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Intervista alla versatile e proficua scrittrice Antonietta Benagiano

“Tutta l’esistenza è sotto il segno dell’incertezza: continuerà tra un minuto la vita nella forma micro e nella macro? Su di me ho sentito l’incertezza a cominciare dal cognome sin da quando a scuola mi chiedevano se fossi ‘Bena’ o ‘Bene’ (‘giano’ non dava, per fortuna, problemi) . Sono stata con la ‘e’ per lunghissimi anni, ho firmato poi la mia prima opera con la ‘a’, ma la burocrazia mi fa restare incerta se figlia di mio padre e sorella di mio fratello”.

Stiamo parlando di Antonietta Benagiano, scrittrice versatile e prolifica (vive in Puglia) che spazia in diversi generi letterari, dalla poesia alla narrativa, dal saggio al teatro, e sempre con un nucleo vitale di pensiero che le deriva da  solida cultura, da profondo meditare cui armoniosamente si fondono ispirazione e uno stile personale che nulla ha da vedere con il linguaggio stereotipico della Kulturindustrie, come rileva il Prof. Roberto Pasanisi nella Postfazione al libro di racconti “Fermare il tempo”.

Proprio alcuni giorni fa ci siamo incontrati con la nota scrittrice, Antonietta Benagiano appunto, le cui opere sono state presentate da istituzioni culturali in varie città d’Italia e anche presso Licei, può inoltre vantare note elogiative di critici molto illustri, basti solo il nome di Giorgio Bàrberi Squarotti che, oltre ad elogiare il suo verso, definisce  “originalissimo” il  dramma “La soluzione” e considera ammirevoli le conduzioni saggistiche e narrative.

Pluripremiata nel quinquennio di partecipazione a concorsi, fa parte di giurie e collabora alle attività di prestigiosi istituti di cultura, qual è l’Istituto di Cultura di Napoli, è inoltre nel direttivo di associazioni culturali e riviste artistico-letterarie.

L’ultima sua opera che abbiamo letto è “Quale Patria?”  presentata, tra l’altro con coordinatrice la prof.ssa Maria Carmela Pagliari, presso il Palazzo della Cultura di Massafra con eccezionale relatore il dirigente scolastico e scrittore prof. Stefano Milda, il quale per evidenziare la densità concettuale di questo libro, contenuto in 125 pagine, ha usato la metafora della fisarmonica che, “…all’aprirsi, spande infinite combinazioni di note, come accade per il saggio della Benagiano, così denso di problematiche, di riferimenti storici e storiografici, letterari e filosofici, politici ed economico-sociali, e di altro ancora..”.

Abbiamo approfittato della disponibilità dimostrateci per porle alcune domande.

La sua apparizione sul palcoscenico letterario risale solo a fine secolo scorso, anche se poi i libri pubblicati si sono susseguiti a ritmo serrato. La necessità di scrivere si è presentata tardi o  lasciava nel cassetto?

“Bene il termine “necessità”. Scrivere è, infatti,  necessità del soggetto di comunicare quanto ha dentro. In me c’è sempre stata ed è andata crescendo negli ultimi decenni. La presente società è composta di monadi ancor più serrate, difficilmente si aprono all’attenzione, ad una vera comprensione dell’ ‘altro’, anche se blaterano comunicazione, perlopiù non è che formale o artificiosa interazione, dato che con l’altro si entra in comunicazione con un atto d’amore, raro nella preminenza di superficialità e fatuità.

A chi affidare pensieri e momenti da cui siamo attraversati? Non resta che la pagina, oppure digitare al computer, alternativa della nostra società tecnicizzata.

Parlo ovviamente dello scrivere che è profondo pensiero concettuale e sentimento, non di quanto rientra in quella che è stata definita ‘para-letteratura’, tanto in voga e così presente sulla stampa e nei media, da cui sono sommerse le librerie anche per responsabilità dei grossi editori, puntano soprattutto su realizzazioni pecuniarie venendo meno a obiettivi culturali autentici, accolgono quindi e offrono ciò che ritengono possa farsi allettamento di vendita.

Certo, neppure nelle ere precedenti era facile trovare ascolto e comprensione, andando molto indietro nel tempo pensiamo, ad esempio, a Cicerone, sentiva anche lui necessità di rapporti sinceri. Ma quel Tito Pomponio Attico, cui dedica il “De amicitia”, era poi davvero l’alter ego al quale affidare i suoi pensieri, sicuro di attenzione e comprensione?

Comunque, non escludo l’evenienza di amicizia autentica da cui possiamo essere miracolosamente toccati.

La mia prima pubblicazione risale solo a fine secolo scorso, ma il voler comunicare attraverso la scrittura è stato in me presente da anni remoti, alter ego nella riflessione di una solitudine, segno predominante nell’essere che porta quaggiù l’avventura dell’esistere, nella meditazione sul male che mai dà tregua, tutti investe, micro e  macrocosmo, anche per l’insipienza di noi per niente sapientes .

Mi mancava il coraggio di pubblicare quanto andavo lasciando di me su occasionali fogli, passato il momento, finivano poi tutti o quasi tutti nel cestino”.

Sappiamo che poi ha rintracciato delle liriche che erano state abbandonate e che sono state pubblicate in volume. E’ proprio vero?

“E tutto vero.  Ho infatti rintracciato, abbandonate in libri, alcune liriche risalenti alla giovinezza, e le ho inserite in “Quell’amor…” , edito con prefazione del Prof. Roberto Pasanisi dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Nella sua nota il Prof. Giorgio Bàrberi Squarotti, evidenzia, tra l’altro, che possono quelle liriche considerarsi un “nuovo Cantico dei cantici, moderno e prezioso, elegante e gioioso, favoloso e vitale”.

Ma, sin da decenni lontani, scrivevo non solo poesie, anche racconti, pensieri e altro, dopo un po’ finiva tutto nel cestino”.


Poesia, narrativa, saggistica, teatro. Verso quale genere sente di essere maggiormente portata?

“Non saprei rispondere, penso che il genere letterario derivi dal momento, non da sperimentazione, neppure da entusiasmo sperimentale.

A volte si è presi da ciò che, con formula ritenuta poi da taluni superata, veniva definito “intuizione lirica” e quel che sentiamo scorre pertanto nella immediatezza del verso, altre volte da pensieri che non riguardano solo il nostro passato ed il presente, e li vivifichiamo in personaggi e attraverso trame di vita, da sempre continua ad andare avanti mescolando positivo e negativo, con il prevalere dell’uno o dell’altro, con punte alte di negativo in questo nostro tempo di disgregazione massima, del soggetto da ricompattare perché abbia, almeno sotto determinati aspetti, qualità propriamente ‘umane’. Inoltre, pur amando la scienza, medito su certe frontiere del progresso, su quel che ha tolto e toglierà di male, su ciò che, purtroppo, ha aggiunto e continuerà ad aggiungere di male, senza che l’uomo ne prenda veramente coscienza.

E’ appunto dalla meditazione sulle trasformazioni presenti e su quelle probabili nel futuro, sulle dissennatezze umane, sugli ipotetici risvolti del sapiens che sono scaturite le due opere teatrali “Nel cosmo” e “La soluzione”, ma anche tante pagine di narrativa, pure talune liriche”.


Vari critici pongono nelle sue opere in rilievo la profondità di pensiero e uno stile al di là di ogni scuola. Qual è la sua riflessione su certe tendenze della poesia nella seconda metà del Novecento?

“La celerità che caratterizza il nostro tempo non ammette che ci si soffermi a meditare, che si faccia quel lavoro necessario alla pagina letteraria che non voglia scadere nel banale e nel superficiale o anche nel contorto.

Per quanto riguarda la poesia, anche a mio avviso le avanguardie hanno tutte importanza, diventano anzi, ad un certo punto, una necessità perché riescono a scardinare sistemi che vanno poi avanti senza produrre granché di valido (per il Novecento ci riferiamo ai tanti pascoliani, dannunziani, simbolisti, ermetici), purtroppo, però, esse stesse finiscono poi con imporre dei diktat divenendo ‘scuole’,  perdono pertanto la loro validità che sta proprio nella concezione di una creatività libera, dinamica”.


Quando è che il verso sia poesia?

Pensiamo che il verso è poesia quando sorge spontaneo da una interiorità che non è “guscio vuoto” -riflettiamo su certa produzione di derivazione simbolista, sul simbolismo che pure aveva nell’ inconnu la sua validità-, ovviamente non riteniamo che la poesia possa prescindere dalla metafora, essenza prima di ogni linguaggio, anche di quello scientifico, dato che, come sin da Croce si è detto, “il linguaggio è metafora e i nostri affetti si esprimono con le metafore”.

Non può inoltre la poesia correre dietro alla discorsività, essere prosa passata sotto veste poetica, né stravaganza –il riferimento è alle neoavanguardie del secondo Novecento-, e neppure subire l’invasione di altre arti, della pittura, ad esempio, come sempre più spesso accade, quasi a farla piacere attraverso l’allettamento visivo o anche uditivo. Ben pochi infatti amano la poesia, ma la poesia non deve avere altro supporto che se stessa attraverso la introiezione”.


E qual è la sua riflessione sulla prosa?

“Una pletora i prosatori dalla seconda metà del Novecento e in questo scorcio di secolo. Il romanzo contemporaneo -non solo quello italiano- si lascia dominare dal cinema statunitense e dai ritmi rappresentativi della pubblicità; vanno poi considerate le strategie editoriali in sinergia con le grandi testate giornalistiche e televisive, con i social network , vengono così innalzati prodotti di dubbia qualità, mentre avanza sempre più il mercato del libro elettronico. Hanno successo di mercato romanzi costruiti con tecnica d’intreccio dalle forme ibride, tra giallo, giornalismo, saggistica, storiografia e diaristica, quelli che puntano sull’erotismo, talora anche senza costruzione di trame. Sembrano ancora immuni i Paesi poco industrializzati, quelli dove si sono vissute e si vivono vicende forti, dove non è scomparsa l’esistenza di un’anima narrante che sappia interpretare la forza della realtà autentica.

Resta, però, fermo il mio apprezzamento alla produzione di Italo Calvino, alle delucidanti “Lezioni americane”, anche se non so fino a che punto possa essere condivisibile il suo approdo nichilista: “La sola cosa che ci sia al mondo è la fine del mondo”, come afferma in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.


Lei è una scrittrice che va anche “ora di fioretto, con un dire classicamente composto, ora di sciabola, con il veleno caustico e irredimibile dell’ironia”, come scrive il Prof. Roberto Pasanisi nella Prefazione a “Poetiche sinapsi”.

Che cosa le dà “veleno” e cosa la fa procedere “di fioretto”?

E’ per me “veleno” la stupidità umana, questo nostro farci – sia come soggetti singoli sia come entità statali – continuamente guerra senza riflettere che siamo tutti sulla stessa barca in un mare che va divenendo sempre più difficile per la omologazione in negativo dei miliardi di viventi, per il veleno ovunque sparso. Talora mi sembra di poter cogliere qualche speranza di ravvedimento – illusione, ma chi rinuncia?-, allora procedo con una certa agilità”.


C’è poi qualcosa che le dà soddisfazione?

“ Soddisfazione? E’ difficile essere soddisfatti, c’è sempre la consapevolezza del mancante, comunque provo talora una certa soddisfazione quando al termine della giornata posso a me stessa dire di aver realizzato qualcosa, di qualsivoglia natura esso sia, anche se poi, riflettendo, finisco col pensare che avrei potuto realizzarlo meglio”.


Ringraziamo Antonietta Benagiano per la disponibilità con cui ha risposto alle nostre domande. Il numero dei libri pubblicati, come abbiamo detto all’inizio, è davvero considerevole  e ci piace segnalarne i titoli ai nostri lettori.

Libri di poesia: Di quell’amor…, Edizioni dell’Istituto Italiano di Cultura, Napoli 2012; Poetiche sinapsi, Edizioni dell’Istituto Italiano di Cultura, Napoli 2008; Dove il mirto, Edizioni dell’Istituto Italiano di Cultura, Napoli 2002; Invano cerco, Spring Edizioni, Caserta 2001; Vento nelle mani, Edizioni “I Micenei”, Reggio Calabria 2001; Appunti al tramonto, Carello Editore, Catanzaro 1998.

Libri di narrativa: Focolari, WIP Edizioni, Bari 2009; Anormalità normale, BESA Editrice, Nardò-LE 2007; Fermare il tempo, Edizioni dell’Istituto Italiano di Cultura, Napoli 2003; Patér, Edizioni Passaporto, Roma 2001; Neppure soffrendo, Edizioni Passaporto, Roma 2000.

Libri di teatro: La soluzione – Dramma in tre atti, WIP Edizioni, Bari 2011; Nel Cosmo, Dellisanti Editore, Massafra-TA  2005.

Libri di saggistica: “Quale Patria?” (Wip Edizioni, Bari. 2012, seconda ristampa) Simone Weil: il dominio della Forza e la Libertà, WIP Edizioni, Bari 2010; Nikolàj Stepànovic^ (capovolto) Gumile (dieresi)v acmeista romantico, Edizioni Pensiero&Arte, Bari 2004; E’ l’amor uno strano…, Edizioni Passaporto, Roma 2003.


Per eventuali contatti con la scrittrice: benagiano.soter@alice.it

Nella foto la scrittrice Antonietta Benagiano.
(Nino Bellinvia)



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