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Il patrimonio storico ancora da valorizzare delle Gravine di Massafra e di altri 9 Comuni: un tesoro abbandonato

Massafra. Se dicessi che le nostre Gravine sono in abbandono, non tutelate e valorizzate, qualcuno mi potrebbe dire che non è vero perchè in Puglia sin dal 1997 vige la legge 19/97, che contiene norme per la tutela delle aree protette e che all’art. 5 individua fra le aree regionali protette proprio le Gravine dell’Arco Jonico. Non solo. Il 20 dicembre 2005 con L.R. n. 18 è stato istituito il Parco naturale regionale Terra delle Gravine. Tutto a posto allora? Niente affatto. Occorre subito dire che le Gravine di Massafra e di altri 9 Comuni, sono l’unica vera imponente risorsa della provincia di Taranto. I valloni sono costituiti da ‘tufo‘ (ma scientificamente si tratta di ‘calcarenite‘), una pietra tenera che si lascia facilmente scavare e che ha favorito la presenza umana sin dalla più remota antichità. Pur ricche di flora e di fauna, le Gravine non sono beni esclusivamente naturalistici bensì territori fortemente antropizzati sin dal Paleolitico, con decine di villaggi medioevali ove si riscontra un singolare habitat rupestre ed ipogeico che ci accomuna ad altri Paesi dell’Area Mediterranea. Da Ginosa a Grottaglie si contano circa 60 Gravine con oltre 170 chiese rupestri, al servizio di circa 50 piccoli casali  di cui si è persa memoria, ma che sono ancora lì scavati nella roccia con centinaia e centinaia di case grotte di diverse tipologie, con frantoi, apiari, mulini, pozzi, Jazzi (ovili), colombaie, muti testimoni della vita quotidiana dove per diversi millenni hanno vissuto e convissuto le popolazioni che ci hanno preceduto. In alcuni casi i villaggi sono abbandonati (Casalrotto e Petruscio a Mottola, Madonna della Scala,  Colombato e Trovanza a Massafra, Triglio a Statte, Riggio e Lama di Penziero a Grottaglie). In altri casi si tratta di centri abitati  sino agli inizi del 1900 (Casale a Ginosa e San Marco  a Massafra) o ancora abitati (via Muro a Massafra). Quasi tutti i Comuni citati sono accomunati dal substrato linguistico (del tutto differente rispetto a quelli salentino, barese e dauno) e dal fatto di essere sorti su un antico tracciato viario preclassico che li collega da Oriente a Taranto e all’Adriatico e, da Occidente a Roma, strada che scorreva ove le Gravine sboccano in pianura e che, nel corso del tempo, ha assunto denominazioni varie quali via Appia, via antiqua, via publica, itinerario di Guidone, via del Procaccia. E’ la strada percorsa nel Medioevo dai pellegrini di ritorno o diretti in Terrasanta. In essi si nota il passaggio graduale nel tempo dalle domus gryptae (case grotte) ai fabbricati sub divo, cioè dalle casegrotte scavate nel tufo alle case lamiate fabbricate col tufo.

Un patrimonio inestimabile che rischiamo di perdere per l’insipienza degli uomini e di chi ci amministra. Cumuli di macerie, pezzi di eternit, materassi, televisori, lavatrici, frigoriferi e altri elettrodomestici: è questo lo spettacolo che si presenta molto spesso agli occhi del visitatore. Pur se è fiorita una copiosa pubblicistica storica, archeologica e storico artistica sugli insediamenti rupestri, sono mancati negli ultimi 30 anni seri interventi di tutela e di valorizzazione che potessero dare ricadute in termini occupazionali, con la lodevole eccezione di Palagianello nella cui Gravina è stato istituito l’unico Parco naturale attrezzato della provincia di Taranto e dove sono stati eseguiti interventi di consolidamento, di recupero e di restauro del Santuario di S. Maria delle Grazie e delle case grotte del villaggio rupestre.

Gli ostacoli che hanno impedito finora la tutela e la valorizzazione delle Gravine sono legati alla proprietà, alla carenza di strumenti legislativi e alla  volontà politica. Circa la titolarità, il territorio delle Gravine, sulla base degli studi e delle indagini condotte, appartiene in gran parte  a privati. Ciò costituisce un ostacolo per la tutela in quanto i privati, in assenza di idonee norme e di incentivi economici, tendono, nel migliore dei casi, a tenere tali beni in stato di abbandono. Ma il problema è la mancanza di idonei strumenti normativi e finanziari e di volontà politica. Non esistono leggi che approntano risorse finanziarie sia per acquisire le Gravine sia per eseguire interventi di conservazione e di restauro.

Eppure, in un territorio omogeneo e addirittura confinante, le cose sono andate diversamente. Matera, fino al 1646 faceva parte della Puglia e della provincia di Terra d’Otranto, con cui ha comunanza di plurimillenarie vicende storiche e culturali, è l’unica realtà per la quale il Legislatore ha emanato diverse leggi sia per il risanamento, sia per la conservazione e il recupero dei Rioni Sassi. Il legislatore pugliese non ha ritenuto sinora meritevole di tutela e di valorizzazione i beni culturali siti nel territorio delle Gravine. La legge in materia di protezione della natura (l. reg. 19/97) non contiene norme specifiche per la conservazione e il recupero degli insediamenti rupestri e degli altri beni culturali presenti nelle Gravine. Differenti sono, infatti, gli strumenti di tutela di una area boschiva o di un insediamento rupestre siti all’interno di una stessa Gravina. Nel primo caso è sufficiente l’emanazione di un vincolo passivo che vieti in tutto o in parte l’attività umana su quel dato territorio, lasciando che la natura faccia il resto; nell’altro caso, invece, occorrono interventi diretti al rigoroso controllo della vegetazione (per evitare che lo sviluppo di essa produca danni irreversibili alle calcareniti dei versanti delle Gravine, già fortemente degradati dall’azione antropica di scavo e dagli agenti atmosferici) nonché ulteriori interventi di tutela attiva per la conservazione e il recupero dei siti rupestri. L’istituzione del Parco naturale Terra delle Gravine  (istituito con l. reg. n.18/2005) non ha risolto i problemi ma anzi li sta aggravando col rischio della completa distruzione dei villaggi rupestri. Gli insediamenti rupestri e i villaggi ipogei hanno bisogno di essere difesi e liberati proprio dalla vegetazione spontanea che, grazie a decenni di abbandono, è proliferata in modo incontrollato mettendo il pericolo la sopravvivenza stessa di quei villaggi rupestri. Non basta.

Occorrono norme che consentano e finanzino interventi di manutenzione ordinaria sulle aree verdi, nonché di consolidamento statico dei versanti pericolanti, di anastilosi e di restauro delle singole unità rupestri, di scavi archeologici: tutte cose sconosciute alla legge regionale n.19/97; invece sono interventi prioritari e imprescindibili ove si voglia finalmente tutelare questo immenso patrimonio culturale e ambientale. Per invertire la tendenza occorre una legge di tutela ad hoc che dichiari gli Habitat rupestri della Gravine di notevole interesse per la Comunità europea per i suoi valori storici, archeologici, paesaggistici e ambientali, e appresti i mezzi finanziari sia per acquisire aree o singoli beni (Gravine, vicinanze, villaggi e chiese rupestri, masserie, aree archeologiche), sia per eseguire lavori di censimento, di consolidamento statico, di scavo, di restauro conservativo dei beni, sia per realizzare opere dirette alla valorizzazione degli stessi (definizione di itinerari e creazione di centri multimediali con esposizione sia dei beni di interesse storico e archeologico sia dei prodotti tipici), sia per favorire la ospitalità rurale e agrituristica con la creazione di posti letto e con la formazione di personale addetto alla prima accoglienza. Non c’è da scoprire l’America. Basta guardarsi intorno e vedere ciò che è stato fatto negli ultimi decenni in Spagna, in Francia, in Grecia e in Turchia, oltre che a Matera.

Nelle foto grotte nelle gravine.
(Giulio Mastrangelo)

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