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Il Made in Italy è un motore ‘turbo’ nell’economia italiana, ma il problema è che questa è un’utilitaria, non una Ferrari

Se c’è una caratteristica dell’economia italiana, che si è rivelata stabile e salda nel tempo, che non ha inciampato sulla crisi e la contrazione dell’economia globale, è il ‘made in Italy’, una certificazione internazionale che conferma l’eccellenza dei nostri prodotti all’estero e la garanzia che rappresentano in termini di qualità. L’unico rischio viene dai continui tentativi di contraffazione, adulterazioni e frode a danno di questi prodotti, a nulla servono le protezioni derivanti dai certificati d’origine.
Tra import ed export, c’è un saldo commerciale attivo, riferito al 2015, di ben 122,4 mld. Se fosse così attiva anche la nostra bilancia commerciale (che è una componente della bilancia dei pagamenti, la più importante), l’Italia, in termini economici, avrebbe un profilo alquanto diverso.

Due settori in particolare continuano a ottenere meritati successi nei mercati internazionali, e sono quello alimentare (olio, vini e formaggi, in particolare, sono al top, dato che hanno ben pochi rivali), e il settore dell’abbigliamento-moda, che porta alto il marchio ‘made in Italy’.

Non dovremmo dimenticare che le più note Case di moda, che impazzano nel mondo con i loro brand di lusso e fast fashion, viaggiano con capitali stranieri, ma del resto metà delle società quotate in borsa sono in mani straniere. Con la globalizzazione, che impone inesorabilmente le sue leggi, resistere non sarebbe ‘eroismo’, e in questo senso c’è poco da fare gli sdegnosi, se in fin dei conti, alcuni mesi fa, la DeutscheBoerse ha acquistato il London Stock Exchange ( e di conseguenza anche Piazza Affari..). Nell’unione tra i due mercati finanziari, i tedeschi detengono comunque la maggioranza del capitale.

Ai due settori di eccellenza del made in Italy, si aggiungono anche l’arredo casa e l’automazione meccanica, che danno lustro alle nostre specializzazioni produttive, per l’alto profilo tecnologico, il design, . I risultati positivi sui mercati hanno ripreso un progressivo trend in salita, a partire dal 2009, in epoca di profondo rosso per i conti pubblici italiani; e diciamolo pure, si era in fase di recessione. Il saldo, in quel periodo, si aggirava intorno agli 85 miliardi. Una bella differenza con i dati diffusi recentemente dalla Cgia di Mestre, che dispone di un ufficio studi rivolto alla ricerca di carattere economico e sociale; legata al mondo del Confartigianato. La Cgia si è sempre rivelata preziosa sia per la fonte dei dati che divulga, sia per la serietà degli studi e l’attendibilità.

Ad essere premiato con questi risultati, è dunque il comparto manifatturiero, entrato in crisi perfino in Cina, che in quest’area non ha rivali. 
Secondo i dati diffusi dalla Cgia di Mestre-Venezia, risulta che:

“Dall’analisi dei singoli comparti manifatturieri del “made in Italy” emerge lo straordinario risultato ottenuto dai macchinari (motori, turbine, pompe, compressori, rubinetteria, utensili, apparecchi da sollevamento, forni, bruciatori, etc.). Nel 2015 il saldo commerciale è stato positivo e pari a 49,8 miliardi di euro”.

Ci sono per il nostro paese anche le delusioni, ossia altri prodotti che invece non hanno acceso luci sui nostri conti e la nostra credibilità, ma candele. Parliamo del settore informatico in particolare, del legno-carta, metallurgico, chimica e farmaceutica. Una spina sul fianco qui sono i tedeschi, che invece, su questi prodotti, sbaragliano la concorrenza. In questo marasma di segni meno, si salvano le auto, che evidenziano dati positivi, fino alla soglia dei 300 milioni di Euro. L’intera area, affatto soddisfacente, registra una perdita che sfiora i 30 mld di euro.

Secondo il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA, Paolo Zabeo, il ‘made in Italy’, proviene in prevalenza dalle piccole e medie industrie, a questo riguardo osserva:
“Questi prodotti sono autentiche eccellenze e grazie alla flessibilità, all’elevata specializzazione produttiva, alla cultura dell’estetica e buon gusto e al ‘saper fare’ hanno conquistato il mondo in settori, come quello delle macchine, dove la ricerca, l’innovazione e la qualità del ciclo produttivo, sono requisiti indispensabili per competere sul mercato”.

Agli elogi di Paolo Zabeo, seguono le riflessioni di un altro responsabile della Cgia, ossia Renato Mason, che svolge il ruolo di segretario. Egli mette in rilievo il fatto che, certamente si tratta di indicatori importanti, ma l’Italia ha necessità di smuovere le acque immobili dei consumi interni, che sembrano indifferenti perfino ai massicci interventi di QE della BCE, volti a dare una spinta energica all’inflazione e a incoraggiare i consumatori. Mason sottolinea la notevole contrazione dei consumi, derivata dagli artigli della crisi, che sono diminuiti di 6,5 punti percentuali. Per recuperare il terreno perduto, in sostanza, secondo Mason, è necessario ridurre la pressione fiscale, non solo sulle imprese, ma anche sulle famiglie, che a causa del rigore delle imposizioni, si vedono ridurre i margini destinati ai consumi.

A queste strategie, dovrebbero seguire gli interventi strutturali, sui quali tanto insiste la Commissione europea e la BCE, ma che risultano fondamentali per una spinta propulsiva dell’economia, soprattutto nel versante degli investimenti e dell’occupazione, dati macro che stentano a riprendere quota.

In definitiva, i risultati del ‘made in Italy’, svolgono una funzione di traino, è un motore potente acceso sulla nostra economia, che tuttavia non è una Ferrari FS16-H di Maranello. Il ‘made in Italy’, potrebbe certo essere inteso come un motore ‘turbo’ nell’economia italiana, ma il problema, appunto, è il fatto che questa non è una Ferrari, ma un’utilitaria, che a volte perfino s’inceppa..
(Virginia Murru)

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