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Inps. La flessione nella crescita dei contratti stabili, ha una precisa chiave di lettura

Secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio Inps sul precariato, nel 2016 si registra un autentico crollo nella crescita dei contratti stabili, che risulterebbero 763.000 in meno rispetto al 2015, ma sono dati che hanno necessità di una lettura che tenga conto delle dinamiche contestuali dai quali sono scaturiti.

“Nei rilievi del 2015 – spiega l’Inps – riguardo al notevole incremento dei contratti stabili, c’è da considerare il beneficio dell’abbattimento integrale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per 3 anni”. In questa chiave di lettura, c’è la spiegazione del forte incremento che si è verificato due anni fa, conseguente a interventi legislativi che  hanno determinato un’ascesa così consistente.

La decontribuzione voluta dal governo Renzi (con la legge di Stabilità varata a fine 2014), è peraltro valida per due anni nel 2016, e rispetto al 2015 (valida per 3 anni), risulta ridotta da 100 al 40%. In assenza della spinta ‘dopata’ dagli sgravi, era ovvio e prevedibile che nell’anno di riferimento, le nuove assunzioni a tempo indeterminato subissero una forte contrazione. E’ stata in ogni caso una tendenza già riscontrabile nel corso dei primi mesi del 2016, i dati diffusi dall’Osservatorio dell’Inps, sono una semplice conferma di un processo in trasformazione per i motivi esposti.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, fa notare che una contrazione di questa portata era prevedibile, intanto però c’è da considerare nel contempo un milione di posti stabili in più, e sottolinea che, in virtù degli interventi degli ultimi anni, il mercato del lavoro è in progressivo miglioramento.

Secondo il ministro, i contratti a tempo indeterminato hanno seguito una crescita tendenziale costante anche nel 2016, ovviamente considerando che era prevedibile un ritmo meno sostenuto, rispetto all’autentico boom che si è verificato nel 2015, con l’impulso degli sgravi contributivi concessi ai datori di lavoro. Pertanto, considerando il saldo positivo del 2016 e quello del 2015 – sommandoli – emerge che l’incremento dei contratti a tempo indeterminato è stato di poco più di 1 milione, il che conferma la tendenza all’incremento del lavoro stabile.

E infatti nell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, in relazione a “Consistenza e Variazione dei rapporti di lavoro attivi”, si legge:

“Alla fine del 2016, nel settore privato, i rapporti di lavoro attivi risultano aumentati di 340.000 unità rispetto alla fine del 2015, come saldo tra le assunzioni e le cessazioni intervenute nel periodo. L’incremento dei rapporti di lavoro nel 2016 si aggiunge a quello, ancora più consistente, osservato nel 2015 (+628.000). Il risultato complessivo del biennio 2015-2016 è pari a +968.000; nel biennio precedente 2013-2014 si erano registrati sempre saldi negativi (nel 2014 -34.000 unità, nel 2013 -101.000).”

Ad integrazione di questi dati si legge ancora:

“Il risultato del 2016 è imputabile prevalentemente al trend di crescita netta registrato dai contratti a tempo determinato, il cui saldo annualizzato, pari a +222.000, ha significativamente recuperato la contrazione registrata nel 2015 (-253.000), indotta dall’elevato numero di trasformazioni in contratti a tempo indeterminato. Il saldo dei contratti a tempo indeterminato risulta comunque positivo e pari a +83.000 (sommato al saldo 2015, +934.000, evidenzia un incremento delle posizioni di lavoro a tempo indeterminato attorno al milione.”

I numeri sono certamente numeri, ma vanno letti secondo dinamiche ben precise, in sintesi questa è la sostanza delle dichiarazioni del ministro Poletti.

Secondo i dati Inps, nel 2016 (gennaio-dicembre), sono stati avviati 5.804.000 nuovi contratti di lavoro, rispetto al 2015, c’è stata dunque una flessione del 7,4%. Le nuove assunzioni stabili sono crollate del 37,6%, in termini di numeri sarebbero quasi 1milione e 300  mila, un gap notevole rispetto al 2015, quando le assunzioni avevano superato i due milioni, in diminuzione anche rispetto al 2014, quando si erano registrate oltre 1.271.000 nuovi rapporti di lavoro.

Riguardo alla “Dinamica dei Flussi”, si legge infatti nell’Osservatorio Inps:

“ Complessivamente le assunzioni, sempre riferite ai soli datori di lavoro privati, nel periodo gennaio-dicembre 2016 sono risultate 5.804.000, con una riduzione di 464.000 unità rispetto al corrispondente periodo del 2015 (-7,4%). Nel complesso delle assunzioni sono comprese anche le assunzioni stagionali (565.000). Il rallentamento delle assunzioni ha riguardato principalmente i contratti a tempo indeterminato: –763.000, pari a –37,6% rispetto al 2015.”

Se si considerano i ‘passaggi’ o trasformazioni, di contratti a termine in tempi indeterminati, il saldo risulta di circa 82mila contratti (nel 2016), ed emerge una contrazione del 91% rispetto all’anno precedente, dove si riscontra invece un saldo ben superiore, ossia di 933mila contratti, un dato in apparenza impressionante, in mancanza dell’’effetto’ decontribuzione, che era stata introdotta dal governo Renzi sul finire del 2014, come già si è precisato,  con la legge di Stabilità.

Questo attrito ha dunque una spiegazione semplice, e non si può prescindere, nella lettura dei dati, dall’influenza degli incentivi concessi ai datori di lavoro, nel settore privato, e dal quale sono esclusi, come fa notare l’Inps, i lavoratori domestici e operai agricoli.

Risultano in flessione anche le trasformazioni dei rapporti di lavoro, da contratti a termine a tempo indeterminato, che vanno oltre il 35% (in meno). Mentre nell’altro versante, aumentano i rapporti di lavoro a termine, dai 3,4 milioni del 2015 si passa ai 3,7 milioni del 2016.

Le cessazioni dei rapporti di lavoro, sempre secondo i dati Inps, sono state, nel 2016, pari a 5.463.565, diminuite del 3,1% rispetto all’anno precedente. I licenziamenti, per quel che concerne i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, sono stati 646.427, in lieve aumento rispetto al 2015. Resta comunque positivo il saldo tra nuove assunzioni e cessazioni,  ossia pari a 340.149, una netta differenza sui dati riscontrati nel 2015, quando erano stati pari a 627.569.

Per quanto attiene alle retribuzioni, la media lorda mensile dei nuovi rapporti di lavoro resi attivi nel 2016, presenta un aumento dell’1%, si è passati dunque da 1.877 euro a1.896. Nei rapporti a termine, il dato relativo alle retribuzioni, si contrae con una percentuale pari allo 0,3%.

E veniamo ai voucher. Secondo un precedente comunicato dell’Istituto Previdenziale, “nei primi 9 mesi del 2016, i voucher venduti sono stati 109,5 milioni, il 34,6% in più rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente. I voucher riscossi per attività svolte nel 2015 (quasi 88 milioni), corrispondono a circa 47 mila lavoratori annui full-time, e rappresentano solo lo 0,23% del totale del costo lavoro in Italia. Il numero mediano di voucher riscossi dal singolo lavoratore che ne ha usufruito è 29 nell’anno 2015: ciò significa che il 50% dei prestatori di lavoro accessorio ha riscosso voucher per (al massimo) 217,50 euro netti.”

A gennaio 2017, sempre sulla base dei dati Inps, sono stati venduti  8,9 milioni di voucher (con valore nominale di 10 euro), in leggero aumento rispetto allo scorso anno, +3,9%.

Secondo le spiegazioni fornite dall’Ente previdenziale: “la flessione, in forte crescita da ottobre 2016, deriva dai riflessi prodotti dal decreto legislativo, che ha introdotto l’obbligo di comunicazione preventiva riguardo all’orario effettivo di svolgimento della prestazione lavorativa.”

Il Presidente del Consiglio Gentiloni, prende atto dei dati in apparenza contradditori, che tuttavia, letti in un contesto di spiegazioni più razionali, sono positivi, e dichiara:

“l’Italia mette in rilievo ancora difficoltà economiche, ma anche tanti segnali positivi e incoraggianti, alla luce degli ultimi dati macro diffusi ultimamente. Non si possono ignorare gli straordinari risultati ottenuti su commercio, evasione fiscale, e non meno positivi quelli ottenuti negli ultimi anni nell’ambito del lavoro”.
(Virginia Murru)


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