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L’Italia tra gli ultimi posti in Europa per la libertà di stampa

Non si tratta di valutazioni arbitrarie ma di una classifica curata da RSF – sigla di Reporters sans frontières, organizzazione internazionale fondata da un giornalista francese, Robert Menard, che ne è stato presidente fino a dieci anni fa, attualmente guidata da un giornalista svizzero, Gerald Sapey. L’obiettivo fondamentale dell’organizzazione è quella di vigilare sulla libertà di stampa nel mondo, e a tale scopo ogni anno viene pubblicata una mappatura che rivela, secondo i dati degli osservatori dei singoli paesi, la realtà concreta che riguarda la libertà d’espressione, la quale, a quanto pare, non ha propriamente linee di simmetria giuridica con gli articoli della costituzione che ne tutelano i diritti.

Così come nella nostra Costituzione, l’articolo 21 non trova effettiva applicazione nell’ambito della stampa, avviene anche in molti altri paesi, a volte al di là dei regimi apparentemente fondati sui principi democratici. Non si spiegherebbe pertanto, la ragione per cui gli Stati Uniti, che da sempre si considerano sentinelle a livello internazionale dei principi fondati sulla libertà e democrazia, occupino il 49 posto nella classifica di RSF. E ovviamente non sono i soli, l’Italia che ha una Costituzione d’eccellenza, dove sulla carta i diritti del singolo sono tutelati e in teoria dovrebbero essere inviolabili, si trova dal 2014 al 73 posto in classifica, e, cosa ancora più preoccupante, nel volgere di un anno, ha perso ben 24 posti, l’anno precedente, nel 2013, era al 49 posto.

Basti pensare che in Italia circa 500 giornalisti hanno subito minacce varie, oltre che querele per reati di diffamazione non di rado ingiustificati, palesemente con l’intento di bloccare e limitare il dovere di cronaca. Una cinquantina di giornalisti sono stati pesantemente aggrediti. Il 2015 non promette nulla di buono in questo versante, dato che già diverse decine hanno subito minacce. Ne sanno qualcosa Roberto Saviano e Rosaria Capacchione, che vivono sotto scorta, ma anche tanti altri giornalisti che hanno avuto il solo torto di portare alla luce verità troppo scomode.

Sembra un’istantanea che non ci rappresenta, eppure i dati forniti da “Ossigeno per l’informazione’, l’osservatorio del FINSI e dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Italiani, non ha presentato dati per approssimazione, ma fatti reali. Il prospetto di una verità nella quale si stenta a credere, se la cronaca stessa, quasi all’ordine del giorno, non riportasse notizie riguardanti la difficile condizione di molti giornalisti che vivono in una sorta di trincea sociale, costretti a svolgere la loro attività sotto costanti pressioni, minacce, aggressioni, attentati alla loro incolumità, ma anche danni materiali causati alle loro abitazioni, alle auto con le quali si spostano per realizzare i loro servizi. Ci sono certamente aree più critiche delle altre, il sud detiene purtroppo il triste primato, dato che la società è ancora fortemente condizionata dalla prepotenza della malavita, e il territorio di queste regioni manifesta una notevole sofferenza per quel che riguarda i principi della libera informazione, del diritto e dovere di cronaca. Chi controlla il potere, e lo gestisce in modo illecito,  non di rado si avvale di connivenze e collusioni con le amministrazioni locali, pertanto non ama ingerenze o il naso lungo del giornalista onesto, che aspira soltanto a compiere il proprio dovere. Basti pensare a Roberto Saviano e Rosaria Capacchione, costantemente sotto scorta, ma anche tanti altri, che hanno avuto il torto di allungare lo sguardo tra le ombre della malavita, e informare la gente sugli intrecci con la politica locale e nazionale.

Non è una professione comoda, in Italia, quella del giornalista, costretto a misurarsi con troppe insidie, condizionamenti, conflitti d’interessi, e non ultime le influenze di carattere politico, perfino nelle sedi più importanti nelle quali l’informazione dovrebbe corrispondere solo alla verità sostanziale dei fatti, così come le regole della deontologia professionale stabiliscono.

L’index annuale di Rsf (Reporters senza frontiere) è diventato importantissimo, poiché si avvale di organismi interni ai singoli stati che riportano fedelmente il grado di libertà d’espressione e l’effettiva applicazione nell’ambito dell’informazione. Ogni anno il “World Press Freedom Index” – traccia la mappa delle criticità, le violazioni dovute alle pressioni esercitate sugli organi di stampa, sui giornalisti più esposti, che entrano in merito alle vicende nelle quali la legge e la Costituzione sono continuamente violate, da realtà a volte sommerse, che finiscono nell’illecito, talora nel crimine puro e semplice. Neppure la situazione globale è incoraggiante, lo specchio sul quale si riflettono i reati contro la libertà d’espressione allarga il suo raggio in tanti paesi nel mondo, non solo quelli che vivono ancora in un regime privo autentica tutela dei principi democratici, ma anche in quelli nei quali vige uno stato di apparente garanzia dei diritti umani fondamentali. Vivono situazioni limite gli stati interessati dal terrorismo islamico, quelli che affrontano emergenze di guerra civile, e fra questi l’Afghanistan è quello più bersagliato, dato che l’emergenza non conosce  fine, e dove il più elementare dei diritti è sempre insidiato.  Non per niente la giovane parlamentare afghana, Malalai Joya, è costretta a cambiare casa continuamente, perché sotto continua minaccia da parte dei talebani.

E viva per miracolo è anche la ragazzina pakistana, Malala Yousafzai, Premio Nobel per la Pace nel 2014, che si è salvata per miracolo da un attacco dei talebani, lei, piccola studentessa ostinata, che ha sfidato il potere integralista e fanatico di chi si oppone al progresso civile e sociale di paesi che hanno estrema necessità di cambiamento. Tanti sono i giornalisti sacrificati ogni anno a pseudo concezioni che cominciano e finiscono nella violenza più subdola e inaccettabile, e non è incoraggiante apprendere da queste sentinelle della libertà d’espressione, come Rsf – Premio Sakharov 2005 – che il mondo, anziché progredire in termini di conquiste dei diritti democratici, regredisce inesorabilmente.

Gli ultimi dati riguardanti le violazioni alla libertà d’espressione nel mondo sono davvero allarmanti, lo scorso anno sono stati uccisi 85 giornalisti, circa 800 sono stati bloccati a causa di arresti per pretesti vari, oltre 150 sono stati sequestrati..

E’ ben giustificata dunque la ricorrenza del 12 marzo contro la cyber-censura, che celebra la libertà d’informazione sul web, in collaborazione con Google. Anche in questo campo esistono resistenze, interventi reazionari e dispotici di alcuni governi che limitano la libertà di accesso alla rete Internet, dove la libertà dovrebbe scorrere su grandi strade telematiche senza ostacoli, ma anche qui troviamo abusi e prevaricazioni sui diritti civili dei singoli e d’intere società. E’ sempre il gruppo di giornalisti che guidano Reporters senza frontiere, a celebrare questa giornata importante per l’Europa e il mondo dell’informazione in generale; i nemici della libertà sul web sono tanti, e non è sempre semplice perseguirli. In paesi come la Siria, Iran e tanti altri, internet è sotto il controllo dei rispettivi governi, che monopolizzano l’accesso ai servizi della rete, e possono a discrezione censurare e addirittura impedire la connessione. Soprattutto si tenta di censurare siti di contenuto ‘sensibile’, ossia non in linea con le logiche del potere.. Ogni anno viene anche assegnato un premio dall’Organizzazione, il ‘Premio Neitizen’, destinato all’utente del web, blogger o attivista del diritto all’informazione, che abbia dimostrato coraggio e fermezza nel difendere questa libertà fondamentale ormai, in una società avviata verso la globalizzazione. Nel 2010 è stato assegnato ad un gruppo di donne iraniane audaci e lungimiranti, per avere diffuso ideali di cambiamento e progresso, attraverso la  gestione del sito “Change for Equality”.

Christophe Deloire – segretario di Rsf – auspica una presa di coscienza che deve partire dai paesi più progrediti democraticamente, affinché si possa invertire la tendenza e lottare contro ogni forma di censura, attraverso il contributo di tutti i settori della vita sociale; non si può accettare che una società sia  minacciata nel cuore del diritto più fondamentali, qual è appunto la libertà d’espressione. E’ anche il parere del direttore di Ossigeno per l’informazione, Alberto Spampinato, fratello di Giovanni, giornalista ucciso dalla mafia, e del segretario, Giuseppe Mennella.
(Virginia Murru)

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