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Il coraggio di rimettere in gioco il diritto di voto

Il vicedirettore della Stampa Massimo Gramellini nella sua rubrica “Buongiorno” sul quotidiano piemontese di oggi, giovedì 3 novembre, ha scritto che «Mai come in queste drammatiche ore ci sentiamo di dar ragione all’economista Luigi Zingales quando dice che l’Italia è una peggiocrazia, il governo dei peggiori». E ha aggiunto: «Oggi qualsiasi persona di buonsenso, di destra o di sinistra, riconosce che questa politica svilita dai clown e dalle caste dovrebbe affidarsi ai seri e ai competenti. Figure alla Mario Monti, per intenderci. E ce ne sono tante. Ma qualsiasi persona di buonsenso sa anche che, se i Mario Monti si presentassero alle elezioni, le perderebbero. Perché non sono istrionici né seducenti. Verrebbero surclassati da chi conosce l’arte della promessa facile e dello slogan accattivante, in quanto una parte non piccola degli elettori è così immatura da privilegiare i peggiori: per ignoranza, corruzione, menefreghismo». Infine ha così concluso: «Dirò una cosa aristocratica solo in apparenza. Neppure le sacrosante primarie bastano a garantire la selezione dei migliori. Per realizzare una democrazia compiuta occorre avere il coraggio di rimettere in discussione il diritto di voto. Non posso guidare un aeroplano appellandomi al principio di uguaglianza: devo prima superare un esame di volo. Perché quindi il voto, attività non meno affascinante e pericolosa, dovrebbe essere sottratta a un esame preventivo di educazione civica e di conoscenza minima della Costituzione? E adesso lapidatemi pure».  Noi non lo lapidiamo di certo, anzi condividiamo in pieno l’idea che il voto dovrebbe essere subordinato al superamento di un esame preventivo di educazione civica e di conoscenza minima della Costituzione. Inoltre aggiungiamo che non sarebbe male escludere dal voto chi evade le tasse. A nostro avviso, i (giusti) tributi allo Stato vanno corrisposti “per obbligo morale” prima ancora che per l’obbligo legale sancito dall’art. 53 della Costituzione (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”).
(Antonio di Tornaforte)

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