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La Germania chiede il disimpegno dall’Eurozona, in barba all’irrevocabilità dell’euro

Ipotesi prive di razionalità, ‘voli pindarici’, in una realtà faticosamente orientata verso l’integrazione, unico e vero obiettivo dell’Unione europea.

Il presidente della BCE, Mario Draghi, ricorda costantemente ai paesi dell’Eurozona un dettaglio fondamentale legato all’Unione monetaria: ‘l’irrevocabilità dell’euro’. Rimandi tesi forse a scongiurare eventuali tentazioni di fuga, o per esorcizzare il verificarsi di possibili scelte al riguardo. Certo è che simili opportunità non sembrano poi così improponibili, né tanto meno idee bislacche, pur nel contesto di un obiettivo rivolto all’integrazione.

In questa logica d’irrevocabilità la Germania, per esempio, sembra muoversi con disagio, e da anni imperversano dibattiti negli ambienti accademici, finanziari ed economici, sull’evenienza di un abbandono dell’Eurozona, ovvero dall’Unione monetaria. Dopo il divorce bill in atto tra Ue e  Regno Unito (fortemente osteggiato proprio dalla Germania), per l’Unione europea sarebbe davvero un colpo da cecchini: continuare a parlare d’integrazione e intenti comuni verso l’Unità politica, a questo punto, sarebbe veramente arduo.

La Germania è come la forza trainante  di un convoglio che resiste, perché c’è un fulcro centrale forte, un punto di gravità che tiene uniti i paesi, diciamolo pure, satelliti di questa solida economia.

Mentre un’Italia-exit, sarebbe una mezza sciagura per l’economia del Paese, dato che un ritorno alla vecchia divisa causerebbe una svalutazione certa, con tutti i rischi annessi e connessi in ambito economico e finanziario, per la Germania il discorso  per ovvie ragioni sarebbe diverso. Il marco sarebbe rivalutato, ed ovviamente per i risparmiatori diventerebbe un’inaspettata manna dal cielo. Per questo in Germania si avverte questo scalpitare discreto e una voce sempre più alta che sobilla gli ambienti politici, prospettando scenari che senza ombra di dubbio andrebbero a vantaggio dei tedeschi.

Chi in Italia propone l’uscita dall’euro è poco meno di uno scellerato che non sa farsi i conti in tasca; basterebbe del resto il monito del Direttore generale del Tesoro, il quale sostiene: “si può affrontare il discorso in ambito accademico, e tutto si ferma qui, ma se gli intenti andassero oltre, si dovrebbe contenere il panico della gente, che si riverserebbe agli sportelli, per il prelevamento dei propri risparmi, che altrimenti verrebbero convertiti nella nuova valuta (svalutata), con serie conseguenze nel versante finanziario.”

In effetti, per i risparmiatori che lasciassero il loro denaro fermo in banca, con un’ipotesi del genere, sarebbe come ritrovarsi tra le mani una maglia infeltrita.. E lo spettro di quello che è accaduto in Grecia, sarebbe la naturale conseguenza di un procedere nell’azzardo.

Ipotesi, quelle dei simpatizzanti della ‘lira’, prive di razionalità, ‘voli pindarici’ in una realtà faticosamente orientata verso l’integrazione, unico e vero obiettivo dell’Unione europea

E c’è anche da dire che comunque gli italiani sono tutt’altro che sprovveduti, dato che, nella sciagurata eventualità di un ritorno alla lira, hanno investito precauzionalmente all’estero centinaia di miliardi di euro.

Eppure la Germania, meeting dopo meeting, tramite l’Ifo (Istituto di Ricerca Economica), ed economisti del calibro di Christoph Schmidt (presidente del Consiglio degli esperti economici), Hans Werner Sinn e Karl Konrad, tutti rappresentanti del mondo economico, punta il dito su quella porta che Draghi vorrebbe indiscutibilmente chiusa. Lo slogan sembra diventato: “The quest for the best”(La ricerca del meglio..), e quando incalzano discorsi -  nel corso dei vertici dell’Unione monetaria – che alludono esplicitamente alle riforme che dovrebbero portare alla condivisione dei rischi in ambito finanziario, allora la Germania s’interroga.

S’interroga sull’opportunità di svincolarsi dal ruolo di ‘Atlante’, che in virtù della sua forza deve sostenere anche le cause dei paesi più periferici dell’Unione, per concludere poi che il gioco non vale la candela: è la logica del più semplice sillogismo. Proprio perché l’economia tedesca è una storia a sé, ha un senso il ragionamento della Cancelliera quando fa riferimento ad un’Europa ‘dalle due velocità’, perché non vi è aderenza e simmetria rispetto alla maggior parte dei paesi dell’Eurozona e dell’Ue.

L’economia in Germania presenta una crescita del Pil intorno al 3%, tasso di disoccupazione che è un terzo di quello italiano (3,6%, peraltro ai minimi da decenni), e può nondimeno esibire un surplus commerciale che supera i 300 mld di euro. Per tutte queste ragionevoli motivazioni, gli economisti tedeschi non sono entusiasti del cosiddetto ‘risk-shared’, in definitiva si chiedono: perché non scegliere la soluzione migliore per il popolo tedesco, chi ce lo fa fare a dirottare risorse verso i paesi meno solidi (e anche meno virtuosi nell’ambito del rispetto dei target e parametri comunitari)?

Come sempre c’è  l’altra parte della medaglia, cambiando osservatorio cambiano anche i panorami economici e le considerazioni al riguardo.

Secondo l’economista Marcello Minenna, docente alla Bocconi, tra le due grandi crisi economiche intercontinentali, ossia tra il 1982 e il 2008, l’andamento del Pil in Europa (e in particolare in Eurozona), ha evidenziato valori di crescita più elevati rispetto alla situazione globale. Come si spiega?

Secondo Minenna, una delle ragioni sta nel verificarsi di due eventi particolari: due riunificazioni. Della Germania nel 1990, e dei tassi d’interesse dei Paesi membri dell’Eurozona, con la nascita della nuova divisa, l’Euro. Entrambi giocarono a favore della Germania. Il primo cancellò i debiti tedeschi causati dalle riparazioni di guerra, evitando così alla Germania il default.

Il secondo, sempre secondo le considerazioni dell’economista Minenna:  “agevolò il finanziamento dei debiti pubblici dei Paesi membri e allineò la loro spesa percentuale per interessi a quella tedesca. Un effetto derivato dalle direttive europee che imponevano ex lege l’uguaglianza dei rischi dei titoli di Stato dell’Eurozona (i Govies) e da una Bce che conseguentemente non li discriminava nella sua operatività: de facto l’Eurozona operava come se i rischi fossero condivisi. D’altronde una valuta unica non può avere diversi tassi di interesse a meno di non voler creare tra gli Stati membri valute ombra con incontrollati effetti sperequativi socio-economici”.

La conclusione è che il risk-sharing non è poi quella sciagura che la Germania sta prospettando, dato che proprio nell’arco di tempo considerato, ha svolto un ruolo di stimolo sul Pil dei Paesi dell’Eurozona, nessuno escluso, e tanto meno la Germania.

Eppure sono le proposte sempre più decise, ormai ufficiali, degli economisti tedeschi più influenti a insistere sul fatto che l’Ue dovrebbe dotarsi di una legislazione che preveda l’uscita dall’area euro, non propriamente l’iter dell’Art. 50 del Trattato di Lisbona, ma qualcosa che consenta al paese ‘uscente’ di tenere i rapporti commerciali con i paesi membri e allo stesso tempo salde (e largamente autonome) le sue frontiere economiche e finanziarie.

Tutto questo in barba ai richiami di Mario Draghi, all’obiettivo ultimo dei Padri fondatori dell’Europa, che miravano a spezzare le catene dei vari nazionalismi  puntando all’integrazione e all’Unità politica. Una domanda, o forse una provocazione, viene spontanea, dopo la giungla di tali considerazioni: ma possibile che un’Europa Federale faccia così schifo, solo perché le economie più prospere non vogliono sentire parlare di risk-sharing, e si trincerano ancora e sempre dietro i propri nazionalismi, nonché egoismo?

Ma gli Stati Uniti, che sono una federazione di Stati, allora, come affrontano oggi, e hanno affrontato ieri, le disparità economiche tra i diversi Stati?  Condividendo ovviamente le differenze in positivo e in negativo, dato che il ranking del Pil tra i diversi Stati presenta differenze non di poco conto. Non tutti gli Stati americani se la passano come la Florida e la California.  Il Mississipi, con il suo basso reddito pro capite, è infatti considerato, secondo il Census Bureau, il più povero degli States, e tanti altri ne condividono la sorte. Eppure tutti insieme, i 50 Stati,  marciano alla grande, consierato che, gli Usa, sono ancora la prima potenza mondiale.

In Europa non si vuole la vera Unità, questo purtroppo è un dato di fatto, le fondamenta dell’Ue tremano ad ogni consultazione elettorale, sempre più deludenti in termini di risultati, dai quali emerge chiaro un euroscetticismo che non può considerarsi lungimiranza. Solo l’Unione politica degli Stati renderà il Vecchio Continente competitivo a livello globale, e un’autorità indiscussa in ambito internazionale, allorché ci si confronterà con i grandi per decidere su questioni di grande importanza, come quella attinente alla sicurezza.

Intanto, dalla BCE fanno sapere che, qualora la Germania lasciasse l’Eurozona, essendo un Paese con una posizione creditoria nei confronti degli altri Paesi membri, avrebbe diritto a 900 miliardi di euro, tale è il suo saldo in termini di Target2 (istituito nell’Eurosistema, è un sistema di pagamento interbancario in tempo reale tra Banche Centrali, Commerciali), cifra che dovrebbe essere corrisposta dalle Banche Centrali dei paesi che resteranno in area euro alla Bundesbank, ossia la Banca Centrale tedesca.
(Virginia Murru)

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