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Il Bisso, filo di seta che viene dal mare, e Chiara Vigo, l’unico maestro al mondo che ne conosce i misteri, già proposta all’Unesco come patrimonio dell’umanità.

La storia del bisso, lunga oltre 7 millenni, si ferma a S. Antioco, un grosso borgo di mare situato nell’isola omonima, a sud della Sardegna. Osservando da vicino le vicissitudini storiche si ha l’impressione di entrare in uno scenario mitologico, con vaghi aloni esoterici.  Eppure, nonostante lo scorrere del tempo, ancora oggi si può assistere, con stupore, alla lavorazione del ‘filo d’acqua e di mare’, che presenta luminescenze uniche, e dopo lunghi trattamenti la sua consistenza serica, diventa morbidissimo nelle mani di Chiara Vigo, unica donna al mondo  a conoscere i segreti della seta del mare, ultima rappresentante di una catena che abbraccia una trentina di generazioni.

Il bisso, prima d’essere stato indossato da personaggi biblici come Salomone, e alti dignitari religiosi del tempo, da principesse e regnanti, seguiva processi di lavorazione finissimi e piuttosto complessi, ma il risultato era un tessuto sfolgorante, che i Caldei, raffinatissimi tessitori e tintori, esperti di tessuti pregiati e originali, coloravano secondo procedure strettamente dipendenti dalle risorse della natura.

Le origini del bisso sono legate alla storia delle Civiltà del Mediterraneo, in particolare agli Ebrei, Caldei, Fenici, Egizi e Cretesi, tutti popoli che avevano manifestato notevole creatività in questo settore. La cosiddetta ‘seta del mare’,  è un filo che presenta consistenza e resistenza allo strappo, e questo, a parte le virtù estetiche, è una delle caratteristiche che lo hanno sempre reso prezioso. Ma ciò che rende il bisso del tutto unico, è l’origine, in quanto è un prodotto elargito direttamente dal mare, attraverso una sua creatura, ossia ‘la pinna nobilis’ o nacchera, un mollusco bivalve che può raggiungere notevoli dimensioni, anche oltre un metro di lunghezza. L’interno delle valve è madreperlaceo, e contiene l’animale protagonista assoluto nella produzione del filato di bisso. Esso infatti secerne, all’estremità appuntita delle valve, una sostanza serica che a contatto con l’acqua diventa filiforme, la lunghezza varia a seconda degli esemplari, ma in media il bioccolo di filo grezzo è lungo circa 25 cm.

I popoli del Mediterraneo che producevano la seta del mare, pescavano grandi quantità di pinna nobilis, ed estraevano completamente il ciuffo di fili dall’interno delle valve, uccidendo per conseguenza l’animale. Attualmente la pinna rientra tra le specie protette, pioiché si è riscontrato che a causa della pesca indiscriminata, è in pericolo d’estinzione. Pertanto, Chiara Vigo, la sola donna che ancora oggi porta avanti questa tradizione millenaria, durante le sue immersioni alla ricerca della pinna, è riuscita a sviluppare tecniche di ‘prelievo’ del prezioso filo, senza nuocere all’animale, asportandone solo qualche cm, e riposizionando la nacchera poi sul fondale. Questa sostanza serica secreta dal mollusco, ha la funzione di tenerlo saldo sui fondali, vive bene in profondità che vanno dai sei metri ai quaranta, ma è diventato sempre più raro anche per ragioni d’inquinamento, oltre che di pesca incontrollata. La pinna vive al meglio tra praterie di Poseidonia, una pianta, non un’alga, che solitamente si accompagna alla sua presenza sui fondali. Altra creatura marina associata alla produzione del bisso, è il murice, un mollusco che i Fenici conoscevano bene, dato che  questo mollusco monovalva, forniva una sostanza rosso-violaceo, la porpora, usata per la tintura dei filati, non solo di bisso.  E’ stata in definitiva la porpora a dare il nome a questo popolo d’ingegnosi mercanti, abilissimi nel commercio di prodotti vari che portavano ovunque attraverso imbarcazioni all’avanguardia nel primo e secondo millennio A.C.  Etimologicamente infatti Phònix, nome greco dei Fenici, significa proprio porpora.

Anche i processi di lavorazione per ottenere questa tinta sgargiante, erano piuttosto lunghi, e poiché doveva pure essere maleodorante, si svolgeva al di fuori dei centri abitati. In ogni caso è grazie all’ingegnoso modo di sfruttare le risorse del mare che si ottenevano risultati così eccellenti, e i tessuti tinti secondo queste tecniche, erano peraltro piuttosto costosi, dato il pregio e la non facile reperibilità. Per questo erano capi che solo gli alti dignitari religiosi e i regnanti, faraoni compresi, potevano permettersi. Non erano certamente retaggio della gente comune.

Non esiste una datazione certa sulle origini del bisso marino, si sa che nel Vecchio Testamento ci sono decine di riferimenti a questo tessuto pregiato, pare che lo stesso Salomone indossasse una tunica tessuta con la seta del mare, e che addirittura ne promuovesse la produzione, facendo arrivare esperti tessitori per assicurarsene la disponibilità. A S. Antioco, cittadina dell’isola omonima, l’antica Solki,  che ha un passato storico veramente ricco d’eventi, crocevia nel Mediterraneo per i popoli che venivano dall’Oriente, e meta privilegiata dei Fenici, si ferma anche la storia di questa fibra setosa. Pare sia stata, secondo la leggenda, la principessa Berenice, ebrea di origine, consorte dell’imperatore Tito, non molto amata a Roma, a trasferirsi a S. Antioco e a trasmettere alla popolazione, formata già da un consistente numero di Ebrei confinati nel posto, tutti i segreti del bisso e dei suoi delicati processi di lavorazione. Ma certezze non ve ne sono. Anche la regina di Saba pare indossasse indumenti di bisso.

Un manufatto in bisso risalente al IV secolo, è stato ritrovato nel primo decennio del novecento nei pressi di Budapest, in Ungheria, si trattava di un capo di vestiario femminile, e infatti secondo le notizie riguardanti il reperto, era venuto alla luce in seguito ad uno scavo archeologico, nel sarcofago di una donna, che doveva essere di nobile rango, se poteva permettersi d’indossare una veste di bisso. Comunque tale reperto è andato perduto in seguito ai bombardamenti che si sono susseguiti sul posto durante la seconda guerra mondiale. Una cuffia in bisso è stata invece ritrovata nel corso di scavi archeologici nella basilica Saint Denise di Parigi,  ora è conservata nel vicino museo, si pensa realizzata intorno al secolo XIV.

I segreti riguardanti la produzione di questo filato sono tanti, e non tutti si conoscono, Chiara Vigo, donna di S. Antioco, unico Maestro al mondo ancora in grado di lavorarlo; dopo l’immersione nei fondali  porta in superficie esigue quantità di bioccoli, e conserva gelosamente i segreti che a sua volta le sono stati trasmessi dalla nonna materna Leonilde, alla quale ha dovuto giurare, secondo la consuetudine, che non avrebbe mai lucrato attraverso la lavorazione del filato di bisso. E infatti tiene a precisare che ‘il bisso non si compra e non si vende’, è patrimonio di tutti, e deve essere pertanto reso disponibile a tutti, soprattutto a coloro che si avvicinano con rispetto a lei per andare oltre il mistero di questa fibra in apparenza così fragile e invece tanto tenace, come del resto lo è il carattere del Maestro.

E’ naturale che questa donna straordinaria, sia oggetto di attenzione da parte di chiunque abbia qualche curiosità sulla storia del bisso. Nel Museo, allestito a sue spese a S. Antioco, vi si possono trovare reperti riguardanti il prezioso tessuto, che sono antichissimi. E’ sempre assediata da visitatori, giornalisti, troupe televisive, tutti smaniosi di strappare un velo al mistero della seta del mare. Chiara ha realizzato capolavori in bisso presenti in numerosi musei europei e anche oltre oceano, ha fatto dono delle sue opere a grandi personaggi dei nostri tempi: una stola in bisso a Giovanni Paolo II, una cravatta offerta in omaggio a Clinton, e tanti altri doni elargiti a persone che a parer suo meritavano queste esclusive creazioni.

Di recente è stato pubblicato un libro dedicato a Chiara Vigo e all’Arte della lavorazione del bisso,  lo ha scritto  Susanna Lavazza, il ibro è intitolato “Dal buio alla luce, il bisso marino e Chiara Vigo”.

Il Maestro è spesso invitata per conferenze in tutto il mondo, quando naturalmente è richiesto un contributo qualificato e speciale, come può esserlo il suo, che viene dall’esperienza diretta, e ha tanto da raccontare in questo ambito.  Cominciò nel VI secolo D. C. la ‘crisi’ nella produzione del bisso tra i popoli del Medio Oriente, il declino avvenne in seguito all’importazione del baco da seta dalla Cina, che prevedeva metodi di lavorazione certamente più semplici, disponibilità e in certo qual modo abbondanza e facilità nella diffusione anche in Europa. Non ci si deve meravigliare se all’epoca furono i Romani a farsi artefici dell’importazione della nuova magica fibra, questa volta non prodotta dal mare, ma offerta da una creatura di terra, ossia il baco.

Il Maestro Chiara Vigo, ha un carisma veramente speciale, quelli che l’hanno incontrata non possono sottrarsi all’aura magica che viene dalla sua persona, e nelle parole e i gesti, c’è qualcosa che va oltre il particolarissimo ‘mestiere’,  si avvertono atmosfere indefinibili nel suo sguardo, come se portasse con sé l’alito di un tempo lontano, con i suoi misteri e le sue consuetudini. Misteriosi sono anche i canti che rivolge al mare ogni mattina all’alba, e le parole del giuramento che la nonna Leonilde le fece pronunciare, antico rituale e ‘passaggio’ generazionale dei segreti del bisso, dove il rispetto e l’etica legata al possesso dei manufatti, sono severissimi, queste le parole del giuramento:

“Ponente, Levante, Maestro e Grecale
prendete la mia anima e
gettatela nel fondale
che sia la mia vita
per Essere, Pregare e Tessere
per ogni gente
che da me va e da me viene
senza tempo, senza nome, senza colore, senza confini,
senza denaro
in nome del Leone dell’Anima mia e
dello Spirito Eterno
così sarà..”

L’eco dei millenni sembra vibrare in queste parole, o si tratta forse del vago rumore dell’onda e della risacca, mentre tra acqua e terra s’intreccia una strana alleanza, tenuta salda da un filo d’oro, l’oro del mare, ovvero il bisso.
(Virginia Murru)

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