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L’effetto Mozart: controverse teorie scientifiche, a chi credere?

Il primo medico (otorinolaringoiatra e musicoterapeuta) a parlare di ‘effetto Mozart’ fu il francese Alfred Tomatis, le sue teorie vennero accolte da tanti con entusiasmo, ma anche con scetticismo. Dichiarare che la musica di Mozart, in particolare la Sonata K 448 (.. ma anche quella 488 pare sia in grado di acuire le potenzialità cerebrali sul ragionamento e intuizione spazio-temporale, e ancora come stimolo sull’umore, rigidità muscolare, e altre patologie nelle quali il sistema cerebrale è coinvolto per via della compromissione di determinate aree, implicate nell’eziologia di questi disagi mentali).  In molti ci hanno creduto, si è diffusa la musicoterapia con acquisti record di CD di musica classica, e specialmente quelli di Amadeus Mozart, il sospetto ‘sull’effetto commercializzazione’, è anch’esso legittimo.. In alcuni degli states americani addirittura i governatori avrebbero deciso di usare la musica classica nelle scuole materne, o di regalare un CD, rigorosamente di musica classica, ad ogni bambino appena nato.

Di certo il musicoterapeuta francese era un convinto assertore di queste ricerche, al punto che nel 1991 pubblicò un libro intitolato ‘Pourquoi Mozart’, appunto, nel quale spiega l’importanza terapeutica nell’ascolto sistematico di questa musica in patologie come la sindrome Down, dissociazioni mentali e altro ancora. Le sue teorie sono supportate da vari esperimenti, che poi altri hanno ripetuto, di volta in volta confermando o smentendo a suon di articoli firmati nelle riviste scientifiche internazionali più accreditate.

Il Tomatis, come sappiamo, studioso dei suoni, affermava in modo disarmante che ‘Mozart sarebbe un’ottima madre..’

Il medico ricercatore francese è il più convinto sostenitore del contributo della musica Mozartiana sulle facoltà cognitivo-intellettive soprattutto sui bambini in fase di crescita, anche se dopo vari esperimenti questo assioma non è stato mai davvero dimostrato con certezza e pertanto la sua attendibilità ha collezionato una lunga serie di pareri critici sull’argomento.

I più grandi assertori e studiosi della musico-terapia sostengono addirittura che il feto dopo la 30° settimana sarebbe in grado di rispondere positivamente all’’ascolto’ di musica, soprattutto classica, e che questo favorirebbe lo sviluppo cognitivo in quanto stimolato fin dalle radici della vita..

Si può essere scettici, si può accreditare lo studio e la ricerca sull’argomento, certo è che il buon senso, quando non l’esperienza diretta, suggerisce di credere alla natura, ai suoni che giungono graditi al sistema nervoso e lo rilassano, creando le condizioni per un riflesso condizionato delle percezioni sui nostri sensi. E’ dunque l’impatto emotivo che viene da quelle note terapeutiche a stabilire interazione tra il soggetto e il suono? Le ricerche hanno comunque dimostrato che i suoni che provengono direttamente dalla natura, come i movimenti dei flussi nei corsi d’acqua, il ritmo tra onda e risacca,  perfino lo scroscio della pioggia, l’insinuarsi del vento tra le fronde degli alberi, i versi degli uccelli e degli insetti, ci corrisponderebbe perché siamo parte di un tutto. Tutto questo proviene da un equilibrio di energia ed elementi in natura, dal rapporto sinergico tra esseri viventi ed ambiente, e arriva gradito ai sensi. Non a caso, l’essere umano è l’unico ad avere coscienza del riflesso che la natura stessa esercita nella sua mente, ne prova le suggestioni, recepisce il confine tra il condizionamento positivo e negativo. Gli stimoli esterni, hanno influenze ben precise sia sul piano psicologico che biochimico; la musica, e queste non sono supposizioni, modifica l’assetto biochimico cerebrale, può placare ansie, contribuire a ristabilire equilibri compromessi, influisce anche sull’induzione al sonno.. E’ provato, e ognuno potrebbe sperimentarlo su di sé, scegliendo la musica più congegnale ai suoi ‘recettori neuronali’, una volta stabilita questa ‘liaison’, il circuito diventa semplice mezzo di connessione tra l’individuo e il suono. Quest’ultimo viene assorbito come un apporto esogeno benefico, fa vibrare sensazioni positive, esalta l’umore, entrano in circolo le cosiddette ‘endorfine’, ossia l’oppio naturale prodotto dal sistema nervoso, che agisce come mezzo biochimico di equilibrio e stabilità. Tutto dimostrato, per coloro i quali manifestano un minimo d’attenzione agli effetti positivi della buona musica nel proprio animo,  perché sanno che i filtri sono già predisposti, ‘i recettori’ esistono già per accoglierla con il dovuto interesse i suoni nella nostra mente.

C’è stato anche un altro pertinace sostenitore di questa teoria, si tratta dell’americano Don Campbell, che ha pubblicato un libro intitolato proprio ‘Effetto Mozart’, il quale riporta circostanziate tesi scientifiche circa gli effetti benefici di questa musica su numerosissime patologie, non solo cerebrali, ma anche fisiche in generale, per esempio sulle difficoltà di tipo motorio, deambulazione.. Il libro fu pubblicato nel ’97, e diventò nel giro di pochi anni un vero e proprio best-seller. Sulla serietà degli studi non si discute, egli fece ricerche anche fuori dagli States, e raccolse una notevole mole di dati.  Campbell affermava con assoluta convinzione che la musica è un potente mezzo di guarigione del corpo e della mente, perché risveglia le capacità naturali dell’organismo verso la ripresa dell’efficienza psico fisica attraverso l’omeostasi, ossia la tendenza a riportare in equilibrio i distretti compromessi, attivando i processi diretti all’autoregolazione bio-fisiologica.

Tutto cominciò nel ’93 con la pubblicazione sulla rivista scientifica Nature di un articolo nel quale si sosteneva che, in seguito ad esperimenti su un centinaio circa d’individui, divisi in tre gruppi, uno di questi avrebbe riportato risultati di prestazioni intellettive notevoli in seguito all’ascolto della musica di Mozart, la Sonata K 448. L’articolo recava il nome di due americani, una psicologa di nome Frances Rauscher, e di Gordon Shaw, che era poi un fisico

L’articolo suscitò un po’ di clamore e tanta curiosità, gli esperimenti furono ripetuti da altri ricercatori, ma i risultati non ebbero lo stesso successo del primo. Gli studenti che si erano sottoposti al curioso test, avevano rilevato sì un aumento delle capacità percettive spazio-temporali, ma dell’ordine di una decina di punti nella scala Stanford-Binet, quella più affidabile per misurare il quoziente intellettivo. L’effetto peraltro, pare durasse circa un quarto d’ora dopo l’ascolto..

Si andò avanti tra conferme e smentite, articoli che difendevano le teorie di Tomatis e altri che le contestavano, in un controverso dibattito scientifico che non si è ancora risolto, perché è difficile venire a capo di principi che possono avere una valenza di carattere generale, ma non effetti specifici provati su certe patologie serie.

Noi non entriamo in merito alla disputa, anche perché non abbiamo gli strumenti scientifici per farlo, però spezziamo una lancia in favore delle capacità straordinarie della musica, il potere di entrare in punta di piedi nell’animo di chiunque, lasciare sensazioni positive gradite alla mente attraverso le percezioni sensoriali, che induce senza dubbio un senso di benessere e rilassamento generale dell’organismo. Tutto questo poi, sul piano biochimico ha certo i suoi riflessi, e pertanto un aiuto la musica può darlo davvero, come anche i suoni semplici della natura, basterebbe saperli ascoltare, recuperando i suoi ritmi e i suoi regolamenti.
(Virginia Murru)


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