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I racconti di Giuseppe Aimo: “Le prime parole”

Al terzo implacabile trillo della sveglia entrambi balzarono giù dal letto, ognuno dalla sua parte. I loro movimenti di strofinamento degli occhi cisposi, di ricerca con i piedi delle ciabatte, perfino gli sbadigli erano speculari e sincronizzati. Lei lasciò per prima la camera da letto, perché il suo lato era più vicina alla porta. Lui la seguì d’appresso, senza una parola.

Lei si fiondò in bagno, lui in cucina, e mentre lei procedeva ai suoi complessi lavacri in uno scrosciare di acque, vapori e profumi, lui mise sul fornello il latte e l’acqua per il tè. La moka per il caffè era già pronta dalla sera prima, e così la tavola per la colazione: tazze, posate, tovagliette, marmellate e biscotti di varie tipologie e consistenze, ognuno i suoi gusti.

Lei in bagno ci stava sempre di più, mentre lui ciabattava in pigiama dalla cucina alla camera dei ragazzi e alla camera loro. Un occhio al latte e al tè, che fossero caldi, ma non troppo caldi da richiedere troppo tempo per essere bevuti, specie per il bambino, che era lento come la quaresima ed era sempre un «brucia, brucia!» L’altro occhio ai ragazzi, che si alzassero, infine, lui soprattutto, che quasi sempre bisognava estrarlo dall’involucro di lenzuola e coperte in cui si mummificava ogni santa notte, come un baco da seta nel bossolo. La ragazza, già in odore di signorina, era meno indolente e più organizzata: scendeva dal letto già al primo appello, mai oltre il secondo, e si fiondava di corsa nel bagno piccolo, terrorizzata dal pericolo che vi potesse entrare prima il fratello.

Poi, finalmente, lei uscì dalle nebbie del bagno, e fu il turno di lui ai lavacri e alla rasatura davanti allo specchio opacizzato dal troppo umidore caldo. Con automatico sincronismo lei lo sostituì nell’andare e venire dalla cucina alla camera dei ragazzi, nel finire di preparare la colazione e nel tirare giù dal letto il bambino perché non perdessero tempo quando anche la sorella sarebbe uscita dal bagno, e intanto si vestì, entrando e uscendo dalla camera da letto. Per una buona mezz’ora fu un continuo aprire e chiudere porte, un andirivieni frenetico da una stanza all’altra, un rischiare di investirsi l’uno con l’altro.

- Scusa.

- Levati di mezzo.

- Sei sempre tra i piedi.

- Sei tu che sei sempre in ritardo.

In meno di mezz’ora tutti e quattro si ritrovarono seduti al tavolo della colazione. L’ultimo ad arrivare, come sempre, fu il bambino, che, come sempre, non aveva preparato lo zainetto per la scuola la sera prima.

Il tè era per la ragazza, che si era fissata che il latte intero ingrassa, ma la mamma diceva che se il latte non è intero non è latte, e di prendere anche latte scremato neanche a parlarne.

Allora tè.

Lei, la ragazza, spalmava con micragnosa precisione – uno, due millimetri al massimo, ma fino all’orlo – un velo di marmellata d’arance sui suoi biscotti dietetici, schifati dal fratello e disdegnati da tutti. Ma era sempre il bambino ad alzarsi per ultimo, con le labbra bianche di latte.

- Pulisciti il muso! – gli doveva gridare qualcuno, e lui tornare in dietro per il tovagliolo.

Durante la colazione il padre e la madre s’informavano sugli impegni scolatici dei figli.

- Hai fatto i compiti?

- Hai delle verifiche, oggi?

- Torna la prof di scienze, o hai ancora la supplente?

E i ragazzi, in questo solidali tra loro, rispondevano a monosillabi.

- Eh? Sì, sì …

- No.

- Boh! E che ne so!

Poi tutti in camera a finire di vestirsi, prendere zainetti, borsette, telefonini e quant’altro. Solo lui, lui il capofamiglia, si presentava a colazione già in tiro, calzato e vestito, in giacca e cravatta e con la sua cartelletta lucida. Si alzava da tavola, sparecchiava veloce, metteva le tazze nel lavello e le riempiva d’acqua, tirava giù le tapparelle, spegneva le luci e si metteva accanto alla porta facendo tintinnare nervosamente le chiavi, in attesa che il girotondo in casa finisse e moglie e figli si presentassero all’uscita. Era lei, a questo punto, l’ultima ad arrivare, con una scarpa calzata e l’altra in mano, dopo averne estratti almeno altri tre paia dalla scarpiera. Finalmente uscivano tutti, in fila indiana, carichi di armamentario come se andassero in guerra, e lui poteva chiudere con tre più tre giri di chiavi e mettere l’antifurto.

Quel giorno, come ogni giorno, scesero tutti in garage, rumoreggiando giù per le scale come una piccola mandria in fuga, ma senza dire una parola. Il cinguettio di un cellulare annunciò un messaggino, il primo dei tanti, ma nessuno, prudentemente, diede cenno di aver sentito.

In macchina uguale: non una parola. La ragazza estrasse con grande fatica un quaderno dal suo zaino e incominciò a ripassare; il ragazzo digitava velocissimamente sul suo smartphone. Lui guidava, assorto e muto. Lei si rifiniva il trucco facendo boccacce nello specchietto dell’automobile.

Un altro cinguettio e lui disse, come per obbligo, sconfitto in anticipo:

- Quante volte vi devo dire di non accendere il telefonino già all’alba, eh? Quante volte?

Nessuno rispose.

Poi trillò un cellulare nello sprofondo della borsa da Mary Poppins di lei. Lei non si mosse neanche per spegnerlo, e nessuno proferì parola.

Lasciarono i ragazzi davanti alle loro scuole, prima lui e poi lei. Un bacio affrettato e scomposto; «ciao pà», «ciao mà», «ciao te», e via andare. E proseguirono soli, e in silenzio, ognuno barricato nei propri pensieri.

Alla rotonda Maroncelli lui sbuffò per il solito traffico e la solita coda, dando manate nervose sul volante. Lei niente: terminati i restauri guardava impassibile oltre il parabrezza, oltre le macchine, oltre le cose.

Finalmente in corso Unità d’Italia il traffico si velocizzò, ma tornò a rallentare già all’imbocco del sottopassaggio del Lingotto. Una vecchia, scassata auto tedesca, vestigia di un mito di vent’anni prima, li affiancò, li superò e rientrò davanti a loro con una manovra barbina. Lui frenò, ma non disse niente. Lei non diede cenno di essersene accorta.

Davanti a loro, la macchina faceva un rumore di ferraglia, e a ogni minima accelerata una nube di fumo nero, denso, appiccicoso e maleodorante fuoriusciva dalla marmitta sghimbescia. La puzza nauseabonda li investì, anche con i finestrini chiusi.

Come tornando da chissà dove, lei atteggiò a schifo il viso, e disse:

- Diesel?

- Sì, – disse lui, – e scarburata.

Prima di lasciarla nei pressi delle Molinette lui disse:

- Ti rendi conto, cara, che la prima parola che mi hai rivolto direttamente, oggi, è stata “diesel”?

- Sì, caro, – disse lei. – E tu hai detto “scarburata”. E allora?

- Allora a stasera, cara. Vai tu a prendere i ragazzi: io farò tardi un ufficio.

- Va bene. A stasera, caro.

NOTE SULL’AUTORE


Giuseppe Aimo,
nato nel 1950 a Castellino Tanaro (CN – Alta Langa), vive tra Moncalieri (TO) e il paese nativo. Laureato in Chimica nel 1977 presso l’Università degli Studi di Torino, specializzato in Tossicologia nel 1991 presso l’Università degli Studi di Milano, per oltre trent’anni ha svolto la professione di chimico presso l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Battista di Torino (Ospedale “Molinette”).

Da sempre amante della lettura e della letteratura, nel 2012 si è laureato in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi dal titolo “La chimica nell’opera di Primo Levi”, il grande scrittore torinese che ha esercitato anch’egli il “mestiere del chimico”.

Giuseppe Aimo, in pensione ormai da cinque anni, scrive. Scrive per se stesso, per il piacere di farlo, per diletto e per passione. Chimico “non pentito”, scrive racconti e romanzi cercando di coniugare il rigore scientifico con la libertà artistico-letteraria. Impresa difficile, ma non impossibile, perché nella vita gli estremi sono spesso più vicini di quanto non si pensi.

Appassionato di dialetti e di tradizioni paesane, Giuseppe Aimo racconta la vita. La vita contadina del tempo addietro, o quella dei nostri giorni in città. Nel farlo non si limita alla cronaca, al resoconto del vero, ma imprime forza alla parola portandola sul piano più comunicativo: quello della narrazione. Le sue non sono storie reali, ma realistiche, o aneddoti veri elevati a verosimili con la narrativa. I suoi sono piccoli o grandi personaggi, studiati nei gesti e nell’animo, descritti senza mai infierire sui loro limiti. Semmai con lieve ironia.

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