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Il dramma di sopravvivere: l’esperienza dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti

Savona. Giovedì 13 febbraio, presso la Sala rossa del Comune di Savona, si è tenuto un dialogo sul tema “Il dramma di sopravvivere”, cioè sull’esperienza dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. Oltre alla signora Maria Bolla, presidente della sezione Aned (Associazione ex deportati nei campi di sterminio) di Savona, sono intervenuti il dottor Antonio Maria Ferro, specialista in neurologia e psichiatria, e la prof.ssa Gloria Bardi, docente di filosofia e storia al Liceo Classico di Savona.

Il soggetto si è rivelato particolarmente interessante perché, di solito, si pensa alla deportazione indagando su ciò che sia successo  nei campi, mentre difficilmente si ragiona su quanto abbiano sofferto i sopravvissuti  una volta tornati a casa. Spesso, infatti, non sono stati creduti e hanno, comunque, dovuto gestire il dolore subito e la morte di tanti compagni in solitudine. È rimasto in loro un senso di colpa e un bisogno di espiazione, come se fossero stati colpevoli di essersi salvati mentre la maggioranza non ce l’aveva fatta. Questo conduceva, alle volte, al suicidio, persino in tarda età, perché non potevano accettare di morire in modo naturale. Dal campo non si torna mai, dicevano quelli che erano tornati, perché  il campo stesso continuava a vivere e ad agire dentro di loro.

Gloria Bardi ha ricordato che, proprio in quei tempi, la psichiatria  stava raggiungendo molti progressi scientifici, proponendo trattamenti meno coercitivi e più umani. Eppure, negli stessi anni, i medici eliminavano milioni di persone, “vite inutili”, insegnando come condurre gli esseri umani alla disumanizzazione e all’abbrutimento.

Il prof. Ferro ha individuato allora le due anime della psichiatria: una curiosa, che indaga, e un’altra fedele alleata del potere, che collabora allo sterminio  di rom, omosessuali, oppositori politici, malati mentali, ancora prima degli ebrei.

Così, ha spiegato la Bardi, in Polonia, dove sono stati fatti i primi studi sui sopravvissuti, si è notato che, dopo il ritorno, sembrava che gli ex internati si reintegrassero: si sposavano, avevano figli… Ma, trascorsi una decina d’anni, quando realizzavano veramente che i loro parenti non sarebbero mai più tornati, avevano un crollo.

Eppure, in Italia, come ha rammentato la signora Bolla, per più di venti anni dopo la fine della guerra, la deportazione è stata accantonata, e certamente nessuno si è preoccupato della depressione di chi aveva vissuto tanto orrore.

Secondo il dottor Ferro, il miracolo è addirittura che qualcuno si sia salvato! Ha potuto resistere chi aveva una vita precedente, una storia, un modello di attaccamento. Oltre alla componente genetica, aveva influito l’educazione dei genitori che avessero saputo infondere fiducia, visione del futuro, relazioni sociali.

Un ex deportato, Arturo Actis, ha ripercorso, dunque, il viaggio verso il campo di concentramento in Austria: uomini e donne in piedi per tre giorni, senza acqua, accatastati, senza spazio, in un vagone ferroviario. Appena arrivati, la gente dai balconi sputava loro addosso, quindi erano stati costretti a presentarsi sul piazzale denudati e rasati.

Infine, la signora Ester Amato, ex deportata, che ha perso ben diciotto persone, tutta la sua famiglia, ha ribadito con grande forza il suo pensiero: “Sono stata in diversi campi, ma mi dicevo sempre: io uscirò da qui, io ce la farò”.  La signora Amato ha dimostrato la sua determinazione, il suo coraggio, la sua ricchezza interiore. Questo deve essere insegnamento per tutti noi, in ogni occasione: la forza morale, la semplicità e la buona coscienza di chi non ha fatto nulla di male, devono condurre alla salvezza. 
(Renata Rusca Zargar)


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