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Incontro-dibattito “Donna e straniera”: la relazione

Roma. Si è tenuto il 16 marzo l’incontro-dibattito “Donna e straniera” presso la Sala Peppino Impastato di Palazzo Valentini, organizzato dall’Associazione Genere Femminile nell’XI^ Settimana d’Azione contro il Razzismo.

In occasione della Giornata Mondiale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, che si celebra in tutto il mondo il 21 marzo, l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri) organizza, dal 16 al 22 marzo, la Settimana di azione contro il razzismo, campagna di sensibilizzazione contro ogni forma di razzismo e xenofobia che, nel 2015, giunge alla sua XI edizione. L’Associazione Genere Femminile, iscritta al Registro UNAR delle associazioni che svolgono attività nel campo della lotta alle discriminazioni, è ente legittimato ad agire in giudizio a tutela delle vittime di discriminazioni razziali. L’evento si è svolto in collaborazione con l’Associazione “Primoconsumo” e l’Associazione “Interculturale Griot”. Massimiliano Borelli, consigliere metropolitano della Città Metropolitana di Roma Capitale è intervenuto per i saluti istituzionali. Dopo la lettura del saluto dell’Assessora al Welfare e alla Salute del Municipio Roma X, Emanuela Droghei, sono intervenute: Maja Bova, avvocata ed esperta dell’UNAR in materia di governance e politiche di inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, è intervenuta con una relazione sulla dimensione di genere nella strategia nazionale di inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti. La Relatrice ha sottolineato come la conoscenza dei diritti umani possa contribuire ad eliminare le forme multiple di discriminazione. Occorre, inoltre favorire la scolarizzazione delle bambine e dei bambini anche al fine di debellare la piaga dei matrimoni forzati ancora frequenti in questi gruppi.  Marguerite Welly Lottin, presidente dell’Associazione Interculturale “Griot” ha parlato delle sfide del lavoro e dell’integrazione per le donne straniere. Anche in questo intervento è stata ribadita l’importanza del sistema educativo nel favorire l’integrazione anche attraverso l’aiuto della società civile. Clotilde Marinacci, psicologa dell’Associazione “Primoconsumo” con la sua relazione sulla disparità tra i sessi nel mondo del lavoro ha evidenziato come sia necessario sradicare ogni forma di discriminazione che ancora sopravvive negli ambienti di lavoro per evitare ogni forma di svalutazione. Margarita Perea Sanchez, sarta, stilista e titolare della sartoria “Clinica dei vestiti” e membro della Cna World Roma, ha portato la sua testimonianza diretta di donna ben inserita nel mondo del lavoro nonostante gli inizi difficili. Ersilia Urbano, avvocata consulente dell’Associazione “Primoconsumo” ha illustrato le criticità e gli strumenti di tutela per la donna nel diritto del lavoro. È emersa l’importanza della conoscenza dei propri diritti in particolare nel mondo del lavoro e il contributo concreto che possono dare le associazioni.

Sono intervenuti per un saluto, Valeria Vitrotti, consigliera del Municipio VII, presidente della Commissione Servizi sociali e della Commissione delle Elette; e l’avv. Marco Polizzi, presidente dell’Associazione Primoconsumo.  Cotrina Madaghiele, presidente dell’Associazione Genere Femminile, ha moderato i lavori. Anna Spencer si è occupata della comunicazione dell’evento.

Questo evento è stato anche un’occasione per rileggere il principio di non discriminazione di cui all’articolo 3 della Costituzione Italiana e i temi legati all’immigrazione, all’integrazione e all’inclusione sociale, delle donne straniere e dei gruppi sociali più vulnerabili, in particolare. Leggendo quanto riportato su “Eurobarometro standard, Rapporto Nazionale Italia 2014″, sondaggio commissionato e coordinato dalla Commissione europea sull’opinione pubblica nell’Unione Europea, l’immigrazione sale nella scala di priorità dei cittadini italiani e europei, che la indicano sempre di più tra le principali questioni di cui dovrebbero occuparsi gli Stati nazionali, e soprattutto l’Europa. Dopo disoccupazione e situazione economica, l’immigrazione è infatti saldamente la terza tematica che gli italiani segnalano come priorità alle istituzioni europee con il 29% dei consensi.
Tuttavia, la preoccupazione prevalente del campione nel chiedere una politica europea sulle migrazioni sembra essere più di carattere difensivo che per favorire l’integrazione dei migranti. In “Il Lazio nel Mondo”, ricerca commissionata dall’Assessorato Politiche Sociali e Famiglia della Regione Lazio a cura del Centro Studi e Ricerche Idos/Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes, l’immigrazione straniera, pur essendo uno dei fenomeni che condizionerà in misura rilevante il nostro futuro, registra attualmente un atteggiamento di chiusura da parte della popolazione italiana, complice la crisi mondiale. Nella ricerca risalta, in tutta la sua evidenza, il contrasto tra l’aumento dell’immigrazione e la crescita delle chiusure nei confronti degli immigrati e la necessità di una riflessione che aiuti a scoprire quanto la “prossimità” con lo straniero sia fondamentale per il Lazio, una delle regioni più coinvolte sia nell’immigrazione sia nel turismo. Ricordiamo che la Regione Lazio, per promuove la rimozione degli ostacoli che si oppongono all’esercizio dei diritti civili e sociali da parte dei cittadini stranieri immigrati, al fine di garantire condizioni di uguaglianza rispetto ai cittadini italiani, si è dotata della Legge Regionale n. 10/2008, ha istituito la Consulta regionale per l’immigrazione e l’Osservatorio regionale contro il razzismo e la discriminazione.

I fattori che influiscono sull’integrazione. La conoscenza del fenomeno migratorio risulta ancora limitata, offuscata da luoghi comuni e paure.
Le discriminazioni su base etnico-razziale riguardano oltre due terzi delle segnalazioni pervenute all’UNAR. Situazioni di discriminazione degli immigrati in diversi ambiti del loro inserimento nella società italiana riguardano l’accesso alla casa, la canalizzazione verso gli studi superiori, il tasso di impiego lavorativo, la tenuta occupazionale. Al fine di realizzare una effettiva integrazione, è fondamentale superare le discriminazioni. Tuttavia, è difficile definire in maniera univoca l’integrazione e le stesse politiche migratorie dei diversi Paesi o le strategie delle Regioni e degli altri Enti Locali non sono univoche. Si può, però, trovare una base comune nel ritenere che si realizzi una positiva integrazione quando gli immigrati hanno possibilità di inserirsi con soddisfazione nel nuovo contesto che li accoglie e si attiva un fruttuoso scambio su un piano di parità di diritti e di doveri, e quindi di opportunità. Una serie di fattori possono favorire una situazione di inserimento positivo: la casa, il lavoro, l’avere con sé la propria famiglia, l’accesso ai servizi di welfare, la scuola per i figli, il conseguimento della cittadinanza e così via. Su questi fattori sono chiamate a intervenire le scelte dei politici e degli amministratori per garantire una situazione di parità di trattamento degli immigrati rispetto ai cittadini autoctoni, evitando che si realizzino discriminazioni in ambiti ritenuti fondamentali per la buona riuscita dei processi d’integrazione.  È su di essi che ha concentrato l’attenzione il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, che fin dai primi anni del 2000 ha dedicato un rapporto annuale all’individuazione degli Indici di integrazione degli immigrati nei contesti territoriali (grandi aree, regioni e province) fornendo indicazioni utili al miglioramento delle politiche di integrazione degli enti locali, chiamati a incrementare il loro potenziale di integrazione e a garantire condizioni effettive di inserimento socio-occupazionale più equilibrate tra italiani e immigrati.

Le donne immigrate in Italia. La componente femminile è un elemento strutturale dell’immigrazione in Italia e rappresenta più della metà della popolazione straniera residente, il 52,7% sul totale alla fine del 2013. È la donna che svolge il ruolo di mediatrice tra la sua famiglia e il mondo esterno, a partire dalla scuola e dagli uffici e servizi pubblici, favorendone l’integrazione. Tuttavia non esistono ancora in Italia politiche specifiche in risposta alla progressiva femminilizzazione dei flussi migratori e gli studi complessivi sulle migrazioni di genere risultano ancora pochi.  Per ridare senso all’identità e alla vita sociale di queste donne occorre favorire i processi di adattamento alla nuova realtà, sostenendo l’acquisizione di autonome capacità di integrazione, a partire dal mondo del lavoro.

Quali sono i problemi maggiori delle donne straniere in Italia? E cosa chiedono? Negli ultimi anni si è assistito a una immigrazione femminile più marcata rispetto a quella maschile non solo per i ricongiungimenti famigliari ma soprattutto a seguito delle occupazioni legate ai servizi alle famiglie. La larga maggioranza tra le donne immigrate, circa 8 su 10, è presente per motivi di lavoro o di ricongiungimento famigliare. Secondo i dati riportati sul Rapporto annuale del Dossier Statistico Immigrazione 2014, anche per le donne straniere si ripete il fenomeno che si registra tra le donne italiane: è occupato il 69,2% di donne senza figli contro il 44,8% di chi ha figli. L’occupazione principale delle donne immigrate resta il lavoro di cura: una donna su tre lavora nel settore dei servizi di assistenza alla persona.

Discriminazione, ritmi di lavoro pressanti, mancanza di tempo. Sono questi i principali problemi evidenziati dalle donne straniere. A questo bisogna aggiungere il dolore per la lontananza dai figli, la cui crescita nei Paesi d’origine lontano dalle madri è diventata in alcuni casi un’emergenza sociale. Il problema principale della vita delle donne immigrate in Italia resta la mancanza di tempo: lavorano spesso anche il sabato e la domenica. Si evidenzia un forte desiderio di integrazione, che dovrebbe passare in primo luogo attraverso un più scorrevole procedimento per l’ottenimento del permesso di soggiorno e attraverso il riconoscimento dei loro titoli ottenuti nei Paesi d’origine. Sarebbero necessari anche maggiori sportelli dedicati alle donne immigrate per accoglierle, sostenerle, aiutarle a risolvere i problemi familiari, orientarle psicologicamente per migliorare l’autostima e realizzare così passo per passo la loro integrazione. Le donne immigrate dovrebbero accedere ad una occupazione più qualificata affinchè la loro distribuzione occupazionale sia pari a quella degli autoctoni. La mobilità intersettoriale sarebbe particolarmente vantaggiosa. Un altro aspetto è la realtà delle donne immigrate al seguito degli uomini e che svolgono solo il ruolo di mogli e madri, in continuità con le tradizioni culturali dei paesi di origine. Le donne straniere che arrivano in Italia a seguito dei congiunti maschi da quei Paesi segnati da una matrice culturale e religiosa diversa, specie per quel che riguarda la condizione femminile, si trovano ad affrontare un vero e proprio shock culturale e, come responsabili della cura dei figli devono interagire in modo attivo con il nuovo contesto, entrando in contatto con le istituzioni e le pubbliche amministrazioni.

In questo caso è indispensabile favorire i complessi processi di adattamento alla nuova realtà. Sarebbe auspicabile anche favorire l’imprenditoria femminile. La crescita imprenditoriale straniera nel nostro Paese è il naturale evolversi di un processo di integrazione ma, oltre i tre quarti dell’imprenditoria immigrata è riferibile alla componente maschile della popolazione (75,5%, pari a 53.700 imprenditori) a fronte di un più esiguo contributo di quella femminile (24,5% pari a 17.400 unità). In questo caso occorrono adeguate politiche e misure di intervento istituzionali, informazioni su un uso consapevole dei servizi bancari e di accesso agli strumenti di credito, garantire l’effettiva conoscenza e l’efficace utilizzo degli strumenti di tutela legale previsti dall’ordinamento italiano. E poi, non dimentichiamo che stanno crescendo anche le seconde generazioni di immigrati e i problemi che pongono sono diversi da quelli dei loro genitori.
Sarebbe favorevole assicurare ai giovani immigrati di seconda generazione percorsi di integrazione adeguati alle dinamiche di interazione fra culture diverse. Una particolare attenzione va alle donne ridotte in schiavitù che subiscono un doppio sfruttamento, sessuale e lavorativo. Fare una stima del numero delle donne che vivono queste continue violazioni è impossibile. Molte lavorano in nero e non denunciano per paura delle conseguenze, subiscono in silenzio le violenze.  Si tratta di lavoratrici vulnerabili, sottopagate, soggette a ricatti sessuali e occupazionali. Per una donna, essere irregolare vuol dire essere soggetta alla minaccia di essere denunciata e di conseguenza spesso rimpatriata se non si accettano ricatti sessuali. C’è un doppio sfruttamento: in quanto donna e in quanto straniera; in quanto sfruttata lavorativamente e sessualmente.

Per concludere, l’inclusione sociale delle donne immigrate e dei gruppi sociali più fragili, rappresenta una tappa importante per un Paese in cerca del proprio modello di integrazione e di un’efficace opera di promozione della cultura dell’uguaglianza e delle pari opportunità. Fondamentale è promuovere ed agevolare l’inserimento dei minori nel sistema scolastico e formativo e favorire il diritto allo studio universitario degli studenti immigrati. Importante è favorire, anche attraverso appositi servizi di mediazione interculturale, il reciproco riconoscimento e la valorizzazione delle diverse identità culturali. Impegnarci per una società coesa e dinamica, dove ognuno fruisca di pari diritti, doveri e opportunità ci deve coinvolgere tutti: istituzioni, cittadini italiani e cittadini stranieri, il mondo dell’associazionismo. Solo così possiamo contribuire ad abbattere gli stereotipi e ad ampliare gli orizzonti conoscitivi.

Per informazioni: Associazione Genere femminile – Tel. 347 9091265; e-mail: info@generefemminile.it www.generefemminile.it
(Madaghiele Cotrina)

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