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Il “Quantitative-easing” basterà ad alleggerire i Paesi dell’Unione Europea?

Sì, in attesa delle buone ripercussioni di questo intervento eccezionale da parte della BCE,  dato che i sintomi conclamati della deflazione stanno portando conseguenze non trascurabili nell’economia dei paesi economicamente più avanzati dell’UE, e nondimeno in tutti gli altri paesi membri. La crisi si è fatta sentire soprattutto nell’economia dei paesi più stabili, ma il ciclone che ha interessato mezzo mondo, e in particolare l’Occidente, per riflesso ha coinvolto tante, troppe nazioni.  Il rischio del dissesto di un’economia, con tutti le ripercussioni a catena che comporta, non può riguardare pertanto solo il singolo paese, in considerazione del fatto che non esistono più regimi autarchici chiusi nelle proprie frontiere. Il terzo millennio è caratterizzato da un fenomeno che ormai agisce e reagisce attraverso l’eco e il ‘tam tam’ della globalizzazione, in tutti i settori, che siano economici, politici, sociali, culturali.. Si vive e si sopravvive di interazioni dovute all’azione sinergica di provvedimenti e accordi internazionali, misure che condizionano le scelte e gli assetti interni degli stati.

E’ accaduto durante la storica crisi economica e finanziaria del ’29, il cosiddetto ‘giovedì nero’, quando oltre 13 milioni di azioni furono vendute in borsa a prezzo bassissimo, seguendo il trend di un processo già avviato nei primi mesi di quell’anno negli States. Andamento che non riguardò solo il mercato finanziario, ma praticamente tutti i settori dell’economia. Si rivelò in modo contorto, quasi inspiegabile, se si pensa che l’economia americana aveva galoppato nel corso dei primi anni venti, e che dal dopo guerra fino al ’29, la produzione industriale era aumentata raggiungendo vertici del 64%, e un profitto intorno al 75%.. Un gigante sempre in crescita. Eppure..

Eppure l’economia a volte è come un drago dispettoso, se qualche meccanismo s’inceppa, gli effetti si perpetuano a catena, e non potrà mai restare dentro i confini di uno stato. In special modo, non quando si tratta di una potenza capitalistica come  gli Stati Uniti, dai cui ‘umori’ economici, dipendono troppe variabili, sia di carattere finanziario che commerciale.  Direi che gli effetti collaterali sono economici in generale, e infatti,  in quella particolare congiuntura, si erano ovviamente riflessi anche in altri paesi,  in Europa in primis.

Il crack di Wall Street, con il crollo dei titoli in borsa, si era manifestata, per le ragioni alle quali si è accennato, come una forte scossa sismica del 7° grado della Scala Richter.. E in Europa fu già allarme.

Gli americani ritirarono i loro capitali, ed entrarono in forte concorrenza con i loro prodotti nelle rotte commerciali più peculiari, e l’Europa lo era di sicuro. Nonostante gli States abbiano mantenuto un ruolo egemonico sul piano internazionale, imponendo le loro regole su accordi e trattati, la crisi economica li ha sfiorati più volte. L’ultima è cominciata tra il 2006/2007, ed ha avuto effetti nefasti, fino a raggiungere un clima di vera e propria recessione. La crisi economica si è allargata, come se elementi imponderabili fossero entrati in gioco, cadendo alla stregua di un sasso sopra una superficie d’acqua immobile, e creando onde concentriche sempre più larghe, coinvolgendo praticamente gran parte degli stati del pianeta, ad eccezione forse delle più importanti economie emergenti, come Cina e India.  In questo paniere di elementi negativi, fonti energetiche, crisi alimentare, ed altri, si sono comportati come indici aberranti, ed hanno inciso e determinato, nel giro di pochi anni, congiunture negative che gli economisti e i governi delle nazioni interessate, hanno  faticato a circoscrivere, e a limitare, dato che il processo sembrava davvero subdolo e irreversibile, almeno nel breve periodo.

Poi gli americani, che certo non mancano di risorse e cervelli in grado di remare contro corrente, hanno affrontato la sfida, e, pur di arrivare comunque ‘incolumi’ nell’altra sponda, hanno fatto di tutto per arginare le difficoltà con idonee contromisure. E infatti nel volgere di pochi anni, soprattutto con manovre di politica economica e finanziaria opportuna, sono riusciti a neutralizzare in parte il tornado. E si sono risollevati in tempi brevissimi perché tempestivi ed efficaci sono stati gli interventi. Ripresi gli investimenti e l’occupazione.

Nei paesi dell’Eurozona, gli anni più critici si sono fatti sentire in modo particolare a partire dal 2010, con l’evidenza del debito sovrano dell’UE ( e il conseguente rischio di ‘default’ nei singoli stati interessati.. ), per la difficoltà nella gestione della finanza pubblica in tanti paesi membri, e la quasi impossibilità d’intervento sui tassi di cambio, nonché altri elementi incisivi a carico dei rispettivi governi, impegnati in manovre di supporto al sistema bancario in difficoltà, ovunque.

Perfino in Germania, che non è stata del tutto immune di fronte alla pessima congiuntura in atto. La peggiore, forse, che abbia interessato  i paesi dell’Occidente, e che li ha forzati a prendere misure drastiche, talora di copertura di rischio, per evitare declassamenti di rating, attraverso i noti ‘Crediti Default Sovrani’.

Mentre la BCE dell’Unione, aveva  già messo in conto il ricorso al ‘quantitative- easing’, alla fine del 2014, gli Stati Uniti l’avevano  già applicato con buoni risultati, così come la Gran Bretagna e il Giappone.

Cos’è, in spiccioli, il ‘quantitative easing’? – Si tratta di manovre correttive di carattere finanziario, prima di tutto (letteralmente significa ‘alleggerimento quantitativo’), ed è volta a raggiungere un sano livello d’inflazione, affinché l’intervento abbia carattere propulsivo, e funga da volano per l’economia europea, piuttosto pigra negli ultimi anni, per le ovvie ragioni della crisi che ha colpito i paesi occidentali.

Draghi, attuale Presidente della BCE, ha intrapreso questa strategia, visti anche gli ottimi risultati ottenuti in altri paesi. In Giappone, per esempio, nel breve volgere di un anno (nemmeno..), sono riusciti a invertire la rotta, a rimettere in sesto tanti settori della loro economia. Si tratta, in sostanza, dell’acquisto, da parte della Banca Centrale dell’Unione, d’ingenti pacchetti di titoli (bond e altri), affinché si faccia leva su una delle leggi economiche più fondamentali, ossia quella che riguarda le dinamiche della domanda e dell’offerta.

Acquisti così rilevanti, comportano la creazione e immissione di moneta nel sistema economico, un aumento della domanda di titoli ne causa il rialzo, mentre si abbassa il tasso d’interesse per gli Stati che dovranno finanziare i rispettivi debiti interni. La manovra è iniziata il marzo scorso, ed è stata approvata dal Consiglio della BCE, a gennaio 2015. Prevede l’acquisto di 60 miliardi di Euro al mese, tale provvedimento continuerà fino a settembre 2016 (..se basterà, altrimenti forse anche oltre), e riguarderà 19 paesi dell’Eurosistema.

La BCE acquisterà titoli per un importo di 1140 Euro. Con speciali interventi, il Presidente Draghi, si è fatto largo tra gli scettici della manovra, tra i quali c’è soprattutto la Germania, assicurando un contenimento del rischio sugli acquisti effettuati da ciascuno stato.  Il 12%  del rischio sul portafoglio dei titoli (bond emessi da Istituzioni dei paesi europei), sarà assunto direttamente dalla BCE. L’obiettivo è la stabilità dei prezzi all’interno dell’Unione, la ripresa dell’inflazione, e, come effetto domino, cambiamenti sull’intero panorama economico. Finora sono stati i grandi colossi dell’economia mondiale ad averlo sperimentato, come Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, dovremmo essere ottimisti e contare sulle capacità strategiche di Draghi, che ha già dato prova di buon senso, ‘estro’ finanziario, e capacità intuitive non comuni. Staremo a vedere…
(Virginia Murru)

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