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La libertà non ha strade a numero chiuso: il disagio degli studenti universitari

In occasione della Giornata internazionale dello studente, che ha avuto luogo il 17 novembre scorso, anche in Italia,  si sono svolte centinaia di manifestazioni volte a riaffermare il diritto allo studio, negli ultimi tempi seriamente insidiato da alcuni provvedimenti di legge che hanno portato all’istituzione del numero programmato in diversi atenei.

“Change the way” (ossia ‘inverti la marcia’), era lo slogan scandito in tutte le piazze, soprattutto a Roma, davanti al ministero, dove le scelte che riguardano gli studenti italiani si sono rivelate davvero poco lungimiranti.

La difficile congiuntura economica ha certo determinato, direttamente o indirettamente, certe misure d’intervento con l’intento di ridurre la spesa nei diversi ministeri. E non è questione di austerity limitata a un periodo di transito;  il malessere in tutti i settori dell’economia ha condotto il nostro paese sulla via della recessione, ed è destinata a durare, finora si è trattato solo di affrontare piani di emergenza, di ‘riallineamento’ con i criteri di rigore sui conti pubblici imposti dall’Ue.

Il diritto allo studio, sancito dall’articolo 34 della nostra Costituzione, sta facendo i conti con questa realtà e continua ad essere il riflesso di un rigore che sta causando disorientamento tra gli studenti, rivolta contro sistemi che risultano essere discriminatori, e in definitiva scoraggiano tutti quei giovani che seriamente si sarebbero impegnati a portare avanti gli studi nella facoltà verso la quale sentivano di avere una vera inclinazione. Qualcuno si sta chiedendo quali problemi stiano affrontando le centinaia di migliaia di studenti che non sono riusciti a superare i test negli atenei a numero programmato? Certamente ben pochi hanno i mezzi per chiedere ‘asilo di studio’ all’estero, ché di questo in definitiva si tratta, dato che l’Italia è l’unico paese in Europa ad avere emanato un provvedimento di legge che limita l’accesso degli studenti allo studio, soprattutto nelle facoltà di Medicina e Chirurgia, Ingegneria e Architettura, Scienze della Formazione e tante altre di carattere scientifico. Nel 1999, col decreto 264, approvato dal Miur, si è dato l’avvio ad una politica di selezione assurda quanto iniqua in queste facoltà, attraverso i test. Test che si sono rivelati non idonei ad accertare la reale inclinazione dello studente verso l’orientamento di studi prescelto, proprio perché, non essendo attitudinali, tendono a favorire coloro che si sono formati seguendo corsi costosissimi, secondo  l’esigenza di una rigorosa preparazione in certe materie, compresa la logica e le prove di cultura generale, verso le  quali non si è mai abbastanza istruiti.

Ogni anno, ma in particolare quello in corso, durante lo svolgimento dei test, in quasi tutte le città si sono verificate irregolarità tali da rendere invalide le prove, quest’anno si è  aggiunta anche la tanto dibattuta questione del ‘bonus sì o bonus no’, risolta poi con il suo  annullamento mediante un decreto dell’ultima ora, che ne stabiliva, proprio mentre si svolgevano i test, l’inapplicabilità in fase di valutazione del punteggio ottenuto dallo studente. L’impatto mediatico è stato enorme, i ricorsi sono arrivati numerosi ed inevitabili, è stato come tirare al bersaglio in una base già vulnerabile, dato che non si possono mandare a casa come nulla fosse stato settantamila studenti, e si parla solo del test di accesso alla facoltà di Medicina e Odontoiatria, senza contare le altre facoltà, già sapendo  che simili provvedimenti non possono essere accettati senza battere ciglio..

E infatti il Codacons ha immediatamente regito con un ricorso inoltrato in diverse procure, la motivazione è stata la seguente:

“La graduatoria potrebbe essere frutto di errori e irregolarità e quindi risultare alterata da più parti sono state denunciate gravi anomalie, riscontrate dagli stessi studenti durante le prove. Dagli errori contenuti nelle domande alla violazione dell’anonimato, in ogni caso situazioni in grado di inficiare i test d’ingresso. Da un lato chiediamo alla magistratura di attivarsi nell’interesse degli studenti sequestrando cautelativamente i risultati delle prove, dall’altro invitiamo gli stessi studenti ad aderire al ricorso collettivo contro il numero chiuso per le facoltà di medicina e odontoiatria avviato dal Codacons, così da far valere il proprio diritto allo studio. Gli esiti dei test d’ingresso dimostrano chiaramente come il sistema del numero chiuso sia fallace..”

Il numero chiuso in Medicina è stato giustificato adducendo l’esubero di laureati in questo settore, ma non è esattamente così, dato che, secondo precise statistiche, tra circa una decina d’anni, continuando con questo sistema, saranno disponibili nelle strutture sanitarie la metà dei medici di cui la società necessita. Dobbiamo peraltro riflettere al fatto che in Italia  il numero dei laureati è esattamente – in percentuale (circa il 19%) – quello dei paesi dell’Europa dell’est, i quali ben presto ci supereranno, dato che i loro governi non adottano certo criteri di selezione e misure restrittive nelle immatricolazioni

Intanto siamo ben lontani dalla media europea dei laureati, che si aggira intorno al 40%, in alcuni paesi particolarmente attenti nei riguardi della formazione e della cultura anche di più, com’è il caso di Germania, Francia, Inghilterra ed altri. Tutto questo non ci rende onore e non ci rappresenta come dovrebbe. L’Italia, che viene dalla cultura latina, e che è stata un modello per secoli, in Europa e nel mondo, ora arretra e risparmia sull’istruzione, attraverso tagli e mancanza d’ investimenti proprio laddove sarebbe più opportuno investire: si tratta delle nuove generazioni, quelle che  guideranno il nostro paese, saranno insomma il nostro futuro.

Ma qui nessuno vede lungimiranza e buon senso, solo veti e steccati; ci sono migliaia di giovani allo sbaraglio, disorientati, pieni di rabbia. E’ necessario stabilire regole più eque, non si può continuare così, ogni anno questo esercito di studenti, ai quali si è interrotta la propria strada, aumenta. Ma l’importante è mettere il grembiulino e ubbidire alle leggi dell’Unione Europea, che ci vuole virtuosi e disciplinati, senza che ci si chieda qual è il prezzo di queste scelte di carattere politico ed economico.

Potrebbe rivelarsi il modo più insidioso per creare devianze, disaffezione, e in ultima analisi anche scelte sbagliate; difficile stabilire sul versante sociologico, dove porterà tutto questo. Non c’è sicuramente il mercato del lavoro con un motore efficiente, per indirizzare questi ragazzi verso un’attività lavorativa che renda meno sterile il tempo che hanno davanti. E comunque è un ripiego ingiusto per chi ha già investito le sue speranze su precisi orientamenti di vita. Significa in ogni caso ledere il diritto allo studio, per estensione, limitare la libertà. Anche se i test di accesso ad alcune facoltà non risultano essere direttamente incostituzionali, di fatto stabiliscono limiti, e sono quindi iniqui perché riducono la libertà del singolo. Non si tratta di dilemmi, è invece necessario un governo di persone davvero capaci di affrontare scelte di tipo economico più congrue e vicine agli interessi dei cittadini, ci sono tagli di spesa che non dovrebbero essere così severi nei confronti di ministeri come quello della Sanità e dell’Istruzione, fondamentali per il progresso civile di ogni società.

Sappiamo bene che la congiuntura economica non è favorevole per l’attuazione di un’adeguata riforma sulla scuola, dalla primaria all’Università, e che i piani di stabilità purtroppo prendono avvio in un clima di grandi incertezze, ma per stare in piedi non si possono sacrificare le colonne portanti di una nazione, indispensabili per la garanzia di un futuro meno precario. L’istruzione è il faro che rappresenta, in termini civili e sociali, l’efficienza di uno stato, la sua  credibilità in termini di progresso umano e civile. Questo hanno voluto sottolineare gli studenti il 17 novembre scorso, attraverso le manifestazioni tenutesi ovunque nel nostro paese. Così come in tanti altri paesi Europei e anche oltre questi confini.

E’ il senso d’incertezza che le ha animate, insieme alla paura di un futuro che si presenta alle nuove generazioni come uno spettro che proietta ombre sui loro passi. Non si è trattato solo di commemorazione, di memoria, verso gli studenti che hanno perso la vita in alcuni paesi dell’est, soprattutto dove in passato erano le utopie a tenere in un pugno di ferro i giovani che si preparavano per un domani più libero. Le manifestazioni del 17 novembre sono partite anche dal desiderio di rivolta per tutte quelle aspettative mancate, per un sogno di realizzazione costretto a convivere con i limiti imposti alle proprie scelte, rifiuto contro il diritto negato allo studio, un modo per dire basta e rivoltare le carte nelle mani di chi decide il loro futuro.

I rappresentanti degli studenti, dopo le varie traversie riguardanti i test di accesso all’Università, e i ricorsi presentati in diverse procure, attendono il ministro Carrozza ad un tavolo di trattative e dialogo che non sia soltanto occasione di spot per la politica, ma un atto di buona volontà per portare avanti, almeno in parte, le istanze del mondo studentesco, in particolare quello universitario, il più sferzato e penalizzato.

Speriamo che questi incontri non si risolvano, come sempre, in un pacchetto di promesse e intenti vuoti di contenuto e intervento.
(Virginia Murru)


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