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In scena all’Arena Michele Stilo di Barcellona Pozzo di Gotto “Il Gladiatore”. Applausi al riadattamento teatrale in due atti di Salvatore Cilona

Barcellona Pozzo di Gotto. Nei giorni scorsi è andato in scena all’Arena Montecroci “Michele Stilo” di Barcellona Pozzo di Gotto la libera rivisitazione teatrale de “Il Gladiatore”, il kolossal di Ridley Scott.

L’interessante e ben riuscito esperimento, adattato in due atti, inserito nel cartellone dell’Estate 2016 di Barcellona Pozzo di Gotto, si deve al giovane Salvatore Celona, protagonista e regista, ma anche sceneggiatore e costumista dello spettacolo che ha riunito i migliori attori dilettanti di Barcellona e Milazzo, quasi tutti, componenti della nota Compagnia Teatrale “Testuggine”. Questi gli interpreti (tra parentesi il personaggio cui hanno dato vita): Salvatore Cilona (il gladiatore Massimo Decimo Meridio), Daniele Bisignani (Commodo), Rosemary Calderone (Augusta Lucilla), Giuseppe Messina (l’imperatore Marco Aurelio), Vincenzo Cannistrà (Proximo), Sergio Lupo (Senatore Gracco), Abdirahman Tamat (Juba), Salvatore Frazzetto (Quinto), Carmelo Bellinvia (Valeriano), Antonio E. Stifanelli (Lucio Verro), Micaela Stifanelli (Ancella di Lucilla), Stefano Impallomeni (Cassio), Tonino Abbate (Cicero), Giorgio Torre (Mercante di schiavi), Alessandro Monteleone (pretoriano), Lamin Mannech (un gladiatore), Faburama Ceesay (un gladiatore), Joas Impallomenti (un barbaro), Giuseppe Monteleone (Il figlio di Massimo), Lina Alosi (la moglie di Massimo). Plauso a Salvatore Cilona e Francesca Furnari per i costumi; alle sarte Maria Genovese e Venerina Lanza; all’acconciatrice Nerina Fazio; alle direttrici di scena Lina Alosi e Tiziana Turrisi; al direttore audio Nino Trapani; alla S. L.M. per i servis e luci. a cura di S L M.  Da ricordare che per la messa in scena dello spettacolo, sono stati inseriti nel cast per la parte di gladiatori alcuni giovani dell’Associazione  “Rifugiati africani”.

Sono stati tutti veramente bravi. Un ringraziamento particolare merita Salvatore Cilona su cui ha pesato maggiormente la responsabilità. Da sottolineare la capacità interpretativa di veri professionisti come Rosemary Calderone, Daniele Bisignani, Giuseppe Messina, Vincenzo Cannistrà, Giorgio Torre e degli altri che, nonostante le difficoltà delle loro parti, non si sono mai persi d’animo e hanno dato il meglio di se stessi. Tutti, certamente, si sono adoperati per amore dell’arte teatrale, ma soprattutto per affetto nei confronti di un giovane come Salvatore Cilona che merita di essere sostenuto, come tutti i giovani che hanno tanta voglia di operare nella difficile realtà attuale, dove non è facile emergere sopra della media.

Al margine, per confermare quanto appena sostenuto, c’è da sottolineare che per la riuscita di quest’avventura, assieme a tutti gli altri, si sono prestati due personaggi che vale la pena evidenziare, due personaggi che operano, come veterani, nel mondo della grande arte e che hanno voluto credere nell’avventura di Salvatore Cilona: il primo è il maestro Alessandro Monteleone, uno dei maggiori chitarristi del panorama italiano, che ha accettato la parte del pretoriano (ha così avuto la possibilità di stare accanto al suo bambino che ha magnificamente interpretato la parte del figlio di Massimo Decimo Meridio); l’altro personaggio è un artista a tutto tondo, ovvero il maestro Giuseppe Messina (pittore, scultore, scrittore, autore di teatro e di film che alla fine degli anni ’60, quando viveva a Roma, ebbe a frequentare la scuola teatrale di Salvatore Solida, dove tanti grandi attori sono passati prima di giungere al meritato successo).  Messina non è solito calcare il palcoscenico (preferisce stare “dietro le quinte”), salvo in rari casi; e proprio questo è stato uno di quei casi è stato questo. Non è riuscito, infatti, a dire no a Cilona quando insistentemente gli ha chiesto d’interpretare la parte dell’imperatore Marco Aurelio. “Come gli potevo dire di no” (ha detto Giuseppe Messina). “E’ un giovane (è coetaneo di suo figlio Salvatore), e i giovani devono essere aiutati a sognare, perché soltanto i sogni sorreggono la volontà e possono fare volare in alto. Io auguro a lui, e a tutti i ragazzi di buona volontà, tutto il bene che la vita possa disporre”. E quando gli è stato chiesto se è rimasto soddisfatto del risultato ottenuto dallo spettacolo, ha risposto che tutto è andato più che bene e che il pubblico l’ha confermato con i suoi applausi.

Ma andiamo allo spettacolo. L’ambientazione è nell’inverno 180 d. C. e la guerra dell’imperatore Marco Aurelio contro le tribù barbare in Germania volge al termine. Un’ultima roccaforte separa i romani dalla vittoria e dalla promessa di pace in tutto l’impero. Ogni cosa è pronta per l’ultima battaglia… Il generale Massimo Decimo Meridio impartisce gli ordini all’esercito già schierato… I fatti evidenziano la rivalità tra il perfido Commodo, figlio dell’imperatore, e Massimo. Marco Aurelio, non avendo stima del figlio “senza moralità” ha espresso l’intenzione di affidare a Massimo l’impero, “finché il senato sarà pronto a governare ancora una volta” poiché desidera che Roma torni ad essere una repubblica. L’invidia, la gelosia e la sete di potere scatenano la follia di Commodo che uccide il padre ed ordina l’assassinio di Massimo, ma questo si salva, fugge e scopre che la moglie ed il figlio sono stati assassinati per ordine di Commodo. Massimo, costretto dagli eventi, diventa gladiatore e, intanto che cova il desiderio di vendetta, combatte nell’arena dove vince sempre diventando l’idolo delle folle. Allo stesso tempo, Lucilla, sorella di Commodo, trama contro di lui con la complicità del senatore Gracco, e chiede l’aiuto di Massimo per uccidere il fratello, ma questo, scoperta la trama, imprigiona Gracco e ricatta la sorella facendole capire che non esiterà di ucciderla assieme al figlio Lucio Verro. Tutto si svolge malignamente ai danni di Massimo: Commodo sfida il gladiatore a combattere contro di lui nell’arena e poi lo ferisce a tradimento. Il vile imperatore è convinto di vincere contro Massimo gravemente ferito, però, questo riesce ad avere la meglio. anche se all’estremo delle forze. Morente, Massimo riesce a dare le ultime disposizioni a Quinto per fare liberare i suoi uomini dalle prigioni e fare mettere Gracco al suo posto, poi cade al suolo privo di vita. Lucilla corre in suo soccorso, ma ne può costatare soltanto la morte.

Nella foto di Pino Garaffo alcuni degli attori dello spettacolo.
(Nino Bellinvia)



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