelo dell’acqua e uscire ogni tanto a respirare e guardare il sole che scintilla sulle ondine di maestrale o abbaglia sulle onde di levante..’ L’azzurro delle immagini evoca l’acqua, e le parti ritratte sono aspetti di quei corpi acerbi, dove quasi è possibile intravedere il ritmo onda/risacca.

Gigliola Lai ha scelto il tema vita/morte, l’ambivalenza tra queste due energie del Cosmo, che a volte può creare interazione; ossimoricamente, ma in modo naturale, l’una può determinare il corso dell’altra, anche quando un destino sembra compiuto, o al contrario, quando la vita sembra una prospettiva aperta.  Negli ultimi tempi la ricerca dell’artista è rivolta a questi estremi dell’esistenza umana, diretta al riverbero nelle immagini del travaglio che rende inermi gli animi di coloro che s’infrangono in queste sponde ostili. Gigliola per il suo dittico ha scelto un celebre romanzo del contemporaneo Salvatore Niffoi, “La leggenda di Redenta Tiria”. Tutta l’opera Niffoiana è proiettata su questi temi inesorabili, la vita con la sua scacchiera di verità sempre suscettibili di revisione, e la morte che le gira intorno, in modo ineluttabile, in un vortice di accadimenti difficili da sondare, anche se la realtà sembra luce che si apre in ogni direzione. Un rapporto stretto, parentale, tra questi Enti che sembrano contrapposti, con ruoli contrari, e invece all’insaputa degli esseri viventi, cooperano per ragioni a noi ignote, pervase di ombre che s’allungano nell’incomprensibile. Il suicidio è il tema di fondo del dittico, e quei volti esprimono in maniera chiara il dilemma e il dolore di una condizione di arresa: è la vita stessa a consegnarsi alla morte. Tuttavia non è mai libera la scelta che porta in queste derive estreme, c’è sempre un vortice che risucchia al suo interno, senza scampo, la fragilità non permette controllo o replica. Si segue una ‘voce’ estranea, comunque un ordine coatto dal quale la reale volontà è estromessa, per via di quella sudditanza interiore che disorienta, conferendo alla vita altre misure, che derivano dal nonsenso. Emblematiche le righe estrapolate dal romanzo di Niffoi: “..…… Mentre stava per affogare nei suoi resti acidi, Zirolamu sentì la Voce:

<< Ajò! Preparati, che il tuo tempo è scaduto! >>.

Ed è un viaggio di non ritorno in anse di smarrimento totale, non ci sono fughe rocambolesche dal destino, né desiderio di lotta e opposizione.

Attilio Della Maria, cagliaritano, artista eclettico, che ha alle spalle un notevole percorso di esperienze vissute in primo piano negli ambienti delle gallerie, grazie anche all’attività artistica del padre, che lo ha ‘iniziato’ con naturale investitura, permettendogli di venire a contatto con i maggiori esponenti dell’Arte in Sardegna, coloro che poi avvieranno un sensibile percorso di rinnovamento in questo ambito attraverso nuove sperimentazioni, quasi avanguardiste nell’isola. Le opere presentate da Attilio sono in relazione semantica con testi di Emanuele Demuro; nella prima l’impatto è assolutamente speculare di un’immagine che ci presenta la reazione passiva di un cane verso le molestie del suo padrone.

Il povero animale, che per fedeltà estrema non si rivolta contro chi lo percuote, manifesta tuttavia una sofferenza il cui senso solo l’immagine può completare in termini di efficacia, proiezione esteriore dopo la nota descrittiva tratta dall’opera di Demuro. C’è uno sguardo spaventato, e la dentatura è segno di potere rimosso, un ripiego che perpetua l’istinto di sopraffazione dell’uomo verso gli altri esseri viventi. I denti del cane sono incredibilmente aguzzi, potrebbero dilaniare colui che gli sta di fronte, ma è la natura, nei suoi tanti labirinti e controsensi, a scegliere la sottomissione e l’autorità.. Il titolo dell’opera è “Cane uno”, e questo è il richiamo scelto da Italo Della Maria:

“CANE UNO. “Ho visto un grosso cane bastonato da un piccolo uomo.Il cane piangeva con occhi tristi..”

Laltra immagine presenta un edificio circondato da un’inferriata, qui  l’artista ha associato alcune note tratte dal romanzo ‘L’ultimo forte’: “….Qualche compagno illuso di domare nuvole di cenere

nell’ultimo forte..” – L’edificio è sovrastato da un cielo plumbeo, incerto, e rivela l’impotenza di quel compagno a domare gli addensamenti non suscettibili di svolte. L’edificio presenta elevazioni che sembrano sfiorare l’arco di nuvole informe e incombente, un prospetto che s’allunga a dismisura, e parrebbe indicare il limite.

Claudio Piludu, fotografo freelance, presenta due opere che davvero si legano indissolubilmente al ‘filo della memoria’. Una è la conseguenza dell’altra; è evidente il  riflesso di follia umana che esprime tutta la capacità distruttiva della guerra, attraverso l’immagine di un agglomerato urbano deserto, ridotto quasi  in macerie dagli ordigni impiegati durante il conflitto. Perfino gli alberi, muti testimoni della tragedia, sembrano raccontare la crudeltà dell’aggressione verso case un tempo animate e poi travolte da un crash di ragione. Le vittime sono poi il rimando dell’altra immagine, la quale presenta un vasto campo con croci marmoree distese in una dimensione in cui il tempo si è dilatato per non dimenticare.

Claudio Piludu si è ispirato al noto romanzo di Emilio Lussu, “Un anno sull’altipiano”, di carattere autobiografico, e di grande spessore emotivo, per via delle vicende narrate, cronaca di una realtà vissuta in prima persona, agli avamposti, tra violentissime emozioni, spirito di sopravvivenza, lotta per non soccombere..  In perfetta simmetria con le immagini, dunque, che riportano il travaglio di una terra e un popolo segnato  da una delle prove più terribili affrontate dall’umanità. Così descrive Lussu, gli scontri con il nemico sul fronte:

“La fantasia del generale aveva voluto che le trombe suonassero l’assalto, sgomento per il nemico,

incitamento ai nostri. Quando le note risuonarono,. nello stesso istante, gli austriaci, così avvisati,

risposero con un fuoco pronto di mitragliatrici e di fucili,  l’assalto! Dove si andava? “

L’accostamento è naturale, conseguente, tra immagine e narrazione.

Bellissime le citazioni di David Nilson, americano di nascita , ma italiano d’adozione, da lungo tempo residente in Sardegna. L’artista era venuto negli anni ‘60 per un tour in bici nell’isola, ma non gli è occorso tanto tempo per rendersi conto che sarebbe diventata da allora stabile dimora. All’insegnamento alterna la passione per la fotografia, all’attivo ha diverse mostre, personali e collettive, dalle quali emerge l’estro del suo obiettivo fotografico, la versatilità e duttilità nello stile. Dicevo bellissime citazioni di Marcello Fois, prosa poetica direi, che hanno un tenore lirico surreale, propositivo di realtà in diagonale, ma vere, proprio perché sono in qualche modo il controcanto delle immagini.

Dall’opera, “Nel tempo di mezzo”, di Fois (Einaudi):

“Da quelle mani sono scaturiti pensieri pesanti, trame di ferro leggerissime: cancelli balconi, ringhiere, inferriate, alari. Tutti esercizi di sopravvivenza, come una poesia perfetta.”

Le immagini sono parole che ‘si muovono’, sopra la creatività di opere realizzate in ferro battuto, nella prima unite in vorticosa sovrapposizione, al punto che è difficile distinguerne i profili. Nella seconda sono evidenti ‘i nodi’ di quella verità ferrigna attorta in una ringhiera capovolta, alla quale Nilson associa l’altra citazione del Fois:

“Era una teoria di sbarre squadrate a mano, una per una, la linearità interrotta da un bulbo centrale fuso a caldo e poi limato fino a che le due carni, quella della sbarra e quella del bulbo, non diventassero una carne sola.”

Splendide immagini in questa metafora-similitudine,  ‘unione morganatica’ di elementi del tutto opposti sul piano della materia, ossia la vitalità della carne all’aspetto inerte del metallo, incompatibili per natura, ma accostati quasi a significare l’unità ottenuta attraverso il medium dell’impossibile. Visione borderline, affascinante, dell’Arte.

Gli esordi di Giovanni Coda nel mondo dell’arte vengono dalla letteratura, con diverse affermazioni in questo ambito. Più avanti si dedica poi alla musica, si occupa di danza, video arte, che gli permette di partecipare alla Biennale di Venezia, Milano ed altre manifestazioni. Jo Coda ha scelto l’opera poetica di Giovanni Pirodda, una quartina per l’esattezza tratta dal poemetto ‘Sos cantos de sa solitudine’:

“De’ando che un’umbra ’e sas cosas

chi hap’amadu e sèmpere bramadu.

In s’ortu meu mes’abbandonadu
de s’isperu siccadas sunt sas rosas..”

L’artista associa immagini a colori che hanno riferimenti e similitudini davvero in sintonia con la quartina citata. La prima è una porta aperta su un paesaggio pressoché selvaggio, l’edificio, in evidente abbandono, e ci riporta proprio allo scoramento che s’intravede tra i versi della quartina; la solitudine è la semplice conseguenza di quel luogo sfatto, che lentamente viene assorbito dalla natura circostante, e la speranza è un’ombra che gira intorno al volto inesorabile delle cose amate e irrimediabilmente smarrite nei ricettacoli della vita e delle sue sconfitte. La seconda immagine è la proiezione desolante di un altro lato del rudere, s’intravede un vetro spezzato, vagamente opacizzato, dove non c’è spazio per un nuovo inizio, ma non c’è, al di là, neppure un orizzonte che ne delinei la fine. L’impressione è quella di una sospensione, la pausa di qualcosa che s’infrange, e obbliga alla sosta. Solo un intrico di vegetazione oltre il veto spezzato, a significare la congestione in cui si riflettono i pensieri negativi del poeta, visione della sua solitudine.

Ultimo, ma non ultimo per importanza, Italo Medda, organizzatore della mostra, nato a Roma ma residente in Sardegna, con una formazione umanistica e artistica nel suo percorso di studi.

E’ docente in materie artistiche, ma ha alle spalle una lunga serie di esperienze in ambito teatrale, ma il suo impegno è di vasto raggio, l’ecletticità che  lo ha caratterizzato nello stile lo ha portato a sperimentare ed ‘esplorare’ il mondo dell’Arte in quasi tutte le sue espressioni. E’ anche un grande operatore culturale, si occupa di pubblicazioni per case editrici dell’isola, sempre di carattere artistico.

Italo Medda è presente dunque all’esposizione delle opere fotografiche del G 28, della quale è appunto il diretto curatore, con due opere particolari, l’immagine di una donna colta in un momento di estraneità dall’ambiente in cui è ritratta, sono di attimi d’intimità, e questo suo essere assorta la rende in certo qual modo misteriosa, vicina e distante. Nella prima immagine il volto è attraversato da luce e ombre, lo sguardo è rivolto ad un indumento con lunghe frange che scivolano tra le dita, e ricadono verso il basso, il volto è rilassato ed è evidente che la donna indossa  un abito di scena, è una ballerina, con un costume nero, e sarebbe azzardata ogni ipotesi sulle atmosfere surreali che riesce ad evocare. Nella seconda immagine, la donna porta sul capo lo scialle con frange che prima teneva tra le mani, la figura è austera e distaccata, non si può certo dire che abbia un’espressione distesa sul volto, ha ancora lo sguardo rivolto verso il basso, come volesse celare un’implosione di  pensieri ed emozioni, rivelando ben poco di sé.

Italo Medda cita i versi di Francesco Masala, come fosse il messaggio più idoneo per sollevare qualche velo in quel volto di donna che dialoga con i suoi stessi silenzi. Si tratta di due strofe tratte dall’opera ‘Ballata per Rosa, fidanzata di guerra’. Tema ricorrente nelle opere degli artisti presenti all’esposizione del G 28. Questi i versi scelti dall’artista;

“…….   Per questo è morto,

come un pidocchio,

saltando su di una mina,

là, in terra di Russia.

Son passati venti anni,

ma Rosa è ancora

la fidanzata di Sciarlò,

gallina muta e fedele.  ……..

…….. Da vent’anni, ogni notte,

la fidanzata Rosa

depone in una culla

il figlio di Sciarlò,

fatto di stracci,

da vent’anni, ogni notte,

con viso di pecora impazzita,

china sopra la culla,

bela una ninna-nanna.  …….

La corrispondenza tra parola e immagine è tutt’altro che vagheggiata, e ogni verso sembra inciso sulla pelle della donna ritratta nelle immagini. Così, con semplicità, l’artista svela le ragioni di quel buio profondo nello sguardo della donna, il suo negarsi a se stessa e al mondo; il capo coperto dallo scialle è simbolo di un ritrarsi dalle vicissitudini della vita, perché troppo colpita dagli strali del destino per ritrovarsi e ricominciare. Ottimi versi nella composizione, poesia nelle immagini.
(Virginia Murru)


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