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I racconti di Giuseppe Aimo: “Le scarpe di tela”

Le scarpe di tela dell’uomo erano sdrucite, con la suola ormai liscia, che scivolava sull’arenaria della gradinata della chiesa, battuta della pioggia. Fin da subito quelle scarpe bianche e consunte avevano attirato l’attenzione di tutti, più del fatto che quell’uomo fosse uno sconosciuto, uno mai visto prima in paese.

Era comparso da subito, prima ancora che la notizia della morte di Madama Forte si diffondesse per la borgata. Un mattino di tardo autunno l’Isolina, una del posto che andava ogni giorno a farle i lavori di casa, aveva trovato Madama Forte nel letto e si era meravigliata, perché a quell’ora lei era già sempre alzata e con il caffè pronto. Stupita ma non preoccupata, perché la sera prima, quando Isolina se n’era tornata a casa, Madama Forte stava bene. Era già vecchia, sì, ma era ancora in gamba, quasi del tutto autonoma. Di notte voleva stare da sola, e non voleva sentire parlare di badanti. L’Isolina era la sua donna di servizio, al più la sua collaboratrice domestica.

E invece quel mattino era morta nel letto.

Isolina aveva chiamato subito il medico, e anche il sindaco del paese, perché Madama Forte viveva da sola, nessuno aveva mai visto parenti, si diceva non avesse più nessuno, e lei, Isolina, non sapeva come gestire la cosa. Dove l’avrebbero sepolta, lei che non aveva cappelle né loculi nel cimitero del paese? Chi avrebbe provveduto al funerale? E con quali soldi?

Soldi Madama Forte ne aveva, questo era noto. Li teneva alla Posta, e di tanto in tanto scendeva o mandava Isolina a prelevare quello che le serviva. Mai grandi cifre; l’impiegato chiudeva un occhio per il fatto che non sempre andasse lei di persona, e nessuno si stupiva del fatto che Isolina sapesse il PIN della sua tessera Postamat. Erano due brave donne, e nessuno aveva mai potuto fare dei pettegolezzi. Non si faceva mancare niente, Madama Forte, e l’Isolina la pagava bene e puntuale, e così tutte le tasse, le bollette e le spese al supermercato che di tanto in tanto le portava il figlio dell’Isolina.

Pochi conoscevano il vero nome e cognome di Madama Forte: la chiamavano tutti così, con il cognome del marito. Era vedova di un notaio di Savona, vedova da chissà quanti anni.

Questo notaio Forte era proprietario della più grande cascina del paese, con tante giornate di terra, la casa per il mezzadro e una palazzina bianca affacciata sulle colline dove veniva con la bella moglie, ma raramente, solo in estate. Finché una volta la Madama era arrivata da sola, aveva detto che il marito notaio era morto e da allora non se n’era più andata dalla palazzina bianca. Dopo pochi anni il mezzadro, come tanti del posto, non aveva resistito al richiamo di uno stipendio sicuro a fine mese, di una vita diversa, senza paura di un’annata grama, di una grandinata, di una malattia nella stalla, e se n’era andato a Torino con la famiglia, a lavorare alla FIAT. Madama Forte non aveva trovato un altro mezzadro, o forse non l’aveva neanche cercato, e poco per volta la campagna era andata a ramengo. Adesso era ridotta a boscaglia, come quasi tutto lì intorno.

Allora, dicevano i vecchi, Madama Forte era ancora giovane, alta, bionda, sempre ben vestita. Una gran bella donna. Una vedova che tanti … Ma mai che si fosse potuto dire qualcosa su di lei, sulla sua vita privata. Mai un appiglio, niente di niente. Lei era via via invecchiata, senza mai ritornare a Savona, senza mai un parente o chissà chi a trovarla, sempre gentile con tutti ma senza confidenze per nessuno. Prima dell’Isolina aveva avuto altre donne di servizio, tutte del paese, e tutte raccontavano di quanto fosse stata brava e generosa con loro, e anche alla mano, seppure con un certo distacco e con grande riservatezza. Quando tutto questo niente fosse successo non era chiaro. Solo i vecchi se ne ricordavano ancora, ma confondevano gli anni nella memoria.

Quel mattino quell’uomo era arrivato alla palazzina quando c’era ancora il medico, mentre il sindaco telefonava all’impresa di pompe funebri. Aveva un vestito grigio, troppo leggero per la stagione; non un soprabito, neanche un ombrello, e quelle inconsuete scarpe di tela bianche. Era difficile dargli un’età, perché era trascurato di aspetto e sembrava perfino malato. Camminava a passettini. Di Madama Forte avrebbe potuto essere fratello, cognato, marito, o anche figlio, chissà. Aveva parcheggiato in cortile una Punto blu, vecchia e sporca, era entrato veloce in casa e aveva subito chiesto di vedere la morta e di stare qualche minuto da solo con lei. Poi aveva detto di chiamarsi Arturo, e che si sarebbe occupato lui delle esequie. Null’altro.

Da chi e quando fosse stato avvisato restò per sempre un mistero. Il sindaco glielo chiese, ma lui disse che se l’era sentito. E basta. Allora qualcuno aveva congetturato che fosse stata lei, la stessa Madama Forte, a chiamarlo, la sera prima o durante la notte, prima di … prima di suicidarsi prendendo qualcosa, qualche farmaco, perché … perché nessuno può dire «stanotte muoio di morte naturale», diamine! Il medico aveva scritto che era morta per arresto cardiocircolatorio e se n’era andato tranquillo, ma il sindaco si era preoccupato, non voleva avere grane o rimorsi sulla coscienza, e aveva chiamato i Carabinieri.

I Carabinieri, un Maresciallo e un Appuntato, erano venuti in tarda mattinata, quando c’erano già quelli delle pompe funebri a vestire la morta. Poi era arrivato anche un medico legale, che si era chiuso in camera con loro, mentre i Carabinieri parlavano con l’Isolina, con il sindaco e con dei curiosi. Parlarono anche con l’Arturo, a lungo e riservatamente, chiusi nella loro Gazzella sotto la pioggia. Si vide, dietro i vetri appannati per il respiro, il Maresciallo telefonare a lungo al cellulare. Fecero anche un rapido giro per tutta la casa, soffermandosi in cucina e nel bagno.

Quando uscì il medico legale i Carabinieri confabularono a lungo con lui; poi con lui e con il sindaco, poi di nuovo con l’Isolina, poi ancora con l’Arturo e infine con il sindaco da solo. Girarono le parole autopsia, ed esami tossicologici, ma non se fece niente. Il medico legale firmò il nullaosta per la sepoltura. Il sindaco disse ai paesani intriganti che stessero tutti sereni, che i Carabinieri avevano fatto i loro accertamenti, e bon. Quell’Arturo poteva anche essere un povero cristo, ma non c’erano motivi per dubitare di lui. No: di chi fosse costui, lui, lui il sindaco, non ne sapeva niente, e il Maresciallo si era trincerato dietro il regolamento sulla riservatezza, la privacy, come si dice. Qualcuno aveva osservato che il Maresciallo trattava con deferenza il signor Arturo, e che al momento di andarsene l’aveva salutato militarmente, mano alla visiera del berretto d’ordinanza e sbattimento di tacchi.

- Cosa vuol dire? – aveva detto il sindaco. – Sono militari, il saluto lo fanno a tutti.

L’Arturo non si mosse per due giorni e due notti dalla palazzina bianca. Disse che avrebbe vegliato lui stesso la morta, che non c’era bisogno che restasse nessuno. La seconda sera l’Isolina andò a portargli qualcosa di caldo per cena, ma lui rifiutò gentilmente, e con altrettanta ferma cortesia rifiutò la compagnia dei diversi che si offrirono di passare la notte con lui e la morta. La notte lo videro camminare avanti e indietro dietro le tende, alla luce sommessa delle quattro candele.

Il giorno dei funerali, ufficiati al risparmio, pioveva a dirotto. L’Arturo seguiva la bara con un unico mazzo di fiori bianchi, faticando non poco a tenersi in piedi salendo la gradinata dalla strada. Con lui c’erano l’Isolina, le due collaboratrici domestiche che erano ancora vive, il sindaco e, nonostante l’inclemenza del tempo, parecchia altra gente. Lo sterrato dalla chiesa al cimitero era tutto un fango: le scarpe bianche di tela di quell’uomo enigmatico avevano perso ogni sembianza di calzatura.

Madama Forte venne interrata in una fossa fangosa, frettolosamente preparata nello spazio che i Comuni sono obbligati a riservare per le sepolture dei nullatenenti. Era da tanti anni che nessuno veniva più messo sotto terra nel  cimitero di quel paese, a meno che non fosse stata accertata la volontà in tal senso del de cuius.

Di Madama Forte e del signor Arturo si parlò a lungo, in paese. In tanti si chiesero se Madama Forte avesse redatto un testamento, lei vedova di notaio, e a chi andasse la palazzina bianca, la terra e i soldi della Posta, che di certo ce n’erano ancora. Ma nessuno ne seppe mai niente. Il signor Arturo non lo si vide più, e la palazzina bianca restò disabitata, consegnata al tempo, con le persiane chiuse come lui le aveva lasciate.

Poco per volta non se ne parlò più. Raramente qualcuno chiedeva:

- Chissà che fine ha fatto quell’Arturo …

- Arturo chi?

- Quello … quello con le scarpe di tela bianche.


NOTE SULL’AUTORE


Giuseppe Aimo,
nato nel 1950 a Castellino Tanaro (CN – Alta Langa), vive tra Moncalieri (TO) e il paese nativo. Laureato in Chimica nel 1977 presso l’Università degli Studi di Torino, specializzato in Tossicologia nel 1991 presso l’Università degli Studi di Milano, per oltre trent’anni ha svolto la professione di chimico presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista di Torino (Ospedale “Molinette”).

Da sempre amante della lettura e della letteratura, nel 2012 si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “La chimica nell’opera di Primo Levi”, il grande scrittore torinese che ha esercitato anch’egli il “mestiere del chimico”.

Giuseppe Aimo, in pensione ormai da cinque anni, scrive. Scrive per se stesso, per il piacere di farlo, per diletto e per passione. Chimico “non pentito”, scrive racconti e romanzi cercando di coniugare il rigore scientifico con la libertà artistico-letteraria. Impresa difficile, ma non impossibile, perché nella vita gli estremi sono spesso più vicini di quanto non si pensi.

Appassionato di dialetti e di tradizioni paesane, Giuseppe Aimo racconta la vita. La vita contadina del tempo addietro, o quella dei nostri giorni in città. Nel farlo non si limita alla cronaca, al resoconto del vero, ma imprime forza alla parola portandola sul piano più comunicativo: quello della narrazione. Le sue non sono storie reali, ma realistiche, o aneddoti veri elevati a verosimili con la narrativa. I suoi sono piccoli o grandi personaggi, studiati nei gesti e nell’animo, descritti senza mai infierire sui loro limiti. Semmai con lieve ironia.




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