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Il porco di turno negli ambienti di lavoro, quanto costa alla donna rispondere seccamente: no! Se non ci stai ti rovino..

Stasera viene a cena con me? – Attimo di silenzio di una donna qualunque, che intanto fa una smorfia e la fa passare per sorriso. ‘Non so..’ – poi risponde, tanto per controllare la situazione.

Il luogo di lavoro può essere ovunque, l’invito può venire da un collega e non di rado dal ‘capo’, col quale si collabora, solitamente, gerarchicamente, in  posizione  subalterna. Può essere un banale invito a cena, che si incentiva con scaltre strategie, sostenendo magari che si tratta di una cena di lavoro, dove si discuterà degli ultimi importanti interventi sull’azienda.

Può trattarsi assolutamente di un’ineccepibile proposta, senza ombre alle spalle  che nascondano altri intenti, oppure.. Oppure può trattarsi di un’esca ben mascherata, presentata con aria imperturbabile, come fosse un fiore lasciato cadere sulla scrivania. L’omaggio a una donna del resto può essere normale; ma purtroppo non sempre c’è dietro l’aureola dell’ atteggiamento irreprensibile. A confermare queste insidie ci sono le testimonianze di migliaia di donne, che a causa delle molestie e dei ricatti, avendo deciso di non cedere a qualunque costo, hanno subito conseguenze pesanti sul luogo di lavoro, quando non drammatiche per la loro serenità.

E basterebbe dare uno sguardo alle statistiche per convincersi che le molestie sulla donne che lavorano non sono realtà semplicemente marginali, rispetto ad atti più gravi che le riguardano, come ad esempio la violenza aggravata che arriva fino all’omicidio. Anche le insidie di carattere morale, che offendono la sua dignità, rientrano nel lungo repertorio degli abusi, da circoscrivere appunto nella sfera psicologica e morale, ma non per questo da sottovalutare. In Italia, una donna su tre subisce atteggiamenti equivoci nel luogo di lavoro, che hanno ripercussioni non di poco conto quando la donna è sottoposta a continue pressioni, lusinghe allusive e apprezzamenti che vanno oltre la correttezza e i limiti di tolleranza.

Può trattarsi d’ inviti anche espliciti di carattere sessuale, o rimandi volgari che creano disagio, quando non angoscia,  allorché si rientra in famiglia e si fa il bilancio della giornata.. Alla molestia si aggiunge il mobbing, quale aggravante di un rapporto umano insostenibile, per chi ne subisce gli effetti sul piano personale.

La Comunità Europea, già dal lontano 1976, ha riconosciuto la parità di trattamento nel mondo del lavoro per uomini e donne, rimarcando con chiari provvedimenti di legge, il rispetto della sicurezza e la dignità. Da allora, anche in seguito al rilevante aumento del fenomeno della violenza, subdola e non semplice da smascherare, sono stati analizzati da esperti del settore, in ambito comunitario, i risultati delle statistiche e le situazioni riguardanti le molestie in tutti gli stati facenti parte dell’Unione. Michael Rubenstein, nel 1987, ha elaborato il primo Rapporto concernente la molestie sessuali ai danni delle donne, soprattutto in ambito lavorativo.

Nel 1991 la Commissione ha approfondito i problemi derivanti dalla violenza di genere, prendendo atto delle emergenze e delle difficoltà della donna che deve sottostare alle insidie di una società tutt’altro che redenta dalla misoginia. L’ultimo provvedimento legislativo dell’UE, in materia di molestie, risale a circa otto anni fa, e disciplina espressamente le situazioni che comportano sofferenza psicologica a causa del disagio derivante dalle molestie. La norma  sancisce che:

Le molestie e le molestie sessuali sono contrarie al principio della parità di trattamento fra uomini e donne e costituiscono forme di discriminazione fondate sul sesso ai fini della presente direttiva. (…) Queste forme di discriminazione dovrebbero pertanto essere vietate e soggette a sanzioni efficaci proporzionate e dissuasive. .”

L’Italia fa riferimento alla normativa dell’Unione, dato che le direttive proprie in questo ambito specifico sono vaghe, in fatto di molestie  si ricorre alla legge contro i reati a sfondo sessuale. Purtroppo la maggior parte degli abusi non viene punito; in primo luogo perché la donna preferisce ancora il silenzio, senza rendersi conto che la reticenza in queste circostanze peggiora il problema, e lo rende simile ad una montagna, impossibile da rimuovere.

Per molestie sessuali s’intendono tutti quei comportamenti ambigui che offendono la donna e la sua sensibilità, può trattarsi di espressioni volgari, approcci fisici chiaramente volti a sottomettere contro il proprio desiderio la vittima, il tentativo di circuirla con lusinghe e apprezzamenti, contatto fisico tendente ad essere offensivo,  vera e propria violenza tramite coazione o induzione ad atti che assolutamente si rifiutano.  Si è accennato al fatto che, oltre il 90% delle donne, preferisce tenere in ombra questo genere d’insidie,  secondo i dati Istat, oltre un milione e trecentomila donne ha subito nel corso della sua esistenza molestie sessuali nel luogo di lavoro. Dati impressionanti, e, considerando la percentuale dei fatti non denunciati alla quale ci si è riferiti, oltre il novanta per cento dei responsabili non ha subito alcuna condanna o pena da opportuni iter giudiziari a loro carico. Questo rendiconto è ancora più grave, significa che su atti così riprovevoli si è sorvolato, incoraggiando il fenomeno, rendendolo ancora più pericoloso e allarmante.

Ma del resto, uccidere una donna (in Italia ogni due giorni..), raramente indigna la giustizia al punto tale da comminare pene esemplari ai responsabili, visto che questi trovano sempre gli espedienti più infami per farla franca, e, quando condannati, magari dopo pochi anni, li si vede circolare liberi nelle strade riservate ai cittadini onesti, magari perché difesi col pugno di ferro della presunta infermità mentale o fisica.. Adottando queste strategie difensive, i colpevoli di questi reati se ne stanno al massimo, dopo pochi anni di carcere, ai domiciliari, e della donna uccisa chi se ne frega.

Questa è la vera, autentica vergogna, in Italia, una Giustizia che concede troppi svincoli,  facendo  leva sulla ‘buona condotta’, dimenticando orribili delitti, e riportando in libertà individui di per sé pericolosi, che meriterebbero di scontare per intero la pena che è stata loro inflitta dalla sentenza. Eccessiva leggerezza, troppa indulgenza sul colpevole. I primi nemici delle donne, non di rado, sono le donne stesse, che a volte tendono a minimizzare atteggiamenti equivoci di persone a loro vicine. Paradossalmente, spesso sono addirittura familiari: gli abusi e le insidie in famiglia vengono tenuti alla larga dagli scandali di una denuncia, che diventa onta, quando non maledizione, per i membri che ne fanno parte.. Purtroppo il clima quasi ‘omertoso’, lesivo e dannosissimo per la vittima, non è un’esclusiva  del sud, questi atteggiamenti ostili verso la verità si verificano ovunque, l’importante è non fare sapere, tanto a cosa serve?!

Se la molestia si verifica sul posto di lavoro, la donna, per ovvie ragioni, non può svolgere serenamente le proprie mansioni, intanto, quando queste attenzioni vengono da un superiore, le relazioni di lavoro si complicano, spesso la donna subisce ricatti, anche sotto forma di promesse ed elargizioni varie. Se non è disposta a cedimenti, e continua ad essere circuita senza scampo,  l’unica via d’uscita è l’abbandono del lavoro. Oppure, com’è accaduto a tante donne, viene emarginata, subisce anche violenza psicologica, ostilità, mobbing.. E’ vero che non è facile dimostrare ciò che si è costretti a tollerare, proprio per via della reticenza dei colleghi, che preferiscono tacere piuttosto che entrare nel mirino del capo, ma questi atti dovrebbero comunque essere denunciati, per il bene di tutti.

Ci sono per fortuna tanti casi venuti alla luce per merito di donne coraggiose; una giornalista, per esempio, che ha subito molestie e ricatti dal suo editore, e alla fine ha denunciato il fatto. Ora le sue esperienze, sia pure sotto altro nome, sono state pubblicate in un libro, edito da ‘Chiarelettere’, il cui titolo è piuttosto eloquente: “Toglimi le mani di dosso”. Olga Ricci, è dunque lo pseudonimo di una donna che ha preferito l’anonimato, dato che si occupa di giornalismo, professione non facile in Italia, se si pensa che un centinaio di loro sono sotto scorta.
(Virginia Murru)

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